«Il tuo corpo intero/ a riempire quel vuoto» Rahma Nur, poeta italiana di origini somale

di Valentina Di Cesare e Viviana Fiorentino

Latitudini/Latitudes

Rahma Nur è nata a Mogadiscio, in Somalia. In Italia dal 1969, ha sempre vissuto a Roma e dintorni e da circa vent’anni insegna italiano, storia ed inglese in una scuola primaria statale a sud di Roma. Scrive poesie e racconti che partono dal suo vissuto tra due mondi culturali. Ha partecipato al concorso Lingua Madre  2012 e vinto il Premio Speciale Rotary Club per il racconto Volevo essere Miss Italia. Ha vinto il Primo Premio nel Concorso Scrivere Altrove “Amici di Nuto” di Cuneo con il racconto Mamma Somalia e finalista con tre poesie nello stesso concorso del 2014. Due brevi racconti Le radici nascoste in me e La coperta blu sono stati selezionati e pubblicati nell’antologia Terra Mia (2013) e Lasciami andare (2014) dal Furore dei Libri. Nella rivista «El Ghibli» è stata pubblicata una sua poesia dal titolo La tua mano.

Valentina e Viviana: Sei nata in Somalia alla fine degli anni ’60 per poi trasferirti a Roma ancora piccola insieme alla tua famiglia. Cos’ha significato per te essere una bambina e poi un’adolescente afrodiscendente in Italia in anni in cui il nostro paese non aveva ancora una società multiculturale come quella attuale?

Rahma Nur: Quando sei bambino non sai che sei diversa dagli altri per il colore della pelle o per una disabilità come era il mio caso. Ho avuto la polio all’età di un anno e questa è stata la ragione del mio arrivo in Italia poiché mia madre era già qui per lavoro. Essere nera e africana era qualcosa che gli altri mi facevano notare, ad esempio con i loro sguardi diffidenti, o con il classico insulto n***a quando si arrabbiavano con me o litigavo con le compagne di scuola.

A scuola, con gli insegnanti che mi capivano e vedevano le mie potenzialità ero solo una bambina come le altre, ma con quelli che vedevano solo il mio colore e la mia origine ero una poveretta che non sarebbe andata lontano. Quindi sono cresciuta in questo stato ambivalente: per alcuni ero una persona che avrebbe potuto diventare qualsiasi cosa avessi voluto, per altri ero, sono una povera africana che si doveva contentare e ringraziare di essere qui. E in questo percorso di crescita mi sono sentita spesso molto sola ed incompresa, ma qualcosa in me ha resistito e mi ha fatto perseverare, cadere e rialzare infinite volte. Ho vissuto in un mondo monocolore per anni e questo vuol dire anche omologare se stessi con il pensare comune, se non puoi mimetizzarti, quello che fai e adeguarti ed è quello che ho dovuto fare io per decenni finché mi sono fermata e ho guardato dentro me e cercato di essere me stessa almeno con chi mi “vedeva” davvero.

Valentina e Viviana: Hai dichiarato più volte che la poesia rappresenta la tua “strada” preferenziale per esprimerti: com’è cambiata nel corso del tempo e da quali temi è maggiormente influenzata? Scrivi solo in italiano o anche in lingua somala? Ti è mai capitato di concepire un testo prima in una lingua per poi tradurlo nell’altra?

Rahma Nur: La poesia è stata la mia strada preferenziale fin da ragazzina; ho sempre scritto per fermare quei momenti che mi colpivano di più, un abbraccio, il paesaggio fuori dalla finestra del collegio, un evento esterno a me come fu l’attentato a Papa Wojtyla. I miei scritti hanno attraversato cose accadute a me, sentimenti personali ma anche fatti fuori dalla mia vita.

In questi ultimi anni invece succede spesso che io scriva di fatti reali, di situazioni che alla maggior parte delle persone non interessano o comunque sono sviate e deformate dai media che preferiscono alimentare disappunto, intolleranza e discriminazione. Quindi sento come un richiamo quello di attirare l’attenzione verso il lato umano di questi fatti che potrebbero accadere a chiunque e il privilegio che viviamo è comunque fragile e può sparire in ogni momento anche se non ce ne rendiamo conto, anche se la pandemia ci ha dato un messaggio forte ma in fondo siamo troppo presi da noi stessi e dal nostro minuscolo mondo, perdendo di vista la connessione che ci lega tutti quanti ad un unico nodo: la nostra stessa umanità.

