Si puo parlare di “poesia femminile”? [ita, fra]

di © Marilyne Bertoncini

[French below/ Texte français ci-dessous]

Musarder Una rubrica bilingue (italiano/francese) a cura di Marilyne Bertoncini. Incursioni nella storia della letteratura francese, per riscoprire scrittrici francesi dimenticate. / Musarder A bilingual column (Italian/French) by Marilyne Bertoncini. Intrusions into French Literature to rediscover forgotten French women writers.

È questo l’oggetto di un dibattito proposto durante il Festival Voix Vives de Méditerranée en Méditerranée, nel luglio 2021, per le edizioni Transignum, fondate dall’artista Wanda Mihuleac; questo dibattito, condotto congiuntamente da Carole Mesrobian e Laurent Grison, ha dato la parola alle autrici di queste edizioni presenti a Sète: Claude Ber, Colette Klein, Eva-Maria Berg e la sottoscritta.

Carole Mesrobian, Marilyne Bertoncini, Claude Ber

Questa domanda, similare a quella della scrittura femminile, può sembrare superata sotto questa forma al giorno d’oggi.

Hélène Cixous, in Le Rire de la Méduse, nel 1975, la promosse dichiarando che le donne che erano state espropriate della letteratura così come dei loro corpi dovevano reclamarli attraverso la scrittura.

Questa affermazione fu sostenuta all’epoca dal lavoro della linguista Luce Irigaray, che denunciava il fallocratismo del linguaggio, come lo fu dalla critica femminista Elaine Showalter – fondatrice di Women’s studies – che definì questo movimento come «l’iscrizione del corpo femminile e della differenza femminile nella lingua e testi» (Elaine Showalter, “Critica femminista nel deserto” in The New Feminist Criticism: saggi su donne, letteratura e teoria, Londra, Virago, 1986, p. 249.)

Fu il tempo di una rivendicazione politica pienamente giustificata sotto questa forma, che sceglie di porre il corpo della donna al centro della sua scrittura per richiedere di fargli posto anche in una società prevalentemente maschile, e bianca (le lotte femministe sono sempre state unite a lotte per l’integrazione delle minoranze). Dovremmo però attenerci a queste posizioni – arte femminile vs arte maschile – nel 2021, ora che i dibattiti sui generi e le scoperte scientifiche (oltre alla ricerca etnologica) ci portano a pensare alla binarietà come superata, residuo di un pensiero occidentale segnato anche da secoli di religione – mentre l’esperienza singolare che ciascuno ha della sua individualità è anche molto più raffinata e sfumata. È quindi del tutto naturale che l’esperienza personale dei partecipanti a questo dibattito sposti la discussione del corpo fisico e sessuale del poeta a quella del corpo sociale in cui è inscritto, con le sue rappresentazioni.

A riprova, e ad aprire il dibattito, la foto del bando sul programma del festival. Questo intervento deve essere collocato nel suo contesto globale per comprenderne il significato. Maithé Vallés-Bled, la fondatrice di questo festival, una donna notevole, storica dell’arte, curatrice del museo Paul Valéry, invita e promuove numerose poetesse, tanto tra gli ospiti quanto tra gli animatori. Non c’è dubbio – sarebbe grottesco – accusare di discriminazione, sessismo o misoginia un programma che permette di tenere sul podio centrale un dibattito organizzato da un’editrice, che presenta le sue autrici. Un dettaglio però sorprende, e mette in rilievo l’emergere (come la punta di un iceberg) dei resti ostinati dell’inconscio collettivo della nostra società – evidenziando questo «punto cieco» del nostro pensiero che impedisce di rendersi conto dell’incongruenza di certe pratiche, così profondamente radicate in una pratica culturale, uno stato di cose, che si assume come naturale:

Si tratta dunque proprio di un dibattito sulla scrittura femminile (écriture féminine), le ospiti sono donne, ricevute da due animatori, un uomo e una donna, entrambi ben annunciati dalla dicitura, ma nel programma compare solo una foto: quella del signore (che non posso nemmeno accusare di misoginia – gli devo anche una bellissima prefazione alla raccolta Sable, edita da Transignum, di cui allego in fondo l’estratto letto durante questo dibattito).

