«Tirare fuori, fuori dal mio corpo, fuori dalla mia anima». Una conversazione con la scrittrice e performer italoamericana Annie Lanzillotto.// «To get it out. Out of my body. Out of my soul.» A conversation with writer and performer Annie Lanzillotto [Ita/Eng]

di Valentina Di Cesare e Viviana Fiorentino

Latitudini/Latitudes

Annie Rachele Lanzillotto è una scrittrice, poeta, cantautrice, regista, attrice, podcaster e performer italo-americana. Tra i tanti suoi libri, L Is for Lion: An Italian Bronx Butch Freedom Memoir (State University of New York Press, 2013); il libro di poesie, Schistsong (Bordighera Press, 2013); il libro a fogli mobili di poesia e prosa, Hard Candy: Caregiving, Mourning e Stage Light e Pitch Roll Yaw pubblicati da Guernica Editions (2018). Dall’inizio della pandemia, ha pubblicato i podcast Annie’s Story Cave. Annie è Direttrice di Street Cry Inc. È membro di Actors’ Equity, Dramatists Guild of America, PEN America, Remember the Triangle Fire Coalition, Malìa: a Collective of Italian American Women, The Italian American Writers Association (IAWA). Blogger per i-Italy.com, Annie è stata Writer-in-Residence presso Hedgebrook, Santa Fe Art Institute e New Jersey City University. Lanzillotto ha condiviso la sua storia per la Sophia Smith Collection al Documenting Lesbian Lives Oral History Project dello Smith College. Ha insegnato teatro solistico all’Actor’s Theatre di Louisville.// Annie Rachele Lanzillotto is an Italo-American author, poet, songwriter, director, actor, podcaster, and performance artist. Among her books: L Is for Lion: An Italian Bronx Butch Freedom Memoir; the poetry book Schistsong (Bordighera Press); the double flip book of poetry and prose, Hard Candy: Caregiving, Mourning, and Stage Light and Pitch Roll Yaw (Guernica Editions). Her podcast Annie’s Story Cave commenced while sheltering in place alone in 2020. She is the Artistic Director of Street Cry Inc., member of Actors’ Equity, Dramatists Guild of America, PEN America, Remember the Triangle Fire Coalition, Malìa: a Collective of Italian American Women, The Italian American Writers Association (IAWA). She has been a Writer-in-Residence at Hedgebrook, Santa Fe Art Institute and New Jersey City University. Lanzillotto has shared her history for the Sophia Smith Collection at Smith College‘s Documenting Lesbian Lives Oral History Project. She has taught Solo-Theater at The Actor’s Theatre of Louisville.

[English text below]

Valentina & Viviana: Qual è il tuo legame con la lingua italiana? 

Annie Lanzillotto: Sono cresciuta sentendo mia nonna parlare acquavivese, il dialetto di Acquaviva. Indicava il tacco della sua scarpa nera quando qualcuno le chiedeva: «Da dove vieni?». Mia madre e lei usavano il dialetto per raccontarsi i segreti, quando non volevano che noi bambini capissimo quello che stavano dicendo. Ho insegnato l’ inglese a mia nonna. Lei mi ha insegnato un po’ di italiano. Non mi ha insegnato l’acquavivese, ma ne ho portato nell’anima i “ritmi staccati”. Dopo aver avuto il mio primo cancro a 18 anni, ho iniziato a studiare opera. L’opera aveva l’intensità del dramma che stavo vivendo. Ho imparato l’italiano attraverso l’opera. Per anni, da giovane lesbica, ho corteggiato le donne cantando arie di tenore. Non so cantare. Ma mi sono identificata nel tenore eroico. Più tardi nella vita, quando ero la badante di mia madre, usavamo le arie per aprire i nostri polmoni malati e tossire gocce di catarro verde e giallo che combattevano la polmonite e la BPCO cronica. “Vincerò! Vincerò! Vinceeeeeroooo!” era la migliore lirica per aprire le basi inferiori dei polmoni.

Valentina & Viviana: Cosa significa per te e per il tuo lavoro avere origini italiane?

