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Le ferite della guerra e del dopoguerra nei ragazzi e nelle donne di Laudomia Bonanni

di © Loredana Magazzeni

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Laudomia Bonanni, Il bambino di pietra, Roma, Cliquot, 2022.

Sono contenta dell’invito a questa bella occasione di stare insieme a riflettere sulle scrittrici del passato ingiustamente dimenticate e meritoriamente riscoperte da case editrici piccole e giovani, come la Cliquot. Il mio primo incontro con Laudomia Bonanni avvenne negli anni Ottanta, quando lessi Le signore della scrittura, quel bel libro di colloqui con le scrittrici di Sandra Petrignani, recentemente ristampato. Scrive infatti oggi Sandra Petrignani:

In questi anni sono accadute molte cose: le scrittrici intervistate sono tutte scomparse, alcune hanno visto crescere la loro fama, alcune sono state dimenticate. In ogni caso le parole raccolte in queste interviste hanno peso e significato, il passare del tempo non le ha smentite. Per quanto, infatti, possa oggi essere diventata di moda, la scrittura delle donne continua a non avere l’autorità e il prestigio che in molti casi merita e ha bisogno di essere conservata e ricordata.

Tra le scrittrici da lei intervistate c’erano i nomi di Elsa Morante e Lalla Romano, Paola Masino e Anna Maria Ortese, Fausta Cialente e Laudomia Bonanni. Un altro momento di incontro per me fu quello con Annamaria Giancarli, poetessa aquilana, che assieme ad altri volle intitolare proprio a Laudomia Bonanni un premio di poesia nella sua città, dopo averne curato e ristampato un’accurata scelta di articoli ed elzeviri. Perché Laudomia Bonanni fu, oltre che narratrice di ottimi romanzi e di racconti, una grande figura di osservatrice e commentatrice di costumi, società, mode, collaborando con giornali e riviste letterarie per tutto l’arco della sua vita (1907-2002).

Questa sua acuta capacità di osservazione della realtà è trasfusa nella sua scrittura di creazione, dalla prima fortunata raccolta di racconti del 1948, Il fosso, con cui vinse il Premio Bagutta opera prima, prima donna ad ottenerlo, nel 1950 a Palma e Sorelle del ’54. Nel 1960, dopo esser passata alle edizioni Bompiani, l’autrice ottenne il più ampio consenso col romanzo L’imputata, che le fece vincere il Premio Viareggio e con L’adultera, Premio selezione Campiello (1964) e fu tre volte finalista al Premio Strega (1960, 1974, 1979). Altri titoli della sua vasta produzione: Città del tabaccoVietato ai minori, Il bambino di pietraLe droghe. Con La rappresaglia, del 1985, suo ultimo romanzo che fu rifiutato dal suo editore, Bonanni chiuse la sua stagione creativa fino a lentamente ritirarsi.

Quali figure vivono nei suoi libri così essenziali quasi da costituire un documento della società italiana del dopoguerra, quella delle ferite e della miseria, delle bombe e della nevrosi, dei cupi inverni di solitudine, così come del terremoto e del mistero del mare, che pure è spesso presente nei suoi libri?

Di solito figure di donne e di ragazzi, le donne e i ragazzi incarnando per lei l’espressione più sincera dell’emarginazione e della fragilità umana che, all’interno di un territorio di confine come l’Abruzzo rispetto al resto d’Italia, costituiscono un ulteriore elemento di dissonanza e di contrasto.

I ragazzi, che popolano il suo bellissimo Vietato ai minori, sono i figli della guerra e della violenza, sono i sopravvissuti delle bombe, quelli per i quali intuisce con precoce visione la necessità di una prevenzione educativa, che negli anni Settanta farà nascere le figure degli educatori sociali e professionali, totalmente assenti dalle carceri minorili e dai tribunali per minori, dove l’educazione scarseggiava, affidata a figure non formate come le suore e i censori.

Le ingiustizie private e sociali sono le stesse contro cui Elsa Morante scriveva Contro la bomba atomica. I ragazzini di Bonanni sono fratelli e sorelle di quelli di Ortese, Morante, Pasolini. Ragazzini impigliati fra le maglie della storia, costretti a risorgere nonostante la morte, la povertà, la fame, la miseria, le rovine.

Stilisticamente la rivoluzione che compie Bonanni è una rivoluzione paratattica: tutti i suoi libri sono composti di frasi brevi, spesso nominali, frasi da articolo di cronaca, dolorose e acute come saette.

È uno stile, il suo, folgorante, politico: non concede niente nei momenti di più forte intensità ma si lascia andare alla dolcezza solo quando descrive il paesaggio, il mare, il paese in cui abbandonarsi ai lunghi momenti di ozio dell’estate e alla memoria dell’infanzia. Una dolcezza però sempre in pericolo e pronta ad essere fatta brillare, come una bomba inesplosa. Come una pittrice, ma ancor di più come una cronista di guerra, lei disegna ritratti femminili, li fotografa, registra e porge al lettore, con affilata sapienza ed esattezza giudiziaria. È il caso della raccolta Città del tabacco (1977), i soggetti dei 19 racconti proposti sono donne: donne indurite dalla guerra, sfollate e figlie di sfollate divenute pazze (La figlia della signorina), borghesi annoiate alle prese con problemi di relazioni familiari (I teppistelli), giovanette ingaggiate per placare la sessualità dei soldati (L’ingaggio), giovani spose stroncate dall’allattamento (Latte d’asina), mogli impazzite e divenute anoressiche per la morte del figlio durante il rimpatrio dall’Africa (Il bambino del diario).

