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#proseritrovate – Marise Ferro, Le due rivoluzioni della donna moderna

Per la rubrica #proseritrovate, proponiamo dei narrazioni dell’autrice Marise Ferro uscite su  «Stampa Sera» negli anni Cinquanta e Sessanta. Come quello apparso la scorsa settimana, anche questo ha un taglio riflessivo: è un articolo del 1961 incentrato sul valore delle donne, molto interessante perché inquadra il pensiero di Marise Ferro nel contesto di quel tempo, appunto prima dello scoppio della questione femminista, con riferimenti ad altre “voci di donne” europee, da inizio secolo fino ad allora. C’è in lei una spinta ante-litteram al “pensiero della differenza” e c’è un magma ribollente di riferimenti letterari da cui la generazione di Ferro aveva attinto. Marise Ferro è stata un’autrice, giornalista, saggista e traduttrice; ha pubblicato numerosi romanzi ed è stata vincitrice del Premio Strega nel 1978. Oggi sembra che in molti si siano dimenticati di lei e fare ricerca sui suoi testi è una modalità, cara al nostro gruppo, per valorizzare la memoria di questa scrittrice.

*

Giorni fa, dalle colonne di questo giornale, Carola Prosperi ha detto cose molto giuste e sensate a proposito della nuova letteratura femminile. Prendeva spunto dal romanzo appena uscito di Bruna Piatti, La Parmigiana, e lamentava, con un senso altamente civile di pietà, la decadenza del pudore e del sentimento dell’amore nelle scrittrici delle nuove generazioni[1]. La sua pietà le vietava d’essere severa; io, meno pietosa, porterò la mia modesta opinione su una situazione letteraria che ormai spaventa anche il pubblico. La donna da diversi lustri è sulla strada dell’emancipazione, lo si sa. Dalle prime battaglie di scrittrici come Germaine de Staël, George Sand, Charlotte Brontë, dalle rivendicazioni sociali di Flora Tristan, alla donna non è mancato il tempo per acquistare la coscienza della propria emancipazione. Ma nel vedere dove è giunta oggi, si potrebbe dire che, per ora, lo scopo è fallito; o, ad essere ottimiste, si potrebbe dire che, per fatalità storiche e sociali, si è fermata in un vicolo cieco. Sulla strada dell’emancipazione, finora la donna non ha conquistato un gran che. La sua riuscita per il momento è soltanto economica. È riuscita a guadagnarsi da vivere, anzi a vivere del proprio lavoro; e riuscita ad avere il voto elettorale; è riuscita a conseguire lauree in tutti i campi. Sul piano pratico ha fatto, è evidente, vere e profonde conquiste. Sul piano pratico. Ma il piano pratico non è un indice esatto di conquista e di emancipazione. Le conquiste vere sono sempre morali, intellettuali, spirituali. In questi campi la donna non è andata molto avanti. Io direi che si è fermata su posizioni di falsa emancipazione. Ed eccoci al nodo della questione. Le scrittrici, si sa, sono le esponenti più in vista di un dato grado di civiltà, le rappresentanti della maniera di pensare di una data epoca. George Sand, attraverso un’opera vasta e audace, ha espresso in maniera perfetta il romanticismo, così come Madame de Sévigné il classicismo. Che cosa esprimono le scrittrici di oggi? Una grande libertà di vocabolario. Dicono pane al pane e vino al vino, non hanno peli sulla lingua (sulla penna, pardon!) e credono di avere toccato la libertà scrivendo le loro esperienze amorose, o quelle delle loro eroine, con coraggioso impudore. L’amore, bene inteso, è soltanto fisico; ed esse compiono soltanto gesti. In questo campo bisogna dirlo, sono arrivate ad una straordinaria abilità stilistica, le piccole e grandi miserie dell’amore fisico, le degenerazioni delle due età pericolose, l’adolescenza e la maturità, sono raccontate con acume, a volte con arte. Ma non sono andate oltre. Guardiamo un po’ i libri usciti in questi ultimi anni. Non parliamo della Sagan, che ha una indubbia abilità, ma citiamo Pamela Moore e il suo romanzetto Cioccolata a colazione [Mondadori 1957; trad. ita. T. Giglio]; Christiane Rochefort e il suo romanzo Il riposo del guerriero [Longanesi 1964; trad. ita. G. Loresi]; Frantoise Parturier e il suo Una voglia matta [Longanesi 1962; trad. ita. E. Morpurgo]; Dacia Maraini e il suo primo romanzo La vacanza [Lerici 1962]; Bruna Piatti e il suo La parmigiana [Longanesi 1966; ripubblicato da Elliot nel 2016 con introd. di A. Scarparo, n.d.r.], romanzi arditi, dove la scrittrice descrive con audacia e spesso con finezza quello che sente e che prova quando ama. Molti potrebbero credere libri simili all’avanguardia; sono invece libri dove soltanto il vocabolario si è liberato di quella riservatezza che era, almeno io credo, una prova di civiltà. Oggi le donne che scrivono credono di fare opera audace e non riescono ad uscire