Sfortunata coincidenza, mancanza di tempo per ottenere l’immagine dell’ospite femminile, come mi è stato detto. Qualunque sia il motivo di questo post, esiste (e non scandalizza nemmeno le persone coinvolte in prima persona nella lotta per i diritti delle donne) una pubblicità che parla di donne che in realtà sono “invisibili” sul programma – donne alle quali si dà certo la parola, ma che non si mostrano, senza alzare il minimo battito di ciglia – prima dell’analisi dell’immagine di fronte al pubblico. Ripeto, non si tratta di stigmatizzare nessuno segnalando questo dettaglio rivelatore, ma di sottolineare ciò che tradisce: ci sono donne che scrivono, sono numerose, ma “invisibilizzate”. Inoltre, scompaiono anche nel corso della storia letteraria (o della storia dell’arte, che sta appena cominciando a trovare anche in Francia nomi di artiste sotto attribuzioni pittoriche a pittori maschi – e questo vale per la storia del pensiero, della scienza…). Claude Ber, durante il dibattito, ricorda che la poetessa Marie-Claire Blancquart – della quale si propongono da leggere alcuni testi in fondo all’articolo – donna colta, autrice di un’importante opera poetica (23 raccolte), ma anche di romanzi e saggi, incaricata di una collana presso le edizioni Gallimard, non è apparsa nella tascabile di questo editore, “poésie-gallimard”, che dopo la sua morte, nel 2019, mentre vi compaiono molti poeti-uomini viventi. Coincidenza, anche lì, punto cieco che fa peraltro riflettere sul fatto che si nota a malapena la piccola percentuale di poetesse a cui sono assegnati premi prestigiosi, o che compaiono nei programmi degli esami e dei concorsi.

Le Ortique ha recentemente pubblicato in questa sezione un mio articolo su Marceline Desbordes-Valmore, famosa poeta ai suoi tempi, stimata dai suoi coetanei, ispiratrice di Verlaine tra gli altri, per la novità della sua scrittura, i cui versi sono ancora oggi cantati, ma scomparsa dalla memoria letteraria alla sua morte (1859), al punto che un critico, Henri Potez, ne fu sorpreso nel 1897, a meno di 40 anni dalla sua morte, in un articolo sulla Revue D’Histoire Littéraire De La France e cercò di capire le ragioni della disaffezione che la colpisce, mentre i nomi dei romantici contemporanei che la ammiravano – Lamartine, Vigny… – rimangono nei libri di testo.

Uno di questi motivi potrebbe essere il rovescio di questa postura iniziale rivendicata dalle femministe degli anni ’70: il mantenimento in un “ghetto” tematico, confinato al corpo femminile, alle sue gravidanze, alla sua menopausa, o ai luoghi della sua presunta esistenza casalinga. Tuttavia, come sostiene assieme a me la poeta Claude Ber – che a ragione ha scelto questo nome ambivalente per sfuggire alla classificazione “femminile/maschile” – non si scrive con una parte sessuale del proprio corpo, ma con se stesso intero, rivolto all’alterità e all’universale. “Quello” in noi che scrive, con il materiale del linguaggio, non ha nulla a che fare con le distinzioni di genere, ma viene dal profondo dell’umano dentro di noi, dal cuore nero della lingua.

Esisterà, inoltre, una “essenza femminile” e una “essenza maschile” che condizionerebbe universalmente i nostri atteggiamenti, i nostri sentimenti, la nostra scrittura? Cito a questo proposito l’ambiguo complimento di un poeta amico che sottolineava “la delicatezza tutta femminile” della mia scrittura, e che non capiva che io potessi contestare che si trattasse di un complimento: in che senso, però, la delicatezza dovrebbe avere un genere? E perché questa sarebbe proibita a uno scrittore-uomo? Così come il potere – o l’uso di parole grossolane – sarebbe dunque prerogativa esclusiva delle penne maschili? Questo è senza dubbio ciò che denuncia la poesia letta da Claude Ber in conclusione, evocando questa “paura del linguaggio” inculcata fin dall’infanzia, il che significa che una donna non può usare certe parole, o trattare certi argomenti triviali, pena l’essere accusata di una volgarità scioccante.

Putainçapue

Saleté du train les chiottes puantes bouchées d’étrons maculées de pisse et de graffitis

et un enfant d’une dizaine d’années accroupi tapant du point gueulant ohputainçapueohputain

dans le compartiment même odeur d’urine et de godasses autour de deux vieilles tapies dans un coin et l’odeur de pâté mêlée à celle de la sueur

le gamin dit

putainçapueputainçapueputainçapue

et la mère

mais mon chéri, c’est du pâté, les gens mangent.

