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#LeggiMilena #12 | Milena Milani, Qualche ora al Faloria

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Ho offerto un racconto ogni primo lunedì del mese, da settembre 2021 a oggi, e proseguirò anche per il prossimo anno. (at)

*

Appena arrivata, non ho aspettato di ambientarmi. Mi avevano detto: «Riposati, stai distesa, respira a pieni polmoni, hai bisogno di non pensare a niente, di rifarti, devi migliorare il tuo aspetto dopo i mesi di città, prometti che starai tranquilla», e io avevo detto di sì, che sarei rimasta nella mia stanza, o tutt’al più che sarei stata su una sdraio in albergo, o fuori in giardino; ma niente di questo è stato vero, perché oggi — mercoledì — è una giornata meravigliosa, l’albergo non mi piace, e l’ho cambiato, sono andata all’agenzia e ho affittato un appartamento, e ora, è appena mezzogiorno, sono qui al Faloria a duemila metri, con le spalle nude, tra queste tedesche che mangiano enormi piatti di pastasciutta, fuori del rifugio; e mi sento libera, senza più inibizioni, a contatto della natura.

Io, in fondo, scrivo il diario di me stessa, il racconto di questi giorni, di questi anni, la storia irrequieta di una ragazza che va qua e là, e non trova pace, forse non ne troverà mai.

È vero, non faccio che muovermi, che viaggiare: soltanto ieri ero a Milano, e oggi sono a Cortina, l’altro ieri ero in Liguria, e anche là c’era il sole, andai con mia madre in macchina sino ad Albisola. Andammo a vedere un pezzo di terra con olivi e alberi di albicocco che fanno poca frutta, un pezzo di terra comperato anni fa quando ci illudevamo di essere giovani in eterno, e che sarebbe stato bello correre lì in mezzo e portarci il cane a mangiare l’erba. Ora quel terreno soffoca tra le case che hanno costruito da un lato e dall’altro; i proprietari confinanti hanno venduto e gli industriali del cemento innalzano i loro alveari, tanti appartamenti per metro quadrato, rubando in altezza e in profondità i centimetri, i metri necessari a fare più comode, e più vantaggiose per loro, queste prigioni dell’uomo.

Fu triste rivedere quel terreno, entrarci e calpestarlo, anche il cane esitava, e mia madre aveva un sorriso tirato sulle labbra pallide, prive di trucco, anzi una parvenza di sorriso, qualcosa che mi fece pena, che mi strinse il cuore. Così risalimmo in macchina, schiacciai l’acceleratore quasi con rabbia e l’auto partì d’impeto, come un cavallo imbizzito.

Ripartii un’ora dopo, percorsi l’autostrada sino a Milano, in preda a una strana angoscia; avevo nel petto come un dolore, una sofferenza senza nome e per questo maggiormente profonda, maggiormente straziante. Sì, andavo, ritornavo, e di nuovo l’indomani sarei stata in viaggio, questa volta per la montagna, dove volevo non pensare a niente, abbandonarmi alla sola sensazione di esistere.

È vero, in montagna si esiste solamente, si debbono lasciare i pensieri, o meglio si dovrebbe abolirli, chiudere gli occhi e stare al sole, o venire giù da quelle piste lisce, illudendoci di essere semidei.

Oggi sono venuta a duemila metri senza gli sci, con la funivia.

Com’è grande, smisurato, il cielo visto da quassù, come sono bianche le montagne e l’aria, Dio mio, l’aria com’è pura, tersa, senza tracce di carbone, senza smog. Dovrei essere in pace dovrei, come mi hanno detto, non avere pensieri, ma chissà perché, anche qui penso a un uomo, il suo ricordo mi tortura, il suo nome (è Dino, sempre lui, non ho ancora smesso di amarlo…) risale alle mie labbra dalle vaghe pianure dove vorrei livellare me stessa per essere come tutti.

Dove sei, Dino, in questo momento? Forse ci separa soltanto una vallata e tu sci dall’altra parte, con altra gente, a godere altro sole sul tuo viso, e nemmeno ti ricordi che io esisto. Perché mi ostino in un amore senza scopo, che mi procura soltanto sofferenze? Perché ho creato per me questo fantasma, questa continua, incessante malinconia che non mi abbandona nemmeno in momenti come questi, quando dovrei soltanto essere a contatto con la natura, purificata, pacificata? Me lo chiedo tante volte, ma l’amore non può cancellarsi per un atto della nostra volontà, l’amore non può essere soffocato quando ha preso radici, quando ormai è giù, piantato nel nostro cuore, e respira come una creatura, e di una creatura viva ha le reazioni, le impennate, i bruschi cambiamenti, ma anche la continua insistenza nello stesso errore.

Io lo so che tutto questo è sbagliato, e mille volte al giorno chiedo aiuto, vorrei essere salvata, ma non c’è niente da fare, è troppo bello, è anzi unico quell’istante in cui i nostri sguardi si incrociano, o quella carezza sul mio viso.

Dino, ti sto chiamando, qui al Faloria, un posto dove anche tu sei stato; sto dicendo il tuo nome di due sillabe, lentamente, come tu fossi accanto a me e avessimo tanto tempo per noi, mesi, anni, per essere felici. Non voglio che il tempo sciupi i sentimenti, non voglio che le abitudini schiaccino questa ricchezza interiore che io ora posseggo; preferisco soffrire che non avere niente, anche se niente significherebbe probabilmente raggiungere una tranquillità.

Guardo intorno la gente immobile al sole, queste signore, queste ragazze impegnate in futili conversazioni o nell’ascolto di notizie radio, di canzoni che i loro transistor diffondono con monotonia; oppure più lontano, sulla pista dei Tondi, quelli che scendono elegantemente sulla neve levigata, e dico a me stessa che devo accontentarmi, che in fondo la vita è un lampo, e noi ci illudiamo di avere a disposizione chissà quali prospettive negli anni a venire, mentre tutto finirà prestissimo, anzi è finito già in questo momento.

Però sarebbe così piacevole illuderci, sarebbe stupendo avere forza e giovinezza, impegnare noi stessi in qualcosa di più serio, di duraturo. Ecco: io dico: «Dino, ti amo» e l’amore sembra purificare ogni cosa, anche i più riposti pensieri non si aggrovigliano più nella mia mente, in queste parole io addormento la sofferenza segreta, e ora riposo come su un mare di piume, o nel grembo di mia madre, come fossi ancora da nascere.

© Milena Milani

Racconto apparso su «Stampa Sera» il 14 luglio 1962.

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