Parallax // Il femminile a far da codice: l’arte di Barbara Pelizzon

(immagine da codice materno, 2016)

Ricordo con estrema lucidità il giorno in cui incontrai l’arte di Barbara Pelizzon. In un vagare senza aspettative, fui richiamata da quelle opere esposte in vetrina, in uno spazio temporaneo nel centro di Mestre. Vi era luce e dolore. Lacerazione e accettazione, come accade a chi, raggiunta la meta, non dimentica il suo viaggio travagliato, ma lo accoglie e ne onora la memoria.

Lei, indaffarata a terminare l’allestimento della sua “wunderkammer”, mi accolse con un sorriso leale, trasparente. Deciso. Fu intesa repentina, non perché fossi io, ma perché Barbara possiede la curiosità di chi desidera conoscere e la generosità dell’ospite. Bastò uno sguardo alla sua esposizione, in cui delle Barbie, che avevano perduto la leggerezza e la vacuità dell’omologazione, narravano una trasformazione, divenendo messaggere di dolore, di un femminile che rivendicava il diritto all’imperfezione, alla maternità. Compresi nell’immediatezza la complessità e la spontaneità del suo talento. Perché Barbara Pelizzon è un’artista vera, che vive il suo essere nella concretezza del quotidiano, senza compromessi, senza essere schiava di un’immagine da vendere, perché estremamente fedele al suo cammino di ricerca interiore. Un percorso che è scavo nella storia personale e in quello universale di ciascuna donna, in ogni tempo e in ogni luogo. Un cammino che è studio e ricerca degli artisti che l’hanno preceduta a cui riconosce grandezza e maestria. L’arte di Barbara è atavica perché denuncia le pulsioni di un femminile imprigionato in costrizioni innaturali, che ieri, come oggi, si confronta con il senso di colpa, con il sacrificio. A Barbara Pelizzon interessa ricercare codici che esprimano sé stessa e che, al contempo, offrano una chiave di interpretazione delle dissonanze che la vita presenta. Colleziona, raccoglie “cose”, le più disparate, perché possano continuare a raccontare sotto nuove spoglie la loro storia. Non oggetti in sé e per sé, ma “cose” che conservano le energie e le vicende di chi le ha possedute: è come se Barbara volesse liberare quelle energie, che si sentono bloccate in resti di una storia ormai senza voce, a cui lei sente di dover dare nuova forma e rinnovata forza. Arte che conserva, arte che rigenera. Con questo bagaglio di impressioni Alessandra ed io siamo entrate nel suo studio, a scoprirne i segreti e abbiamo incontrato un’artista concreta e generosa, umile e vigorosa, ironica e intensa. (Chiara Pini)

8, lana di materasso e piombo

L’attraversamento del codice femminile è senz’altro una chiave per conoscere il lavoro di Barbara Pelizzon, artista veneta che lavora nell’ambito dell’arte contemporanea e soprattutto con le forme dell’installazione, con un approccio sempre alla ricerca di tecniche personali.

Il femminile è nei volti, nei simboli ancestrali, nei materiali che muovono dal genere, nei ritratti e nelle suggestioni, e rappresenta una porzione enorme del suo immaginario di riferimento, come se un bagaglio stratificato di secoli, uno sull’altro, si estendesse e poi si concentrasse in pezzi unici che costituiscono “l’opera”. Il peculiare del femminile, così come lo conosciamo nei suoi aspetti critici, si concentra in elementi anche di contrasto, talvolta violenti. Proprio perché la rappresentazione, il visibile, è potente e reale. Le immedicabili,ad esempio, sono corpi di bambole Barbie lavorate, fasciate e appese, il corpo a pezzi di una “gravidanza isterica”. Le Barbie ritornano poi in altri lavori come Barbie Nera, esposta al palazzo Ducale di Sabbioneta nel 2010, e Barbie Bianca.

Santini, Radicamenti, codici di diverso tipo, fatti di materiali di recupero, uniscono, assemblano e orientano lo sguardo, costruendo quel sistema immenso di apparati inconsci che nutrono l’arte di Barbara Pelizzon. È come se l’implicito esplodesse esplicitamente nell’unione di elementi anche ambivalenti che si comprimono per poi farsi azione ferma, nell’installazione appunto, con il loro tangibile modo di farsi presenti ed estremi, soprattutto poetici. (Alessandra Trevisan)

immedicabili, 2010-2016, bambole Barbie

Intervista all’artista: Barbara Pelizzon

Chiara e Alessandra: Come hai iniziato e chi sono i tuoi riferimenti artistici?