dall’ossessione amorosa. L’audacia è ben altra cosa. Penso a due romanzi femminili, che rimangono forse i più audaci che siano stati scritti: Wuthering Heigths di Emily Brontë e Monsieur Vénus di Rachilde[1]. Nel primo, una donna — l’autrice — morta vergine a trent’anni, figlia di un pastore anglicano, con la sola forza dell’ingegno riesce a creare il personaggio maschile più contorto e perfido che la letteratura femminile abbia inventato; nel secondo una ragazza della buona borghesia, diciottenne (Monsieur de la Nouveauté fu il primo romanzo di Rachilde) riesce a descrivere una donna dalla fantasia esaltata e satanica che vive davvero in maniera fuori del normale. Il linguaggio dei due romanzi, dove si muove la ribellione ai freni, ai sistemi, alle vie fino ad allora battute, è castigatissimo, lo stile è di estrema pulizia. Il fatto è che il realismo in cui noi siamo caduti non conduce a nessuna vera conquista, a nessuna illuminazione. Conduce soltanto alla descrizione, spesso di una riuscita stilistica di grida d’effetto, di fatti esteriori. Dei cento personaggi realisti che esistono nei romanzi descritti da uomini e donne di oggi, non ve n’è uno che abbia l’imponenza visiva, la chiarezza, la corposità, il fascino, di un Vautrin [in Père Gloriot], per esempio, di un Claude Frollo [in Notre-Dame de Paris], di una Monaca di Monza. Né Balzac per il primo, né Victor Hugo per il secondo, né Manzoni per il terzo, hanno adoperato la maniera realista e una parola che non fosse  che cauta, casta ed educata. Eppure Vautrin, Claude Frollo e la Monaca di Monza sono personaggi perversi, sono l’incarnazione del male. Siamo su una strada falsa, dunque. La descrizione particolareggiata dei nostri mali, dei nostri gesti amorosi non conduce che a una riduzione, quasi a una falsificazione della verità. E che cosa deve fare lo scrittore se non dire una parola vera, scoprire un angolo riposto del cuore, rivelare quello che dorme o vegeta in fondo alla nostra anima? Andare avanti, insomma, nella conoscenza dell’uomo? Non si raggiungerà mai un sentimento profondo, non si rivelerà mai una verità con la rappresentazione ostentata della vita, sessuale, come è di moda oggi. Eppure la donna, più ancora dell’uomo, avrebbe un campo vasto di indagine e di esplorazione. Il campo della vita femminile, proprio. Fino a cento anni fa la donna è stata descritta dagli uomini. Male, bisogna dirlo, anche se vi sono nelle letterature di tutti i paesi figure femminili indimenticabili e mirabili. Per una madame de Mortsauf, per una Odette Swann, per una madame Bovary, per una Sanseverina, vi sono cento e cento altre figure di donne che rimangono solo perfetti personaggi d’invenzione (che è forse più bella della realtà, va bene, ma qui si sta parlando di conoscenza profonda dell’uomo). Oggi tocca alla donna rivelare la donna. È il suo compito. Lo deve fare. Il campo è aperto. Non sono del parere di Carola Prosperi nel considerare la donna sempre la stessa, «col cuore trepidante, prima come figlia, poi come moglie e madre». Non penso che «la famiglia è sempre il nostro regno». La famiglia spesso è un covo di egoismi, di malintesi, di ipocrisie, quando non è un’abitudine che addormenta. Proprio nella famiglia la donna moderna conduce una sotterranea rivoluzione, di cui non capta ancora la importanza e la portata. Brancola nel buio, ma cerca di uscire dalle pastoie della tradizione e da quelle della volontà, spesso insipiente, dell’uomo. È questa rivoluzione che la scrittrice moderna deve descrivere, prima ancora delle esperienze fatte nel campo sociale. Deve descrivere come, dal fallimento della famiglia concepita soltanto quale raduno di uomini e donne legati dal sangue, dalla famiglia sbagliata del dopo guerra che ha creato la cosiddetta «gioventù bruciata», la donna di oggi cerca di uscirne quale integratrice leale, comprensiva, solidale dell’uomo sia esso padre, marito, amante, fratello, figlio. Non più una donna che rimane nella casa come una figura retorica o un simbolo, ma come una persona attiva, cosciente, che lavora, patisce e lotta a fianco dell’uomo.

© Marise Ferro

Articolo apparso su «Stampa Sera» il 15 giugno 1961.

note

[1] Marise Ferro fa riferimento a una recensione dal titolo «Prima la Romana, poi la Fiorentina, adesso la Parmigiana» in cui Carola Prosperi tratta del libro di Bruna Piatti edito da Longanesi; l’articolo è uscito il 4 aprile 1962 su «Stampa Sera».

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Come gruppo Ortique segnaliamo, infine, il prezioso saggio e lavoro di ricerca di Federica Lorenzi e Francesca Irene Sensini Una donna moderna del secolo scorso. Marise Ferro giornalista (Aracne 2020).

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