Annie Lanzillotto: Sono meridionale, mezzogiornese [del Mezzogiorno] in tutto e per tutto. Sono troppo rumorosa per i bianchi della classe media americana, o per la cultura americanizzata. La gente pensa che urlo quando parlo. O che sia arrabbiata quando invece sono tranquilla. Sono completamente fuori posto, ovunque. Non credo che risolverò mai questo spostamento. In paese [Acquaviva] ovviamente non mi vesto abbastanza bene. Sono un’americana scarmigliata, capelli arruffati, solo scarpe da ginnastica, mai scarpe vere e proprie. Poi sono abituata a mangiare quello che voglio, quando voglio. Impazzisco quando nel Mezzogiorno la sera non puoi ordinare un croissant o un cappuccino. Allora è lì che voglio tornare di corsa a New York! Il mio lavoro teatrale ha un nucleo di caos, anarchia, interazione con il pubblico. Ci sono echi della commedia dell’arte, radici del teatro di strada. Sono una cantastorie naturale. In realtà porto un grosso bastone in tutte le mie esibizioni all’aperto e spesso anche al chiuso. Dirigo l’energia della folla. Una volta ho cantato nell’anfiteatro di Pompei. È stato spontaneo. Stavamo facendo un tour e la guida ha chiesto se c’era un cantante tra il pubblico, per dimostrare l’acustica dell’anfiteatro. Stan Pugliese, storico e scrittore italoamericano, mi ha indicato alla guida turistica. Scesi al centro dell’anfiteatro e mi sentii completamente a casa. Ho improvvisato in ottava rima sul momento, raccontando di Stan e della poetessa Jennifer Romanello, che mi hanno portato a Pompei. L’anfiteatro è il mio posto. Centrata nel cerchio, ispirata e chiamando la folla, dal vivo la mia voce rimbombante, in un’improvvisazione.

Valentina & Viviana: Nei tuoi libri descrivi la tua infanzia in una famiglia italoamericana della classe operaia. Qual è il tuo rapporto con le storie, dove le trovi, come le trovi? Pensi a te stessa come a una creatrice di storie come una cacciatore di storie, le storie ti inseguono? A questo proposito, il tuo lavoro performativo si ispira ai cantastorie, cosa significa per te fondere un’antica tradizione italiana di raccontare storie e crescere e vivere nel Bronx? Come funziona nella tua vita? 

Annie Lanzillotto: Quando avevo sette anni, a scuola ci venne chiesto di disegnare la risposta alla domanda: «Chi vuoi essere da grande?» Disegnai quattro quadranti con una figura che parla in quattro posti: il tavolo della sala da pranzo, l’angolo, il palcoscenico, il pulpito. Mi fu allora chiaro che avrei raccontato storie, lì dove ho sentito storie: al tavolo numero uno. Tutte le grandi storie che avevo sentito raccontare intorno alla tavola, tra le innumerevoli passate a mangiare con la famiglia e i tanti amici sempre intorno alla nostra tavola. La tavola è la prima fase. Dovevi raccontare una bella storia per competere e attirare l’attenzione di molte generazioni attorno al tavolo. E dovevi coinvolgere tutti gli ascoltatori dai cinque ai novantanove anni. Ciò richiede un abile narratore che prenda al lazzo tutti quei diversi livelli di attenzione, ascolto, non ascolto, udito, non udito, concentrato, non focalizzato. È un’abilità. Impari velocemente a sbattere la mano sul tavolo per attirare l’attenzione di tutti. O a far tintinnare un bicchiere con una forchetta. «Ehi, sto parlando.» E poi devi raccontare una storia avvincente, o nessuno ascolterà l’intera faccenda. Verrai interrotto. Quindi la cacofonica famelica tavola è il primo campo di allenamento per raccontare storie. Poi c’è l’ora di andare a dormire, ma quello è un momento intimo. Mi sono sempre vista di fronte a una folla.

