L’italiano e il siciliano sono i fiumi sotterranei che alimentano il mio inglese: intervista a Edi Giunta

di Valentina Di Cesare e Viviana Fiorentino

Latitudini/Latitudes

Edvige (Edi) Giunta è scrittrice e insegnante. Nata a Gela nel 1959, dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, si trasferisce negli Stati Uniti, a Miami, dove prosegue i suoi studi universitari e consegue il Dottorato di ricerca. Negli anni ’90 si trasferisce a New York e insegna per qualche tempo all’Union College per poi diventare docente alla New Jersey City University. Alla fine degli anni ’90, Edi Giunta è cofondatrice del Collettivo delle donne italoamericane. Autrice di poesie, saggi e articoli, Edi Giunta si interessa particolarmente di autrici italoamericane e tiene workshop sulla scrittura di memoir.

Valentina e Viviana: Sei scrittrice e docente di scrittura creativa, sei siciliana e femminista e ti occupi con passione, tra le altre cose, di autrici italoamericane. Perché le loro opere continuano a essere nell’ombra? Cosa vuol dire essere un’autrice italoamericana nel 2020 e cosa significava nel passato?

Edvige Giunta: A metà degli anni novanta – mi dedicavo allo studio delle scrittrici italoamericane da qualche anno – ero alla ricerca di autrici di origine italoamericane. Sebbene ne conoscessi diverse, sentivo l’assenza della consapevolezza da parte di queste autrici di appartenere a un movimento letterario femminile e femminista in cui le scrittrici potessero riconoscersi, confrontarsi, crescere insieme. Volevo aiutare a sviluppare questo movimento creando degli spazi di incontro – ciò che poi divenne una parte chiave del mio impegno letterario per molti anni. Mi interessava trovare autrici di estrazione italoamericana, anche quelle che non scrivevano in maniera diretta delle loro origini. Mi interessavano le scrittrici che mettevano in discussione le loro culture di appartenenza, sia vecchie che recenti. Mi interessava anche vedere se queste autrici avessero un’identità pubblica al di là del contesto ristretto degli studi italoamericani, allora ancora un campo in via di emergenza, soprattutto quello letterario al femminile. Perciò andavo nelle librerie e chiedevo se avevano libri di scrittrici italoamericane. La risposta era sempre un’espressione confusa del libraio e poi l’inevitabile, “No.”  E allora io andavo nel settore romanzi e poesia – non c’erano ancora memoirs di autrici italoamericane – e  scorrevo gli scaffali, in cerca di nomi che apparissero italiani. Quando li trovavo, tiravo fuori il libro e segnavo autrice e titolo (poi mi mettevo in contatto con queste autrici trovate). Lasciavo poi il libro in bella vista in uno dei tavolini dov’erano i best-sellers. Un giorno, con mia grande sorpresa, un libraio mi disse che sì, avevano libri di donne italo americane, e mi guidò direttamente al settore… libri di cucina.

Ecco, questa cosa che è successa un quarto di secolo fa, illustra un limite reale che per certi versi esiste ancora nell’immaginare chi siano e cosa scrivano le autrici italoamericane – e spiega perché siano tuttora relativamente poco conosciute, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti. La visione pubblica della donna italoamericana è stata e rimane abbastanza limitata e limitante, convenzionale, confinata entro canoni di etnia e femminilità tradizionali che di rado si riscontrano nella letteratura italoamericana al femminile, o quando ci sono, vengono messi in discussione, trasformati, riscritti. E non solo recentemente, ma da decenni.

Writing with an Accent, Palgrave Macmillan, 2002

 

Le scrittrici italoamericane sono state prigioniere di vecchie idee che ben poco hanno a che fare con chi loro siano da un punto di vista creativo, culturale, e anche politico. Forse proprio per questo motivo non esiste ancora un vasto spazio pubblico che riconosca la varietà delle nostre storie, voci, narrative, ritmi, e direi anche “accenti”. Quanti lettori, al di là degli ambiti ultra-specializzatti – sia negli Stati Uniti che in Italia – hanno letto in maniera sistematica e ampia le autrici italoamericane? Quante (quali?) case editrici sono interessate alle voci diverse di questa letteratura? La letteratura delle donne italoamericane è cresciuta in tutti i generi ma il riscontro pubblico ed editoriale rimane limitato. Ci sono eccezioni importanti. Tra la metà degli anni novanta e i primi anni del 2000, la Feminist Press, allora diretta da Florence Howe e poi da Jean Casella, pubblicò e ristampò diverse opere di narrativa e memoir di autrici italoamericane e anche un’antologia che ho curato con Louise DeSalvo, The Milk of Almonds: Italian American Women Writers on Food and Culture. Allora anzi cercai di fare pubblicare quest’antologia in Italia ma non c’era interesse, seppure il libro presenti un’ampia selezione di voci, ben 54, che per la gran parte raccontano storie di cibo inaspettate e senz’altro non stereotipate. In quegli anni alla Feminist Press si parlava di creare una serie letteraria sulle autrici italiane e italoamericane, ma il progetto fu poi abbandonato. In Italia TutteStorie (grazie a Maria Rosa Cutrufelli) e Leggendaria (con Anna Maria Crispino) hanno creato spazi importanti per le donne italoamericane, e così hanno fatto anche alcune case editrici come Nutrimenti che ha pubblicato Louise DeSalvo, Tina De Rosa e Kym Ragusa (grazie al lavoro eccezionale della mia cara collega ed amica Caterina Romeo). Ovviamente tante case editrici americane pubblicano opere di donne italoamericane ma una serie letteraria tutta di donne avrebbe un effetto diverso, molto più potente.