In fondo ciò che scrivo è cambiato ma di poco, forse ora sono più proiettata verso il mondo esterno, sono una donna adulta che ha raggiunto un certo equilibrio interiore e sento il bisogno di parlare e scrivere di ciò che accade intorno a me; mentre nei racconti a volte mi concentro di più su me stessa e sui miei vissuti.

Una cosa della quale mi rammarico è di aver perso presto la mia lingua natia; nel mio crescere in Italia e soprattutto il crescere in istituti o collegi mi ha allontanato dalla mia comunità/famiglia e da quel legame con la lingua e tutto ciò che è legata ad essa: tradizioni, detti, cultura, storie… solo una volta terminate le superiori sono entrata davvero in contatto con gli altri somali, siano essi famigliari o conoscenti. E solo a quel punto ho potuto recuperare qualcosa che avevo lungamente lasciato sopito in me.

Ma la mia lingua è l’italiano, lo parlo da sempre e il somalo rimane la lingua della famiglia, delle coccole, del cibo.

Valentina e Viviana: Come vivi la tua identità sospesa tra due culture? Che rapporto hai con ognuna di esse? Ti senti un po’ straniera sia da una parte che dall’altra oppure no?

Rahma Nur: Arrivata a questa età adulta e con un vissuto abbastanza tortuoso e faticoso credo di non sentirmi più sospesa tra due culture. Da ragazzina non mi sentivo né carne né pesce, ero confusa e incerta, ma ora sono quella che sono proprio perché provengo da un altro luogo e ho trovato una mia dimensione in questa mia casa che mi ha accolto, a volte con benevolenza, a volte con fatica, con lotta. Penso che sia più difficile per gli altri trovarmi un “posto”: sono abbastanza italiana? Sono abbastanza somala? Non mi pongo più queste domande perché sono Rahma e queste due identità mi rendono la persona di oggi. Ma leggo queste domande negli occhi di chi incontro e non mi conosce e vede solo questo mio involucro esterno. Sento di essere straniera, estranea quando incrocio certi sguardi confusi o duri che hanno difficoltà a collocarmi nei loro ristretti quadri mentali, pieni di limiti e confini.

Valentina e Viviana: In alcune tue poesie si sente l’urgenza di raccontare eventi esterni che non hai vissuto in prima persona. Come si è sviluppata in te questa esigenza e perché?

Rahma Nur: Quando scrivo molto spesso lo faccio spinta da un’urgenza immediata, scaturita da un fatto che mi colpisce molto più di altri. Sembra quasi un richiamo, devo assolutamente scrivere e fermare quelle sensazioni ed emozioni perché sono troppo importanti, lo devo fare perché si comprenda il dolore, la violenza, la fatica di vivere e la perdita di coloro che non hanno potuto urlare quel dolore e difendersi da quella violenza. Rimaniamo noi vivi a dover ricordare, con le parole, con la nostra vita, con qualunque mezzo abbiamo a disposizione, ciò che accade, è accaduto a chi non ha e non ha avuto voce.

Valentina e Viviana: In molti tuoi testi parli del “corpo nero”. Ci racconti dell’importanza di esprimere la diversità anche in termini fisici. Quale punto di vista ci regala uno sguardo che alberga in un corpo diverso?

Rahma Nur: Si è vero ultimamente ho parlato del corpo nero nei miei testi. Fin da piccola ho notato che noi neri non siamo considerati corpi, esseri umani degni del giusto rispetto. I bambini in genere vengono sempre trattati come oggetti privi di spirito, bambolotti da vezzeggiare o, a volte, da trascurare. In particolare, i bambini neri vengono sempre trattati senza la giusta considerazione: basta vedere anche come certa pubblicità cannibalizza la povertà e la malattia in Africa, riproducendo bambini morenti e malati. Che idea si fa un bambino occidentale? Che in Africa i bambini sono tutti poveri e affamati. Ma la povertà c’è in tantissimi paesi, anche europei. La stessa cosa avviene con il corpo femminile ma in particolar modo quello nero.

Da quando ho una bambina mi sono resa conto di quanto le persone prendano per scontato i bambini neri: non c’è privacy per loro né rispetto dei limiti. La mia bambina mi è stata presa dalle braccia come una bambola, è stata toccata e baciata da sconosciute, le toccano i capelli senza chiederle permesso, le parlano come se non avesse due genitori vicino. Siamo tutti colpiti dalla bellezza dei bambini, capita anche a me di vedere una bambina bella o simpatica ma non mi permetterei mai di toccarla o di prenderla in braccio senza permesso, tanto più se non la conosco. Questi limiti decadono quando si tratta di un/a bimbo/a nera.