La classe sociale è così importante. Non ho mai capito la classe. Nel mio quartiere del Bronx sembrava che tutti nel mio isolato, nella mia parrocchia, fossero più o meno della classe operaia. Non c’erano intrusi di classi superiori. Solo famiglie. Quindi non ho mai sperimentato la differenza di classe. Dopo che i miei genitori hanno divorziato, la nostra distinzione di classe è precipitata verso l’assistenza sociale, in attesa all’ufficio preposto, trovandosi ad essere sempre una delle due famiglie bianche in fila all’ufficio di assistenza pubblica. Vivevamo al di sotto della soglia di povertà, mentre ci trasferivamo in un quartiere più ricco… è stato tutto così confuso per me. Avevo dodici anni e non avevo idea di cosa stessi vivendo. La sorella di mia madre aiutò mia madre a fuggire da una situazione di violenza domestica e assicurarsi un contratto di locazione per un appartamento con affitto a canone fisso nella contea di Westchester più un posto per me in una scuola cattolica cara. La scuola mi ha accolto come se fosse un ente di beneficenza perché ero una studentessa con i voti massimi e una brava atleta. Ho finito per portare loro molti trofei e premi negli anni in cui ero lì. Ma a quel tempo ero una ragazza povera, che indossava gli stessi vestiti, e veniva presa in giro dai ragazzi con le case grandi e i genitori colletti bianchi. Mia madre tornò a lavorare come estetista. Mi ci sono voluti altri vent’anni per iniziare a comprendere come le distinzioni di “classe” e il loro impatto abbiano influito sulla mia estetica, sulla mia autostima. La povertà, quando non è in comunità, è degradante.

Valentina & Viviana: È così interessante e sorprendente il livello di intimità che stabilisci con le tue storie, sia che parlino della tua famiglia, di te stessa o di un’intera città. La storia del sé è sempre interconnessa nel tempo e nello spazio con altre storie. Pensi che questo abbia a che fare con il lavorare con arti diverse e/o con un background che è molteplice nel suo nucleo più profondo? 

Annie Lanzillotto: Per lo più parlo con i morti. A volte parlo con James Baldwin, o amici morti che mi hanno ispirato nella vita. Quando scrivo, è così. Scrivo come se fossi già morta, ed è la mia anima che mi risponde. Se fossi morao, come vorresti dire qualcosa? Dillo così, ora. C’è una chiarezza che deriva dall’essere una persona che ha avuto tumori gravi da quando era adolescente. In questo momento ho il mio terzo cancro importante. Questo che ho lo avrò probabilmente per il resto della mia vita. Quando parlo, mi colpisce le budella. Le mie budella si stringono quando sono a disagio. Quindi cerco di respirare e dire le verità, le mie verità. Questo mette gli altri a disagio. Ho perso tante relazioni, in particolare con la famiglia di origine. I maschi italoamericani che vogliono mantenere i segreti. Il memorialista è l’opposto di un custode di segreti. Come sopravvissuta al cancro su un palco, ho lasciato andare tutto fuori. Il mio ethos è quello di tirare fuori. Fuori dal mio corpo. Fuori dalla mia anima. Fuori dalla mia bocca. Il mio cuore.

Valentina & Viviana: Ellis Island, il museo dell’immigrazione. Hai fatto un’installazione strepitosa! Le storie sono collettive. Puoi dirci di più su questa installazione? 

Annie Lanzillotto: Quando ero a Fiorenza, ho comprato una fascia gigante di pizzo a forma di cuore. Amo i tessuti. Questo pezzo di pizzo era lungo trenta piedi e largo quindici piedi. Non avevo idea di cosa ne avrei fatto. Mi innamorai di quel motivo a forma di cuore, tutto qua. Il venditore del mercato all’aperto mi urlò: “Auguri!” [italiano nell’originale] Immagino che pensasse che mi stavo per sposare. Anni dopo, quando lo scultore B.Amore fece una mostra all’Ellis Island Museum of Immigration, invitò la C.I.A.W. Collettiva di donne italoamericane, per organizzare reading e happening mentre la sua mostra era in allestimento. Ho preso la palla al balzo. Ho organizzato il gruppo di donne. Ho portato un sacco di trucchi con me. Ho afferrato il pizzo gigante, non avendo idea di cosa ne avrei fatto durante l’esibizione . Quando la folla si è radunata, ho tirato fuori il pizzo e ho ordinato ai passanti di tenerlo. Avevamo trenta persone che tenevano il pizzo aperto. Era stupendo. Ho detto loro di agitarlo su e giù. E mi è venuta questa frase in mente: «Io sono l’oceano di mia nonna». Abbiamo iniziato a cantare: «L’oceano di mia nonna è…» e uno per uno tutti hanno completato la frase. È stato bellissimo. Sbalorditivo. Alcune persone correvano sotto il pizzo e ballavano. Poi abbiamo gettato della seta rossa sopra il pizzo e abbiamo ballato. Un’improvvisazione. A quei tempi vivevo con la coreografa Audrey Kindred e lei era un’improvvisatrice, mi ha insegnato molto sull’improvvisazione. Mi sono occupata di tableau vivant, letture di poesie, avvenimenti di ogni genere. Come artista mi sono vista come un’istigatrice, una catalizzatrice, una professionista dell’interazione. Leggere l’energia di una stanza e accenderla. Ho dato a tutti i riflettori e il centro dell’attenzione. Questo è stato il mio fórte. Come un’allenatrice.