Putainçapueputainçapue

Viens mon chéri, on va plus loin.

Putainouaisçapueouaisputainçapue

la grosse anglaise mange son sandwich au pâté en lisant un international bestseller

les banquettes du compartiment sont crevées

dehors ciel cérueléen au couteau

et identiquement la mer

l’enfant :

putainçapueputainçapue

un homme dans son portable :

Allô Anna-Maria, Anna-Maria ! Soledad, le bleu comme un festin que nul ne regarde. Anna-Maria, los ojos de Anna-Maria

Putainmerdeçapue, l’enfant encore et l’homme « Anna-Maria de la mia vida »

le wagon sent les chaussettes sales et l’entrecuisse

sur la porte du comportiment « va te faire enculer pédale ! » « suce-moi la bite connasse »

et l’enfant putainçapueputainçapue

la mère : mon chéri, viens mon chéri

sur la page de l’international best-seller une femme écarte les jambes

l’anglaise en plie la fente avec le pouce

« Anna-Maria ta peau comme la nuit à peine devinée quand le soir tombe et que »

Putainçapue, l’enfant toujours

et le ciel qui défile à l’envers dans le miroir et égaux la mer et la vague de branches fouettées

et cela quand je le vois, c’est ma vie plus que jamais qui aura lieu

je me souviens alors la détestation du langage finalement ce n’était que cela, la peur dans la langue comme une échine pliée

et douze heures durant fuyant l’enfant : putainmerdevatefaire

la mer lamort merci

(Claude Ber, La Mort n’est jamais comme, éd. Bruno Doucey, 2019)

Cazzocipuzza

Sporcizia sul treno, bagni puzzolenti intasati di piscio e pezzi di merda imbrattati di graffiti

e un ragazzo circa dieci anni accovacciato che batte il pugno urlando oh cazzocipuzzacazzocipuzza

nello scompartimento lo stesso odore di urina e di scarpe intorno a due vecchie appostate in un angolo e l’odore di paté misto a quello di sudore

il ragazzo dice

cazzocipuzzacazzocipuzzacazzocipuzza

e la madre

ma tesoro, è paté, la gente mangia.

cazzocipuzzacazzocipuzza

Forza tesoro, andiamo oltre.

cazzosecipuzzacazzoquantocipuzza

la grassa inglese mangia il suo sandwich al pâté mentre legge un bestseller internazionale

le panche della carrozza sono strappate

fuori il cielo ceruelo al coltello

e identico il mare

il ragazzo:

cazzocipuzzacazzocipuzza

un uomo al cellulare:

Pronto Anna-Maria, Anna-Maria! Soledad, il blu come un banchetto che nessuno guarda. Anna-Maria, los ojos de Anna-Maria

Fanculomerdacipuzza, il ragazzo di nuovo e l’uomo “Anna-Maria de la mia vida”

la carrozza puzza di calzini sporchi e d’inguine

sulla porta della carrozza “vafanculo culano!” “”Succhiami il cazzo stronza”

e il ragazzo cazzocipuzzacazzocipuzza

la madre: tesoro mio, vieni tesoro mio

sulla pagina del bestseller internazionale una donna allarga le gambe

l’inglese piega la fessura con il pollice

“Anna-Maria la tua pelle come la notte appena intuita quando cala la sera e”

cazzocipuzza il ragazzo ancora

e il cielo che scorre capovolto nello specchio ed uguali il mare e l’onda dei rami frustati

e questo quando lo vedo, è la mia vita più che mai come sarà

Ricordo allora l’odio del linguaggio finalmente era soltanto questo, la paura dentro al linguaggio come una spina dorsale chinata

e per dodici ore scappando dal ragazzo: puttanacazzovafanculo

il mare la morte grazie

(trad. Marilyne Bertoncini)

Ricordiamo anche, allo stesso tempo, che per secoli, in Occidente, le donne non hanno avuto accesso agli studi classici – era loro proibito (e impossibile) occuparsi di materie “nobili”: restava il domestico, la famiglia, la casa intorno al focolare – o la natura. Alle donne le nature morte, agli uomini scene storiche, agli uomini le tragedie; alle donne la corrispondenza intima, in uno stile distinto, privo di rudezza (quale donna avrebbe potuto scrivere La Charogne di Charles Baudelaire, senza perdere subito il suo status sociale?) Tuttavia, opere come quella di Marguerite Yourcenar, prima donna ammessa, nel 1980, all’Académie Française (fondata nel 1635) dimostrano che il genere dell’autore non impone né un tema né una scrittura – sarebbe molto intelligente chi saprebbe come determinare il sesso o il genere dell’autore delle Memorie di Adriano, o di L’Opera al nero sulla sola lettura di queste opere.