Valentina e Viviana: Afroitaliane, fa differenza essere donne? E come si sta evolvendo la consapevolezza afroitaliana?

Rahma Nur: Non so chi ha coniato questo termine, io non mi sono mai definita afroitaliana, certo è che ho un’origine africana e sono cresciuta qui e sono italiana. È una parola che racchiude tutte le italiane di origine africana, siano esse tunisine o egiziane o somale nel mio caso. Siamo tanti ormai e i giovani spingono per essere riconosciuti, per farsi sentire, studiano e si impegnano per raggiungere i loro obiettivi. È bello vedere come hanno preso la parola, come si sono attivati per i loro diritti.

Quando ero ragazzina io eravamo pochi e non avevamo voce, non eravamo considerati né contati; quindi, sono felice di vedere che i giovani di oggi invece si fanno sentire.

Ovviamente i social hanno dato una marcia in più e quindi si può creare un network forte e fare maggiore eco.

Le donne, come in tante occasioni, sono sempre in prima linea, lottano e devono lottare con maggiore forza per difendere i loro diritti, sono loro che “portano il peso del mondo” dovunque e la differenza la fanno, eccome! Molte sono artiste, scrittrici, studiose e professioniste in vari rami. Spesso, dietro loro, ci sono le loro mamme che non hanno mai smesso di indicargli la via, che sono al loro fianco in questa lotta.

In questi ultimi anni ho visto proprio una rivoluzione, lenta ma continua, e mi rende felice vedere tutte queste giovani (e meno giovani) donne, perché so che le nostre figlie e nipoti hanno tanti modelli a cui aspirare.

Fili linguistici


In quel passo che allunghi
tra la terra che ti ha visto nascere
e il suolo che ti ha accolto
c’è un filo che li lega
come una flebo.
Ti nutre di parole e frasi
di proposizioni e lunghi periodi
non puoi analizzarli
e li lasci fluire in te
tra i globuli rossi che attraversano le tue vene
nella tua epidermide scura e liscia
che non permette congetture
ma giudizi perentori:
1 hadaad soomaali tahay maxaad somali ugu hadlin?
o
come parli bene l’italiano!
Di qua e di là
il mutismo la fa da padrone
l’unica risposta certa
è una non risposta.
Dicono che le parole sono musica
dicono che le parole sono cibo
dicono che le parole sono arte
ma non dicono che le parole creano
confusione
disordine
disagio
allontanano
tormentano
ammutoliscono
davanti ad altre parole
non ti dicono che le parole sono lingua
che le lingue sono tante
che non tutti le posseggono
che la lingua materna
può diventare matrigna
e quella matrigna diventare materna
che non sono intercambiabili, non sempre
e che si può trascorrere una vita intera
senza parlarne una benché
altre due o tre siano dentro te.
La lingua materna cura
ma può far ammalare
se non la parli bene
e ti leghi a quella matrigna
come una fonte che ti nutre.
Quando la diaspora
ti trasporta da un paese all’altro
scegli un linguaggio veicolare
che ti fa attraversare varchi
reali e immaginari
un codice
che apre porte
e in questo vacuum in cui vivi
altri nascono e crescono
e la distanza tra fratelli si dilata
rimane un unico filo che unisce
non è il somalo, l’olandese, lo svedese,
ma le mani, la pelle, gli occhi,
il tuo corpo intero
a riempire quel vuoto
da un paese all’altro.
E’ l’involucro esterno
che risponde tacito alle domande,
che parla per te,
perché la tua bocca è resa muta
dalle troppe lingue che l’hanno invasa.

1 Se sei somala perché non parli il somalo?

Occhi

Ci saranno sempre occhi

che ti guarderanno senza riconoscerti,

Che cercheranno di farti sentire fuori posto

come se non fosse quello il luogo a cui appartieni:

non abbassare il tuo sguardo,

rivolgilo fermamente

in quegli occhi estranei a te e a ciò che sei…

non hai bisogno di parole,

i tuoi occhi parleranno per te

Grideranno la tua appartenenza

Al mondo

I loro sguardi

Non capiranno

Perché ciò che riescono a vedere

È ristretto

Come la cruna di un ago

Occhi presbiti e miopi

Su lenti sfocate e rigate

Sguardi chiusi in se stessi

Senza possibilità di varchi aperti e conoscenza dell’altrui mondo.

© Rahma Nur

© Valentina Di Cesare & Viviana Fiorentino

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