Valentina & Viviana: Triangolo di fuoco. Puoi dirci di più a riguardo?

Annie Lanzillotto: Nel 2007 ho perso il mio appartamento a Brooklyn a causa della gentrificazione e dell’ondata di ammodernamento degli appartamenti al “tasso di mercato”. Uno dopo l’altro, i quartieri furono ridefiniti per i milionari. Sempre nel 2007, in un incontro con MALIA collective, un gruppo di scrittrici italoamericane, la poetessa/suonatrice di ukelele Phyliss Capello mi parlò del Triangle Fire e del progetto “Chalk” di Ruth Sergel. Sono stata coinvolta. Indicai la casa di Rosie Grasso e altri nomi di chi perse la vita, segnai con il gesso le case in cui vivevano al momento dell’incendio. Sono andata alle riunioni e mi sono unita al consiglio di fondazione di ciò che abbiamo votato per chiamare: “Ricorda la Triangle Fire Coalition”. Era un bellissimo gruppo di newyorkesi, guidato da Ruth Sergel, che è un genio creativo con un nucleo di integrità e capacità di costruire gruppi eterogenei. Sono stata molto coinvolta nella pianificazione degli eventi per il memoriale del centenario. Ho concepito i “146 aquiloni Shirtwaist”, un memoriale effimero che è diventato emblematico dei lavoratori caduti ovunque nel mondo. E quando Ruth ci ha chiesto di non fare un brainstorming, ma solo di dire un’idea che eravamo disposti a impegnarci per realizzarla, continuava a risuonare nella mia mente “Joe Zito è un eroe sconosciuto”. La parola “sconosciuto” mi colpì. Così dissi ad alta voce al gruppo: «Canterò un eroe sconosciuto. Scriverò una ballata per Joe Zito». Ed è così che è nata quella canzone. È una storia più lunga di quella che sto raccontando qui, per esempio mi esibii per i bambini delle scuole all’angolo in cui avvenne l’incendio; riconoscevo il loro shock e orrore, volevo sollevarli, quindi improvvisai un «Grazie Joe» raccontai loro dell’eroico giovane, operatore dell’ascensore. Tra la folla c’era la sua pronipote Jane Fazio-Villeda che mi contattò il giorno successivo, dicendo che nessuno lo aveva mai onorato in tutti i memoriali passati. E così al centesimo, con gli “Aquiloni Shirtwaist” che volavano nel cielo, ho avuto modo di ricordare a tutte le anime la “Ballata per Joe Zito”.

Valentina & Viviana: Cos’è per te la “poesia queer”? Qual è la tua definizione?

Annie Lanzillotto: Avere un corpo queer, dichiarato nei primi anni ’80 durante i primi anni del A.I.D.S. movement, come attivista di ACT-UP e lavorando presso Housing Works negli anni ’90, i nostri stessi corpi erano la prima linea del movimento. Ogni poesia e mostra personale durante l’A.I.D.S. movement degli anni ’80 è stato un atto di sopravvivenza, nella consapevolezza della morte imminente. Alcuni di noi sfuggirono all’oscillazione della falce; eppure vivevamo con la brezza della lama sul nostro collo. Come gli italiani dicono “colpo a freddo”, gli artisti queer negli anni ’80 si sentivano sotto gli attaccati di un vento diverso; un virus mortale che investiva la nostra comunità, un’ondata di omofobia; e i legami di compassione tra di noi che si aggrappano per mantenersi vivi e ispirati a vicenda. Lustrini e sangue. Questa è la poesia queer.

https://open.spotify.com/track/2TVgLPBAP3R9rwkCeGBY7z

// [English]

Valentina & Viviana: What’s your connection with the Italian language?