Valentina e Viviana: Pensi che le autrici/gli autori italoamericani vivano sospesi tra le due culture che, per varie motivazioni, non riescono ad accoglierli pienamente?

Edvige Giunta: Essere sospese tra due o più culture non è un’esperienza unicamente italoamericana. È senz’altro un’esperienza americana. Negli Stati Uniti apparteniamo tutti ad almeno due culture. Non credo che oggi come oggi sia questo esistere tra due culture che non permette un’accoglienza piena. Anzi, credo che occorra una maggiore consapevolezza culturale della storia della diaspora italiana, della doppia o multipla appartenenza, sia per il pubblico italoamericano che per il pubblico americano in genere.

Valentina e Viviana: Sei una scrittrice bilingue. Quanto viene influenzata la tua scrittura dai diversi background culturali e da diverse geografie?

Edvige Giunta: Sono nata e cresciuta in Sicilia e ho completato gli studi fino alla laurea in Lingue e Letterature Straniere lì. Poi sono venuta a studiare negli Stati Uniti (Master’s e Ph.D. in Letteratura Inglese e Americana). Avevo già venticinque anni e quindi avevo alle spalle una forte formazione culturale e linguistica italiana. All’inizio mi sono allontanata da tutto ciò che era italiano per uno spirito di sopravvivenza ed adattamento psicologico, sociale, e culturale. Ma dopo qualche anno di americanizzazione ho fatto un percorso a ritroso avvicinandomi addirittura ad antenate indirette, le antenate delle scrittrici italoamericane spesso protagoniste delle loro storie. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere di queste donne si è aperto un altro canale creativo e linguistico in me e ho cominciato a scrivere poesia e memoir – solo in inglese, con parole italiane e siciliane che sbirciano ogni tanto.

Non so se sono diventata bilingue. Da un punto di vista tecnico certo. Più che altro sento che sono entrata in una dimensione di border, in-between, in transito, quello spazio dell’andirvieni che è la condizione esistenziale dell’emigrato. Ho acquisito un linguaggio, ne ho perso un altro – scrivere in italiano è diventato quasi innaturale, un linguaggio del sogno, dimenticato e ricordato, il linguaggio di un passato remoto, ancestrale. E l’Italia, la Sicilia soprattutto, rappresentano una dimensione che posso ricreare solo attraverso l’inglese, che non è la mia lingua madre.

 

The Milk of Almonds, The Feminist Press at CUNY, 2017

Valentina e Viviana: Quali sono gli effetti di una mancata adeguata attenzione alla scrittura femminile?

Edvige Giunta: Il silenzio, l’invisibilità, l’isolamento, i dubbi, i libri che vengono alla luce postumi. Il rischio più grande? I libri che non verranno mai scritti, le influenze e collaborazioni letterarie che non verranno mai alla luce.

Valentina e Viviana: Perché secondo te l’Italia conosce così poco o addirittura ignora tutta la grande produzione letteraria e artistica dei suoi emigrati e dei loro discendenti?

Edvige Giunta: Da un lato ci sono i pregiudizi di classe che sono legati alla storia dell’emigrazione delle grandi masse che lasciarono il sud. Dall’altro bisognerebbe sviluppare una visione dinamica di questa letteratura che alla fin fine non parla sempre di emigrazione e contiene un’Italia ricordata, ricostruita, frammentaria, immaginata, inventata, un’Italia trapiantata e trasformata nelll’ambito del tessuto storico-culturale-linguistico americano.

Valentina e Viviana Scrivi abitualmente in inglese ma la tua lingua madre è l’italiano. Quali sono gli elementi che ami maggiormente di queste due lingue? Cosa li rende differenti specie nella scrittura creativa, nei suoni e nel lessico?