A conferma di questa posizione, la lettura da parte del moderatore del dibattito di due brani dal libro di Carole Mesrobian e Alain Brissiaud, Ottobre: ​​voci alternate (romanzo e corsivo), intrecciate, per le quali è impossibile per il pubblico interrogato (privo di segni grammaticali di genere) di determinare chi sta parlando, il poeta o la poeta.

Tu dis que le rouge

Attrape les rêves

et délie les lèvres sombres du doute

Qu’avons-nous partagé

Si ce n’est le grenat de parler

Pour nous taire

Est-ce que les heures alignées sur le nombre des passages

Peuvent graver plus durement le mauve de la nuit

Que cet instant

de quelques plis d’aiguilles dans le fond des pendules

apeurées par la disparition du temps

*

Tu ôtes le dernier vêtement

et je me sens coupable

d’êre encore ici à t’écouter

tandis

que tu me donnes à voir la trace sourde

celle-là même

souviens-toi au fond du corridor

toute nue

comme au désert

tu jetais la frange de pudeur

tu viens d’un endroit si vaste et calciné

qu’il en est beau

c’est un baiser d’adieu qui prend toute la place

ô vais-je échapper à tes questions

puissent-elles ne jamais revenir

*

Tu dici che il rosso

Cattura i sogni

e scioglie le labbra scure del dubbio

Cosa abbiamo condiviso

Se non il granato del parlare

Per stare zitto

Sono le ore allineate sul numero dei passaggi?

Può incidere più forte il malva della notte

Che questo momento

di qualche piega d’aghi nella parte inferiore degli orologi

spaurite dalla scomparsa del tempo

*

Ti togli l’ultimo indumento

e mi sento in colpa

di essere ancora qui ad ascoltarti

mentre

mi dai da vedere la traccia sorda

proprio quella

ricordati in fondo al corridoio

tutta nuda

come nel deserto

hai gettato la frangia del pudore

vieni da un posto così vasto e carbonizzato

che ne diventa bello

è un bacio d’addio che occupa tutto lo spazio

oh sfuggirò alle tue domande

possano non tornare mai più

*

Tu sais parfois

quand je m’éveille

c’est plus que la nuit

ce moment

qui dit l’effacement de ta présence

tant

qu’il n’est plus de dehors

et non plus ton visage

juste le souvenir souviens-toi

le rêve où il nous faut renaître

et croire

sans cesse

sans personne

tu dis savoir ces choses

de celles qui n’ont pas de nom

mais alors pour qui

cette barque d’étoiles au creux de tes mains

maintenant tout est fini

laisse tes vieux habits sur la rive

juste

sois l’ombre du matin

la voix lointaine

*

Tu dis mon nom comme on nomme un passage

dans la gorge des nuits tu délies

l’étranglement des solitudes

sur l’ombre des matins

Je dors à l’estuaire de ton ciel

le cygne de mes bras

couronne ton sommeil

notre terre désormais

est l’éclipse des jours

je suis le vent d’amont

et la moiteur immaculée des marées

éparpillés dans le miracle

de ta respiration

extrait de Octobre – Carole Carcillo Mesrobian, Alain Brissiaud (Phb ed. 2021)

A volte sai

quando mi sveglio

è più della notte

questo momento

che dice il cancellarsi della tua presenza

tanto

che non esiste più un fuori

e non più la tua faccia

soltanto il ricordo ricordati

il sogno dove dobbiamo rinascere

e credere

senza sosta

senza nessuno

dici di sapere queste cose

quelle che non hanno nome

ma poi per chi allora

questa barca di stelle nel palmo delle tue mani

è tutto finito ora

lascia i tuoi vecchi vestiti sulla riva

sii soltanto

l’ombra del mattino

la voce lontana

*

Dici il mio nome come si chiama un passaggio

nella gola delle notti sleghi

lo strangolamento delle solitudini

sull’ ombra del mattino

Dormo nell’estuario del tuo cielo

il cigno delle mie braccia

corona il tuo sonno

la nostra terra adesso

è l’eclissi dei giorni

io sono il sopravvento

e l’umidità immacolata delle maree

sparse intorno al miracolo

del tuo respiro

trad. Marilyne Bertoncini

Questa inutile distinzione tra maschile e femminile nella scrittura è confermata dal libro doppio del poeta Felip Costaglioli, presentato congiuntamente da Carole Mesrobian e da me in apertura del dibattito: le edizioni della Crypte hanno appena pubblicato, con due copertine marchiando un “genere” – una rosa, l’altra blu – lo stesso identico testo di questo poeta – che scrive anche in tre lingue, e che qui rivendica la possibilità di essere assieme un ragazzo e una ragazza.