Annie Lanzillotto: I grew up hearing my grandmother speak Acquavivese.  She’d point to the heel of her black shoe when anyone asked, “Where are you from?  My mother and her used the language to tell secrets, when they didn’t want us kids to capeesh what they were saying.  I taught my grandmother English.  She taught me some Italian.  She didn’t teach me Acquavivese, but I took the staccato rhythms of it into my soul.  After I had my first cancer at 18, I began to study opera.  Opera had the intensity of drama I was experiencing.  I learned Italian through opera.  For years as a young lesbian, I courted women by singing tenor arias.  I cannot sing.  But I identified as the heroic tenor.  Later in life when I was my mother’s caregiver, we used the arias to open our sick lungs and cough out gobs of green and yellow phlegm fighting pneumonia and chronic COPD.  “Vincero! Vincero!  Vinceeeeeroooo!” was the best lyric to open the lower bases of the lungs.


Valentina & Viviana: What does it mean for you and for your work to have Italian origins?

Annie Lanzillotto: I am Mezzogiornese through and through.  I am too loud for middle class white people in America, or Americanized culture.  People think I am shouting when I am talking.  People think I am angry when I am fine.  I am completely out of place, everywhere.  I don’t think I will ever solve this displacement.  In the paese of course I don’t dress well enough.  I am a scrappy American, messy hair, and only sneakers, no shoes.  And I am accustomed to eating what I want, when I want.  It makes me crazy in the Mezzogiorno when you can’t order a croissant or cappuccino at night.  Then I want to run back to New York.  My theater work has a core of chaos, anarchy, audience interaction.  There are echoes of commedia delle arte, roots of market theater.  I am a natural cantastoria.  I actually carry a big stick in all my outdoor performances, and most of my indoor.  I am often organizing the energy of the crowd.  Once I sang in the ampiteatro in Pompeii.  It was spontaneous.  We were taking a tour, and the tour guide asked if there was a singer in the audience, to demonstrate the acoustics of the ampiteatro.  Stan Pugliese, an Italian American historian and writer pointed me out to the tour guide.  I can project my voice.  I stepped down to the center of the ampiteatro and felt completely at home.  I improvised in ottava rima about the moment, narrating about Stan and poet Jennifer Romanello, who brought me to Pompeii.  The ampiteatro is where I belong.  Centered in the circle, inspiring and calling out to the live crowd, my voice booming, in an improv. 

«Poetry. LGBT Studies. An urban songline of New York. From the author of the memoir L is for Lion, comes a panegyric of the geology of Manhattan.»


Valentina & Viviana: In your books you describe your childhood in a working class Italian American family. What’s your relationship with stories, do you think of yourself as a story maker or story hunter? In this regard, your performance work is inspired by ‘cantastorie’, what does it mean to you blending an old Italian tradition of telling stories and growing and living in the Bronx? How does it work in your life?

Annie Lanzillotto: When I was seven, we were asked in school to draw the answer of “Who do you want to be when you grow up?”  I drew four quadrants with a figure speaking in four places: the dining room table, the corner, the stage, the pulpit.   It was clear to me then that I would be telling stories, where I heard stories: at the table number one.  All the great stories I’d heard told around the table, around all the hours and hours of eating with the family and the many friends always around our table.  The table is the first stage.  You had to tell a good story to compete and hold the attention of the many generations around the table.  And you had to involve all the listeners who were from five years old to ninety-nine years old.  That takes a skillful narrator to lasso all those different levels of attention, listening, non-listening, hearing, non-hearing, focused, non-focused.   It’s a skill.  You learn quick to slap your hand on the table to get everyone’s attention. Or to clink a glass with a fork.  “Hey I’m talkin’.”  And then you gotta tell a riveting story, or no one will listen to the whole thing.  You’ll get interrupted.  So the cacaphonous ravenous tavola is the first story telling training ground.  Then there’s bedtime, but that’s intimate.  I always saw myself in front of a crowd. 