Edvige Giunta: L’inglese è un passaporto che mi offre un accesso diverso all’Italia della mia memoria, un accesso che non perde di vista anzi contiene la mia esperienza di emigrazione e di rottura (e desiderio costante di riconnessione) con il mio paese e la mia cultura. Scrivendo in inglese non posso mai lasciare la dimensione di outsider. Amo la precisione dell’inglese, la sintassi, la chiarezza, la semplicità. Dell’italiano, e anche e forse soprattutto del siciliano – una lingua che capisco perfettamente ma non parlo con disinvoltura perché come tanti siciliani, soprattutto donne, cresciute negli anni sessanta, mi era proibita – amo i suoni, i ritmi, le immagini e le emozioni che evocano certe parole che poi diventano protagoniste insostituibili. Per esempio, ho appena finito un breve saggio memoiristico per un’antologia sulla diaspora italiana curata da Mari Badagliacca, Italy Is Out, e l’ho intitolato “Llammicu,” termine siciliano che esprime il desiderio doloroso per ciò che si aveva e si è perso come nessuna parola in inglese può fare. Quando scrivo uso entrambe le lingue, non in un processo di traduzione, ma di incontri e di scontri. L’italiano e il siciliano sono sono sempre presenti e non solo attraverso le parole che ogni tanto si inseriscono nella mia scrittura inglese. L’italiano e il siciliano sono i fiumi sotterranei che alimentano questo mio inglese.

 

 

Litania per le mani di mia madre

di Edvige Giunta

Traduzione di Daniela Spampinato e Francesco Di Vincenzo

 

 

Voi che cucite  l’orlo del suo vestito

Voi che lavorate un maglione

di lana blu e bianca

disegno norvegese per una ragazza siciliana

Voi che scrivete una lettera alle figlie Amiricane, ora

alla nipote che voi non riconoscete

Voi che lavate i piatti quelli per le occasioni speciali

con la riga d’oro

i piatti che lei conserva nella vitrina

(mentre le sedie della stanza da pranzo cadono a pezzi)

Voi che spolverate la porcellana di Capodimonte ‘nto salottu

dove la sua piccola si esercitava in interminabili scale

al pianoforte che voi non potete toccare

i doni di nozze deliziosi e ridicoli

Voi che affettate melanzane per la parmigiana della sera

pelle di porpora troppa grazia nel bidone dei rifiuti

Voi che asciugate la sua fronte dopo aver steso il dolce astratto

per il ragù rossiccio concentrato di sudore femminile

Voi che grattugiate pecorino fresco su di un piatto fumante

(non ne ricordo più il profumo)

Voi che spalmaste nutella (sempre Ferrero) sul pane di mio fratello

abbondanti fette sottili di vosteddra del panificio del vicolo

Voi che asciugaste lacrime dopo che lui era caduto dal tetto

testa rotta dopo aver danzato con gli uccelli

con il sangue che usciva dalle sue orecchie fontane impressionanti

Voi che raccogliete arance e mandarini prezzemolo e basilico

Voi che correggeste dettati di prima elementare

Voi che guidaste le mani degli alunni più piccoli

Voi che tracciaste maldestre consonanti e vocali sulle righe

(come possono essere le vocali inglesi così diverse?)

Voi che pagate conti

Voi che pagaste un biglietto Alitalia solo per il ritorno

Voi che componete sempre numeri di telefono nuovi zero uno uno tre nove

(questo è quello che compongo io, non ricordo il suo numero)

Voi che trasportate la sua valigia autobus treno aereo

Voi che rassettate il suo vestito

Voi che sistemate abiti Voi che sistemate stanze Voi che sistemate esistenze

Voi che rimescolate il passato Voi che fate ribollire il suo odore

Voi che confezionaste scatole di paste di mandorla

per Catania Miami Southampton Schenectady North Brunswick

Jersey City

Voi che mandate ancora il vostro dono

senza misura con pena

Voi che stringete fra ruvidi fogli di carta marrone

NON RIMANDARE INDIETRO SE NON CONSEGNATO

Voi che strizzate l’acqua da una camicetta di seta Rinascente

Voi che strizzate la pena

reggete me ruvida dolcezza sul mio viso

ardente desiderio della vostra carezza.

 

 

 

© Valentina Di Cesare & Viviana Fiorentino

© Edvige Giunta

2 thoughts on “L’italiano e il siciliano sono i fiumi sotterranei che alimentano il mio inglese: intervista a Edi Giunta

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  1. There is something magical about the way that Edi Guinta’s Sicilian origins transform the English language in her writing. It’s a pleasure to hear her speak, in this unaffected interview, in her native tongue.

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