Con J’attends mes pertes, (in francese, il termine designa sia la privazione che le mestruazioni) è un’importante posizione politica che l’autore (e l’editore che lo sostiene) adotta, dichiarando in una poesia dell’ultima parte:

Oggi finalmente anch’io sono un ragazzino e una ragazzina. Non credo nell’alchimia ma mi piacciono le briciole nei miei quaderni. “

Trovo molto rilevante che questa posizione politica e fondamentalmente femminista sia assunta da un uomo, perché dimostra che la direzione che deve prendere il femminismo dovrebbe essere quella di un nuovo umanesimo, che permetta a tutti di essere animus e anima, nei termini di Jung, per assumere a volte la propria parte di femminilità – o no. Una posizione che non negherebbe più una metà dell’umanità, senza nemmeno sconfinare ciascuno al ruolo di carnefice o di vittima: una posizione attraverso la scrittura che permetterebbe finalmente di passare oltre i compartimenti/comportamenti imposti da una società che si ostina a inquadrare, disciplinare, fissare. E che porterebbe a parlare della scrittura delle donne e del loro riconoscimento reale, piuttosto che evocare una “femminilità” inesistente della scrittura: l’eventuale “femminità” residuale proviene dalla difficoltà a nascere scrittrice, anche a nostri giorni, e non più diversa da altre scritture singolari – come tenta di provare il racconto di Sabbia.

Avvolta dalla duna

Lei si erge al di sotto di qualsiasi

assenza

Sabbia

e la duna disegna il riflesso della luna

nell’ultimo quarto

Prigioniera delle sabbie la luce scintilla

sorge dalle dune d’oro bianco contro l’oceano glauco

come da una pupilla aperta sul vuoto

Donna-sabbia

cancellabile

la cui traccia

si dissolve

nel leggero tormento sollevato dal vento

sul fianco della collina

(…)

Piombo ruzzolando lungo il fianco di Sabbia

e la duna crolla, mossa dalla sua schiuma secca.

Piombo rotolo dal grembo della duna

e la mia mano scorticata alla sua corona di filo spinato.

sanguina colore ruggine sullo splendente

cristallo

di silice

Sono figlia di Sabbia

ma le parole

sono mie

Io grido

Io scrivo

Marilyne Bertoncini – extraits de Sable (éd. Transignum 2019)

Y a-t-il une poésie féminine?

C’est le sujet d’un débat proposé lors du Festival Voix Vives de Méditerranée en Méditerranée, en juillet 2021, à l’initiative de Carole Mesrobian pour les éditions Transignum, fondées par l’artiste Wanda Mihuleac; ce débat, mené conjointement par Carole Mesrobian et Laurent Grison, donnait la parole aux autrices de ces éditions présentes à Sète: Claude Ber, Colette Klein, Eva-Maria Berg, et moi-même.

Cette question, qui rejoint celle de l’écriture féminine, peut sembler dépassée de nos jours. Hélène Cixous, dans Le Rire de la Méduse, en 1975, la promouvait en déclarant que les femmes ayant été dépossédées de la littérature comme de leurs corps devaient se les réapproprier à travers l’écriture.

Cette revendication est étayée à l’époque par les travaux de la linguiste Luce Irigaray, dénonçant le phallocratisme de la langue, et de la critique et femme de lettres féministe Elaine Showalter – fondatrice des Women’studies qui définit ce mouvement comme «l’inscription du corps féminin et de la différence féminine dans la langue et les textes» (Elaine Showalter, «Feminist Criticism in the Wilderness» dans The New Feminist Criticism: essays on women, literature, and theory, Londres, Virago, 1986, p. 249).