Anche in questi casi il fatto di cronaca è colto dalla scrittrice come sineddoche di un senso problematico dell’essere donne nel mondo, assieme alla precisa percezione di quanto la sfera della sessualità (ed è il caso soprattutto de Il bambino di pietra) incomba su di loro con una dirompente potenzialità di minaccia, cui la società non ha posto ancora rimedio. Sono questi gli anni in cui il movimento delle donne lotta per raggiungere il diritto al divorzio, all’aborto e a una contraccezione libera.

Si è parlato di Bonanni come di una maestra che aderì al fascismo, ma niente fu più lontano dal fascismo di lei, così anticonformista nelle relazioni, insofferente di ogni potere e così recettiva alla genesi della violenza minorile, che captava proprio nella mancanza di tutele educative e familiari degli ultimi.

Perché questo fu anche Bonanni, una figura di maestra, come la maggioranza delle scrittrici della sua generazione, a cavallo fra Ottocento e Novecento, cui l’unico sbocco lavorativo riservato era ancora quello di diventare maestre. Come maestra venne notata da un ispettore che la spinse a pubblicare il primo libro, le Notarelle di cronaca scolastica.

Giulia Caminito è fra le giovani scrittrici di oggi quella più attenta a recepire il valore letterario delle scritture di donne, lavorando soprattutto sull’analisi dei libri finalisti al premio Strega, per non lasciare «morire d’indifferenza la storia della nostra letteratura».

Laudomia Bonanni è stata scrittrice appartata e osservatrice minuziosa di sentimenti, angosce, vissuti femminili di quella società che transitava dal dopoguerra agli anni della ricostruzione, del benessere e della contestazione giovanile.

Un’uguale violenza privata e sociale accomuna adulti e bambini fra le rovine del dopoguerra, e li accompagna, negli anni della ricostruzione e del benessere. Una bomba sociale che brilla sulla pelle degli ultimi e sulle donne, di cui nei romanzi annota meticolosamente tipi, storie, sventure, e ingiustizie subite.

Ne Il bambino di pietra (1979) il grande motore della narrazione è ancora una volta la condizione delle donne, il rapporto con la maternità e con le proprie paure, attraverso gli strumenti della psicanalisi, tra cui il ripercorrere i ricordi d’infanzia e l’indagine del rimosso.

L’infanzia è un territorio sconosciuto. Anni della vita scomparsi, come se non li avessimo vissuti. A sprazzi la memoria ci ripresenta momenti isolati, luoghi persone impressioni, emersi dall’amnesia. E come possiamo sapere cosa abbiamo rimosso. Cerco di recuperare qualche filo”.

Siamo alla fine degli anni Settanta, il libro viene definito dalla protagonista come la stesura di liberi appunti su consiglio dello psichiatra. La protagonista, Cassandra, in preda a nevrosi d’ansia, riceve infatti, da uno psichiatra a cui si è rivolta, il consiglio di scrivere un diario delle proprie emozioni e liberi pensieri. Il suo è un flusso di coscienza che parte dal rapporto con la madre, a quello col marito, e narra la sua storia di donna sposata che tenta il recupero del passato, alla ricerca dei motivi che hanno dato alla sua vita un esito diverso da quello che ipotizzava. Il romanzo di Bonanni diviene una acuta critica alla famiglia borghese, in quanto questa riserva alla donna un destino di maternità sentito o come ineluttabile o, all’inverso, se negato, fonte di angoscia e negazione sociale.

L’occasione è ancora una volta il dato di cronaca, il trafiletto di giornale su una donna a cui nell’utero viene ritrovato un feto calcificato, un litopedio.

Come un osso incarnato il desiderio di maternità si incista nella vita delle donne e la condiziona, nel bene e nel male. Più in generale, è come donna e maestra, e soprattutto attraverso l’esperienza ventennale di giudice laico presso il Tribunale dei minori dell’Aquila, che ha avvertito dentro di sé fin dalla più giovane età, il sentimento di una maternità sociale, cioè il desiderio di cura, di riscatto e innalzamento degli ultimi.

Verso questi ultimi, i più amati, i seguiti con rimpianto e con la scoperta rabbiosa dell’inefficacia o addirittura dell’inesistenza di misure sociali atte a sostenerli, va il suo sguardo di donna e di scrittrice impegnata, popolare, uno sguardo antropologicamente parallelo a quello di Ignazio Silone e Mario Tobino de Le libere donne di Magliano, ma portatore di una conoscenza del mondo femminile totalmente profonda e libera.

***

Questo intervento segue l’incontro avvenuto ad Alba Adriatica il 26 giugno 2022, organizzato da Donne in Alba: «Queste nostre parole/ lingue di sole».

Si segnala l’intervista del 2021 a Giulia Caminito di Clelia Lombardo: https://leortique.wordpress.com/2021/01/22/le-donne-dello-strega-intervista-a-giulia-caminito-a-cura-di-clelia-lombardo/

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