Barbara: in fondo non ho iniziato, è venuto tutto come un bisogno. Ho frequentato il Liceo Artistico a Padova a metà degli anni ’70, in un periodo molto importante politicamente. Allora ero molto legata all’arte antica, classica. Il rapporto con il contemporaneo è infatti arrivato dopo.

Lavorando di giorno, ho frequentato corsi serali allo Spazio Arti Figurative L. Lotto, ho cominciato a visitare mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero, cominciando a farmi una mia personale visione, ispirata da numerosi genitori artistici.

Louise Bourgeois, Kiki Smith, Diane Arbus, Annette Messanger, Cornelia Parker ma anche Anselm Kiefer, una sua mostra al Correr di Venezia (nel 1997-98?) mi ha profondamente segnata, poi Kounellis, Burri, anche in questo caso la visita alla sua Fondazione a Città di Castello mi colpì moltissimo. Diane Arbus, Doris Salcedo e …Eva Hesse. Sbagliando nel provare a rifare le sue sculture, mi è nata una tecnica con la quale ho cominciato a comporre i miei memories, lavori composti da ritagli da giornali, silicone e fibra di vetro.

Chiara e Alessandra: In che modo lavori? Articoli delle proposte o lasci liberi altri piani?

Barbara: direi che lavoro istintivamente, mi circondo di oggetti raccolti, cercati, trovati e a volte lascio che siano gli stessi a suggerirmi un nuovo fare o di portare avanti tematiche già seguite.

Chiara e Alessandra: Quali sono gli aspetti più importanti del tuo lavoro, i tuoi temi e i tuoi materiali?

Barbara: La memoria intima e umana è un aspetto fondamentale, per me. Uno dei miei ultimi lavori, Guilty, è partito da una grata di confessionale trovata ad un mercatino e che mi ha fatto ricordare il senso di colpa che mi colpiva al momento della confessione. Ho approfondito il tema anche con l’aiuto di un libro di Massimo Recalcati, Contro il Sacrificio. Poi questa grata è stata ricamata, ma anche riprodotta con la tecnica del frottage, e poi ingrandendola e intervenendo con tessuti e fili e quelli che io chiamo “cordoni ombelicali”.

Ho un particolare interesse per la lana di materasso, come catalizzatore dei nostri sogni, che depositiamo durante il sonno. Questa riflessione è cominciata quando una mia amica, una signorina di 96 anni, mi ha chiesto, prima di disfarsene, se m‘interessava la lana del suo materasso e io sapevo quanto lei avesse desiderato formare una famiglia e quanto amava i bambini. Ho fantasticato che in quella lana ci fossero anche i suoi sogni.

Il piombo è uno dei metalli che per primo è stato usato dall’uomo e gli ho sempre dato una valenza arcaica perciò l’ho usato in molti dei miei lavori. Ho realizzato dei codici “arcaic code” ma ho anche stampato il testo della favola di Barbablù, su fasce di piombo o le parole di un brano di Marianne Faithfull, Guilt.

I codici sono un’altra parte importante del mio lavoro, come anticipavo. Uno di questi, codice materno, compone orizzontalmente, oggetti di mia madre, ferri da calza, bigodini, pacchetti di sigarette, bocchini per fumare. Ho incartato gli oggetti con una carta giapponese che lei mi aveva regalato, e poi li ho ricoperti con tarlatana usata cioè nera dell’inchiostro tipografico, che ne fa un tessuto “luttuoso”.

contrapposizioni sono una serie di lavori che appunto contrappongono la pesantezza del piombo con la leggerezza della lana che ci sostiene nel sonno.

Chiara e Alessandra: Che rapporto hai con il femminismo?

Barbara:

Sono una femminista che ama gli uomini.

Wraps, testa romana femminile nei magazzini del Museo Archeologico di Aquileia
wunderkammer a Corte Calle Legrenzi, Mestre (VE), 2016-2017

http://www.barbarapelizzon.com/

https://www.instagram.com/barbara_pelizzon/

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