Class is so important.  I never understood class.  In my Bronx neighborhood it felt everyone on my block, in my parish, was more or less working class.  There were no upper class interlopers.  Just families.  So I never experienced class difference.  After my parents divorced our class distinction plummeted to being on welfare, waiting at the welfare office, being always one of two white families on line at the welfare office.  Living below the poverty line, while moving to a richer neighborhood was so confusing for me.  I was twelve, and had no idea what I was experiencing.  My mother’s sister helped her escape a domestic violence situation, and she secured a lease on a rent stabilized apartment in Westchester County, and a place for me in a Catholic School that cost money.  The school took me in as charity because I was a straight A student and an athlete.  I ended up bringing them many trophies and awards in the years I was there.  But now I was the poor kid, who wore the same clothes, and got made fun of, by the kids with big houses and white collar parents.  My mother went back to work as a manicurist.   It took me twenty more years to begin to unravel “class” distinctions and the impact class had on my aesthetics, self-esteem.  Poverty, when not in community, is degrading.


Valentina & Viviana: It is so interesting and stunning the level of intimacy you establish with your stories, whatever it is about your family, yourself or a whole city. The story of the self is always interconnected across time and space with other stories. Do you think this has to do with working with different arts and/or coming from a background that is diverse at its core?

Annie Lanzillotto: Mostly I am talking to the dead.  Sometimes I am talking to James Baldwin, or dead friends who inspired me in life.  When I write, it is this way.  I write as if I am already dead, and it is my soul talkin’ back to me.  If you were dead, how do you wish you said something?  Say it that way now.  There’s a clarity that has come with being a person who has had major cancers since being a teenager.  Right now I have my third major cancer.  This is one I will probably have for the rest of my life.  When I speak, it hits my gut.  My gut tightens when I’m uncomfortable.  So I try to breathe and tell truths, my truths.  This makes others uncomfortable.  I’ve lost a bunch of relationships, particularly with family of origin.  Italian American males who wants secrets kept.  The memoirist is the opposite of a secret keeper.  As a cancer survivor onstage, I have let it all out.  My ethos is to get it out.  Out of my body.  Out of my soul.  Out of my mouth.  My heart.


Valentina & Viviana:
Ellis Island, the museum of immigration. You did a stunning installation! Can you tell us more about this installation?

Annie Lanzillotto: When I was in Fiorenza, I bought a giant swath of lace in a heart shaped pattern.  I love fabrics.  This piece of lace was thirty feet long and fifteen feet wide.   I had no idea what I would do with it.  I just fell in love with the heart shaped pattern.  The seller in the open air market yelled, “Auguri!”  I guess he thought I was getting married.  Years later, when sculptor B.Amore had a show at the Ellis Island Museum of Immigration, she invited C.I.A.W. Collective of Italian American Women, to organize readings and happenings while her exhibit was up.  I took the ball.  Organized the women.  I brought a bag of tricks with me.  I grabbed the giant lace, having no idea how it would serve the performances or what I would do with it.  When a crowd gathered, I took out the lace and ordered passers-by to hold it.  We had thirty people holding the lace open.  It was gorgeous.  I instructed them to wave it up and down.  And this line came to my head, “I am my grandmother’s ocean.”  We started chanting, “My grandmother’s ocean is…” and one by one everyone called out a finish to that line.  It was beautiful.  Stunning.  Some people ran underneath the lace and danced.  Then we threw red silk on top of the lace and it danced.  An improv.  Back in those days I was living with choreographer Audrey Kindred and she was an improviser and taught me a lot about improv.  I instigated tableau vivants, poetry readings, all kinds of happenings.  As an artist I thought of myself as an instigator, a catalyst, an interaction practitioner.  I read the energy of the room and ignited it.  I gave everyone the spotlight and center of attention.  This was my fórte.  Like a coach.