C’est l’époque d’une revendication politique tout à fait justifiée sous cette forme, qui choisit de placer le corps de la femme au centre de son écriture pour appeler à lui faire place aussi dans une société majoritairement mâle, et blanche (les combats féministes rejoignent depuis toujours les luttes pour l’intégration des minorités). Doit-on toutefois s’en tenir à ces postures – art féminin vs art masculin – en 2021, alors même que les débats sur les genres et les découvertes scientifiques (outre les recherches ethnologiques) amènent à penser la binarité comme dépassée, reliquat d’une pensée occidentale marquée aussi par des siècles de religion – alors que l’expérience singulière qu’a chacun de son individualité est aussi bien plus fine et nuancée. C’est donc tout naturellement que l’expérience personnelle des participantes à ce débat déplace le questionnement du corps physique et sexué du/de la poète à celui du corps social dans lequel il s’inscrit, avec ses représentations.

Pour preuve, et pour lancer le débat, la photo de l’annonce sur le programme du festival. Il faut replacer cette intervention au cours du débat dans son cadre pour en comprendre le sens: depuis des années, Maithé Vallés-Bled, la fondatrice de ce festival, femme remarquable, historienne de l’art, conservatrice du musée Paul Valéry, fait la part belle aux femmes poètes parmi les invités comme parmi les animateurs. Il n’est pas question – ce serait grotesque – d’accuser de discrimination, de sexisme ou de mysogynie une programmation qui permet sur le podium central un débat organisé par une éditrice, qui présente ses autrices… Un détail pourtant frappe, qui voudrait interroger une émergence (comme la pointe d’un iceberg) des tenaces restes de l’inconscient collectif de notre société – souligner la tache aveugle qui nous empêche de réaliser l’incongruité de certaines pratiques, tant elles sont ancrées dans une pratique culturelle, un état de faits, qui les donne pour naturelles:

Il s’agit donc bien d’un débat sur l’écriture féminine, les invitées sont des femmes, deux animateurs, un homme et une femme, qui sont bien annoncés tous deux… mais une seule photo figure sur le programme… celle du monsieur (qu’on ne peut pas non plus taxer de misogynie – je lui dois d’ailleurs une très belle préface pour le recueil Sable, publié chez Transignum, dont je joins l’extrait lu lors de ce débat).

Hasard malheureux, manque de temps pour se procurer l’image de l’animatrice… quelle que soit la raison de cet affichage, il existe (et ne choque pas, même des personnes engagées personnellement dans la lutte pour les droits des femmes ) une annonce parlant de femmes qui sont de fait «invisibilisées» sur le programme – femmes à qui on donne certes la parole, mais qu’on ne montre pas, sans que cela ne soulève le moindre cillement – avant l’analyse d’image pour le public. Je le répète, il ne s’agit pas de stigmatiser qui que ce soit en pointant du doigt ce détail parlant, mais de souligner ce qu’il trahit  : il y a des femmes qui écrivent, elles sont nombreuses, mais « invisibles ». D’ailleurs, elles disparaissent aussi au fil de l’histoire littéraire (ou de l’histoire de l’art, qui commence à peine à retrouver des noms d’artistes-femmes sous des attributions picturales à des peintres-hommes – ou de l’histoire de la pensée, des sciences…). Claude Ber, lors du débat, rappelle que la poète Marie-Claire Blancquart, femme cultivée, autrice d’une œuvre poétique importante, de romans, d’essais, en charge d’une collection aux éditions Gallimard, n’a fait son apparition dans la collection poche de cet éditeur, «poésie-gallimard»… qu’après sa mort en 2019 – alors que de nombreux poètes-hommes y figurent de leur vivant… Hasard, là aussi, tache aveugle qui fait par ailleurs qu’on ne remarque guère la faible proportion de femmes poètes auxquelles sont attribués des prix prestigieux, ou qui figurent aux programmes des examens et concours.

Le Ortique a récemment publié dans cette rubrique mon article à propos de Marceline Desbordes-Valmore, célèbre à son époque, estimée de ses pairs, inspiratrice de Verlaine entre autres, par la nouveauté de son écriture, dont les vers sont toujours chantés de nos jours, mais disparue de la mémoire littéraire dès sa mort (1859), au point qu’un critique, Henri Potez, s’en étonne dès 1897, soit moins de 40 ans après sa disparition, ans un article de la Revue D’Histoire Littéraire De La France et tente de comprendre les raisons de la désaffection qui la frappe, alors que les noms des romantiques contemporains qui l’ont admirée – Lamartine, Vigny… demeurent dans les manuels.

