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#PodcastFest – Beppe Costa legge Luce d’Eramo

«Non esiste.»

«Che cosa non esiste?»

«Il punto di non ritorno. Cristo viene quando vuole.»

«Già, il Cristo furtivo come un ladro…»

«Nessun furto» fece no con la testa padre Chiarani, «è una scintilla che ti s’accende nell’anima quando meno te l’aspetti.»

«E perché?»

«Non lo so.»

«Miracolosamente», Vainati calcò la pazienza nella voce, «certo, contro ogni legge di natura.»

«Anche questa scintilla latente fa parte della natura umana.»

«L’essere umano è il solo essere vivente a usufruire di questa scintilla cosmo?»

«Non credo» dichiarò netto padre Chiarani, «ma non lo so.»

«È una scintilla soggetta a un qualche calcolo di probabilità?»

«Può darsi.»

«Lei mi vuole umiliare» disse Vainati tra i denti.

Padre Chiarani tardò a rispondere: «Spero che non le servirebbe venire umiliato. Mi consenta almeno questo. Spero di no.»

Anche al processo Ursula non venne. Enrico Vainati non l’incontrò mai più.

Tra gli scritti allegati dalla parte civile al processo, in cui l’imputato Vainati sedeva in una gabbia a sbarre, fece più clamore tra tutti un appunto d’un paio di pagine vergate a mano da Gustav, infilato dentro l’album di foto scattate a Auschwitz da un SS, che il nostro imputato aveva già visto. Pagine che lo rimestarono come più niente, dall’ultima notte con Ursula, aveva fatto. Quella grafia di Gustav, chiara, ridotta al minimo, diceva:

La disumanità non è una ferocia subito palese. Ha ben altri procedimenti, più nascosti e capillari, perciò più radicati. È questo che va decodificato. Altrimenti si può scivolare in una crudeltà spicciola inavvertitamente, una durezza strisciante, benintenzionata.

Ricordo un episodio narrato da Erodoto nelle sue Storie verso il 440 avanti Cristo. Un oracolo aveva predetto agli oligarchi di Corinto che un certo neonato li avrebbe rovesciati dal potere. Mandarono dieci dei loro a portar doni con l’incarico di ucciderlo. La madre che li conosceva porse loro il piccolo. Uno lo prese in braccio per scaraventarlo, ma il neonato gli sorrise. In breve, se lo palleggiarono tuti e dieci senza riuscire a scagliarlo al suolo, perché a ognuno il piccolo rideva. Se n’andarono ma, appena fuori, confabularono rimproverandosi a vicenda. Tornarono sui propri passi, determinati questa volta ad ammazzare il neonato.

Il senso è chiaro: ormai sapevano che il bambino ride. Dunque, 2400 anni fa veniva riferito che tutto sta a non essere colti di sorpresa dall’umanità della vittima. Occorre anzi, per consumare quest’umanità, averla ben presente in modo da non esserne paralizzati al momento dell’azione, Sonderaktion, come hanno chiamato i nazisti l’assassinio di massa.

Questo non perdere di vista l’umanità delle vittime si nota nei graduati nazisti fotografati dai colleghi. Un SS aggiusta il collo del cappotto d’un internato (appena arrivato al Lager) che gli sorride interdetto; un altro ascolta compreso, il piglio assorto, un paio di non più usabili che sembrano parlargli insieme; e un terzo se ne sta a gambe larghe, i pollici nel cinturone, il dorso paziente.

E così, nelle foto di quest’album di Auschwitz, si segue passo passo l’assuefazione dei nazisti all’umanità degli sterminandi. S’osserva il progressivo declinare delle vittime dalla normalità iniziale alle teste rapate, guance cave, agli sguardi da sotto in su dei bambini che s’afferrano ai panni degli adulti, occhi elettrici chiodati sull’obiettivo, schiene curve di madri infagottate, ventagli di foto tipometriche, una di uomini grassi dal mento rasato, una di magri barbuti, una di vecchi seduti in terra col cappello in testa calato sulla faccia, una accanto di vecchi ugualmente seduti per terra ma a capo scoperto; poi inquadrature in cui i beni degli assassinandi sono impacchettati e accatastati con cura, onestamente sigillati. Infine le due foto piccolissime dei cadaveri ammonticchiati al suolo, che si distinguono a fatica.

in Luce d’Eramo, Si prega di non disturbare (Rizzoli 1995), pp. 195-197.

***

Luce d’Eramo (Reims, Francia, 1925 – Roma 2001) è stata una scrittrice italiana, nota soprattutto per testimonianza dell’orrore dei campi di sterminio nel romanzo Deviazione (1979), che si ricollega al suo internamento a Dachau. Nel successivo Nucleo zero (1981) ha tracciato la storia di un gruppo terroristico e in Partiranno (1986) la fanta-storia di un conflitto fra civiltà. Nel campo della saggistica, ha scritto fra l’altro la prima monografia su Ignazio Silone (1971) e Cruciverba politico (1974), sul caso Feltrinelli. Nel 1995 pubblica per Rizzoli Si prega di non disturbare, in cui tratta del fenomeno neonazista e porta in esergo la seguente frase: «Non posso combattere un avversario se prima non l’ho capito».

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