Lanzillotto (as the pushcart peddler “Chimaroot”) and her grandmother Rosa Marsico Petruzzelli performing together in a’Schapett! (1996) at the Arthur Avenue Retail Market in the Bronx. Photo: Andrew Perret


Valentina & Viviana:
Triangle Fire. Can you tell us more about it?

Annie Lanzillotto: In 2007 I lost my Brooklyn apartment to gentrification and the wave of upgrading apartments to “market rate.”  One by one, neighborhoods were redefined for millionaires.  Also in 2007, at a MALIA meeting of Italian American women writers, poet/ukelele player Phyliss Capello told me about the Triangle Fire and the project “Chalk” by Ruth Sergel.   I got involved.  I chalked “Rosie Grasso” and other names that year, outside the houses of where they lived at the time of the fire.  I went to meetings and joined the founding board of what we voted to call: “Remember the Triangle Fire Coalition.”  It was a beautiful group of New Yorkers, led by Ruth Sergel who is a creative genius with a core of integrity and ability to build a diverse coalition.  I got very involved in event planning for the then upcoming centennial memorial.  I conceived of the “146 Shirtwaist Kites” as an ephemeral memorial which became emblematic of fallen workers far and wide.  And when Ruth asked us, not to brainstorm, but only say an idea we were willing to commit to making happen, it kept ringing in my mind “Joe Zito is an unsung hero.”  The word “unsung” stung me.  So I said out loud to the group, “I will sing an unsung hero.  I’ll write a ballad for Joe Zito.”  And that’s how that song was born.  It’s a longer story than that, which includes me performing for school children on the corner where the fire took place, and recognizing their shock and horror, wanting to uplift them, so improvising “Thanks Joe” and telling them about the heroic elevator operator young man.  In the crowd was his great-grandaughter Jane Fazio-Villeda who contacted me the next day, saying no one had ever honored him at these memorials.  And so at the 100th, with the “Shirtwaist Kites” flying in the sky, I got to call to all souls the “Ballad for Joe Zito.”

Valentina & Viviana: What is for you “queer poetry”? What is your definition of it?

Annie Lanzillotto: Having a queer body, coming out in the early 80’s during the early A.I.D.S. movement, as an activist of ACT-UP, and working at Housing Works in the 90’s, our bodies were the front line of the movement.  Every poem and solo show during the A.I.D.S. movement 80’s was an act of survival in the knowledge of imminent death.  Some of us escaped the swing of the scythe; yet lived with the breeze of the blade of our necks.  Like Italians feel “colpo a freddo” queer artists in the 80’s felt under attack of a different wind; a deadly virus sweeping through our community, a tidal wave of homophobia, and the bonds of compassion amongst us holding on to keep each other alive and inspired.  Glitter and Blood. That’s queer poetry.

2018 – Annie Lanzillotto’s Hard Candy and Pitch Roll Yaw 2018; Guernica World Editions

Save the date

Saturday 3/26, 2pmEST

“Tell Me a Story with Annie Lanzillotto” a CityLore & StreetCry salon

presents the new book:

“Talking to the Girls: Intimate and Political Essays on the Triangle Shirtwaist Factory Fire”

edited by Edvige Giunta, & Mary Anne Trasciatti

Featured Guests:

May Chen   (Labor Organizer)

Richard Joon Yoo  (Designer of the Triangle Fire Memorial)

Edvige Giunta  (Writer, Editor)

Mary Anne Trasciatti  (Writer, Editor, Pres of Remember the Triangle Fire Coalition)

TBA: Martin Abramowitz  (writer, tells of his father who possibly started the fire with a cigarette)

Support Annie Lanzillotto: recently, Annie was diagnosed with her 3rd cancer, Follicular Lymphoma, a form of Non-Hodgkins Lymphoma. The treatment of her first cancer, Hodgkin’s Lymphoma, which she got at the age of 17, is what has caused this cancer. Annie needs assistance with food, the medical bills and medications that will be expensive, learning how to nurture herself, and emotional and spiritual support that is one way going to and for her alone.

Please, consider to support – follow this link: https://www.gofundme.com/f/support-annie-lanzillotto

© Annie Lanzillotto

© Valentina Di Cesare & Viviana Fiorentino

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