L’une de ces raisons pourrait bien être le revers de cette posture initiale revendiquée par les féministes des années 70 : le maintien dans un « ghetto » thématique, confiné au corps féminin, ses grossesses, sa ménopause, ou aux lieux de son existence supposée, et ménagère. Or, ainsi que le rappelle comme moi la poète Claude Ber, on n’écrit pas avec une partie sexuée de son corps, mais avec soi tout entier, tourné vers l’altérité et l’universel. « Cela » en nous qui écrit, avec le matériau langage, n’a rien à voir avec les distinctions genrées, mais vient du profond de l’humain en nous, du cœur noir de la langue.

Y a-t-il d’ailleurs une «essence féminine» et une «essence masculine» qui conditionneraient universellement nos attitudes, nos sentiments, notre écriture? Je cite à ce propos le compliment ambigu d’un poète soulignant «la délicatesse toute féminine» de mon écriture, et qui ne comprenait pas que je conteste qu’il s’agisse d’un compliment : en quoi pourtant la délicatesse devrait-elle être avoir un genre? Et celle-ci serait-elle interdite à un écrivain-homme ? De même que la puissance – ou l’usage de mots grossiers – serait donc apanage exclusif des plumes masculines ? C’est sans doute ce que dénonce le poème lu par Claude Ber en conclusion, évoquant cette « peur du langage » inculqué dès l’enfance, qui fait qu’une femme ne saurait user de certains mots, ou traiter certains sujets triviaux, sous peine d’être taxée de vulgarité choquante.

Rappelons également, parallèlement, que pendant des siècles, en Occident, les femmes n’ont pas eu accès aux études classiques – il leur était interdit (et impossible) de traiter les sujets  «nobles» : restaient le domestique, le familial, l’autour du foyer – ou la nature. Aux femmes les natures mortes, aux hommes les scènes historiques… aux hommes les tragédies, aux femmes la correspondance intime… dans un style distingué, dépourvu d’aspérités (quelle femme aurait pu écrire La Charogne de Charles Baudelaire, sans perdre immédiatement son statut social?) Pourtant, des œuvres comme celle de Marguerite Yourcenar, première femme admise, en 1980, à l’Académie Française (fondée en 1635) prouvent que le genre de l’auteur n’impose ni une thématique ni une écriture – et bien habile qui saurait déterminer le sexe ou le genre de l’auteur des Mémoires d’Hadrien, ou de L’Oeuvre au Noir sur la seule lecture de ces œuvres.

Confirmant cette position, la lecture par l’animateur du débat de 2 passages du livre de Carole Mesrobian et Alain Brissiaud, Octobre : voix alternées (graphie romaine et italiques) dans lesquelles il est impossible au public interrogé (privé des marques de genre grammatical) de déterminer qui parle, de la poète ou du poète.

Cette inutile distinction est confirmée par le(s) livre(s) du poète Felip Costaglioli, présenté par Carole Mesrobian et moi-même en ouverture de débat : les éditions de la Crypte viennent en effet de publier, sous deux couvertures «genrées», l’une rose, l’autre bleue, le même texte de ce poète – qui écrit par ailleurs en trois langues, et qui ici revendique la possibilité d’être garçon ET fille. Avec «J’attends mes pertes», (en français, le terme désigne autant la privation que les menstruations) c’est une posture politique importante qu’adopte l’auteur (et l’éditeur qui le soutient) en déclarant dans un poème de la dernière partie :

«Aujourd’hui moi aussi enfin je suis un peu garçon et un peu fille. Je ne crois guère en l’alchimie mais j’aime les miettes dans mes carnets.»

Je trouve très important que ce positionnement politique et fondamentalement féministe soit assumé par un homme, car il prouve que le sens dans lequel doit s’engager le féminisme devrait être celui d’un nouvel humanisme, permettant à chacun d’être animus et anima, selon les termes de Jung, d’assumer https://wordpress.com/post/leortique.wordpress.com/2468selon les moments sa part de féminité – ou pas. Une position qui ne nierait pas la moitié de l’humanité, mais qui ne cantonnerait pas non plus chacune dans un rôle de bourreau ou victime: une position par l’écriture qui permettrait enfin de dépasser les cloisonnements imposés par une société qui persiste à cadrer, encadrer, figer. Et qui amènerait à parler d’écriture des femmes et de leur réelle reconnaissance, plutôt que d’évoquer une inexistante «féminité» de l’écriture.

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