Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859), eroina romantica e poeta precursore del romanticismo [ita, fra]

illustrazione di copertina : Constant-JosephDesbordes : Marceline Desbordes-Valmore, museo di Douai_(particolare)

di Marilyne Bertoncini

[French below/ Texte français ci-dessous]

Musarder Una rubrica bilingue (italiano/francese) a cura di Marilyne Bertoncini. Incursioni nella storia della letteratura francese, per riscoprire scrittrici francesi dimenticate. / Musarder A bilingual column (Italian/French) by Marilyne Bertoncini. Intrusions into French Literature to rediscover forgotten French women writers.

Immaginate un’eroina immersa in un vortice di sventure – un po’ come Adèle H. nel film di François Truffaut, interpretata da Isabelle Adjani: una donna provata dall’infanzia, nata a Douai, nel nord della Francia (regione di lingua Piccarda che lei userà in alcune poesie) nel 1786, poco prima dei tumulti della Rivoluzione che la sua famiglia sostenne, ma che rovinò il padre, pittore di stemmi diventato taverniere. La madre lascia il marito per seguire un amante, prende con sé la figlia e poi si imbarca per la Guadalupa, nella speranza di ottenere l’appoggio di un ricco cugino. Ma il viaggio e il soggiorno sono drammatici: arrivano in un’isola in piena rivolta, sua madre muore di febbre gialla contratta sulla nave, e il cugino si rivela molto meno ricco di quanto si sperava.

Tornata in Francia, diventerà un’attrice per guadagnarsi da vivere. È un’interprete di talento dotata di una voce delicata ma molto bella, secondo il suo maestro, il compositore André Gréty, che mise in musica alcune delle sue romanze e che ha ammirato la naturalezza del suo modo di cantare. Dovrà comunque, disperarata, rinunciare alla carriera di cantatrice, tanto il suono della sua voce la commuoveva al punto da farla piangere sul palco. Senza dubbio ha poi consacrato alla composizione delle canzoni e alla poesia tutta la musicalità che aveva dentro di lei, e quella si sente così bene, nelle singolari intonazioni dei suoi versi.

Immaginate, dai romanzi e dalle opere del XIX secolo, la vita e la disperazione di una donna innamorata, che ha avuto un figlio dall’uomo amato e che la ama, ma la cui famiglia rifiuta categoricamente di lasciarlo sposare una “saltimbanca”, anche se per amore, ha rinunciato alla carriera.

Aggiungete la tragedia della morte di questo primo figlio, seguita da un matrimonio con un attore, di cui prenderà il nome d’arte, Valmore. Da questa famiglia nasceranno quattro figli, solo uno dei quali sopravviverà alla madre. Il lutto più doloroso sarà senza dubbio quello della favorita, Hyacinthe, presente nelle poesie della madre sotto il nome di  “Ondine” – lei stessa una compositrice di poesie e racconti, e presumibilmente figlia di Henri de Latouche, amante il cui il ricordo appassionato ossessiona tutto il lavoro di Marceline. Questa vita romantica e dolorosa ha dato origine alla scrittura di numerose elegie, che valsero alla poeta il soprannome di “Notre-Dame des Pleurs”; ed è vero che la sua poesia sentimentale e romantica ci appare molto vicina alle “Lamentazioni” di Lamartine (la cui raccolta però, Le meditazioni, fu pubblicata nel 1820, un anno dopo quella della seconda raccolta di Marceline Desbordes-Valmore Elégies et romances). Questa scrittura chiama l’empatia del lettore, cullato dalla musica di questi versi – che suscita l’interesse dei compositori (così nel 1830, il giovane Saint-Saens, a 7 anni, creò il brano musicale “Le Soir” su una poesia tratta da Romances:

La Sera

Invano l’aurora,
Che si colora,
Annuncia un giorno
Per l’amore fatto;
Del tuo pensiero   
Tutta oppressa,
Per rivederti
Aspetto la sera.
L’aurora fugge
Lasciando dietro di sè
Un sole puro,
Un cielo azzurro:
L’amore si sveglia;
Per lui io veglio;
E, per vederti,
Aspetto la sera.
Momento d’incanto,
Sii meno lento!
Fatevi avanti
Momenti tanto dolci!
Un giorno
È un anno
Quando per vederti
Aspetto la sera.
Un velo cupo
Riporta l’ombra;
Un dolce riposo
Segue il lavoro:
Il mio seno trema,
Il cuore mi lascia…
Fra poco ti vedo;
Ecco la sera.

(da Elegie)

Tra i tanti compositori ispirati dai suoi versi, possiamo citare anche Rossini, César Franck o Georges Bizet per i più famosi, senza dimenticare tutte queste “canzoni” che gli assicurarono un successo popolare, che non si smentisce: Così ancora i cantanti Julos Beaucarne, Julien Clerc e Benjamin Biolay, Véronique Pestel, interpretarono delle canzoni, ma  Pascal Obispo le dedica l’intero album, “Billet de Femme”, nel 2016, e il cantante Ezekiel Pailhès nel suo album “Oh!” dedicato alla poesia e pubblicato a maggio 2020, mette in musica tre canzoni, tra cui “La Sincère” e “Sans l’oublier”.

Un Biglietto di donna

Poiché sei tu che vuoi stringere ancora il nostro legame,

poiché sei tu il cui rimpianto m’implora, ascoltami attentamente:

i lunghi giuramenti, i sogni intrisi di incantesimi, scritti e letti,

come Dio vuole che siano, pagati con le lacrime, non scriverne più!

Poiché la pianura dopo l’ombra o il temporale ride al sole,

asciughiamoci gli occhi e riprendiamo coraggio, con le nostre fronti serene.

La tua voce, è vero! Risorge cara sulla mia strada;

ma non dire più: “a sempre!” ti prego; dimmi: “ci vediamo domani!”

i nostri giorni lontani scivolati puri e soavi, i nostri giorni fioriti;

i nostri giorni feriti nell’anello degli schiavi, grevi di lacrime;

da quelle immagini la cui ragione sospira stacchiamo lo sguardo,

come il bambino che dimentica sé stesso e respira, guardando il cielo!

Se in questo modo una seconda vita si può riaprire,

e fluire sotto un’altra ancora schiava, senza troppo soffrire,

da questo biglietto, parola dell’anima mia, verso di te,

questa sera, mentre veglia e sogna una donna, Vieni! E prendimi!

Senza dimenticarla

Senza dimenticarlo, si può fuggire ciò che si ama.

Si può bandire il suo nome dai nostri discorsi,

E, dall’assenza implorando il soccorso,

Sottrarsi da questo supremo maestro,

Senza dimenticarlo!

Senza dimenticarla, ho visto il corso dell’acqua,

Portare lontano, per altri fiori la vita;

Ed io fuggendo allora dall’erba sbiadita,

Imitai l’acqua fuggendo dalla sorgente,

Senza dimenticarla!

Senza dimenticare una voce triste e tenera,

Oh! quanti giorni ho visti nascere e finire!

La temo ancora per il futuro

Questa voce che si cessi di sentire.

Senza dimenticarla!

.

.
.
.

.

Immaginate questa figura di eroina amorosa e patetica, Mater Dolorosa del XIX secolo fissata nel gesto del dolore e della supplica, quella figura piangente scolpita nel marmo di una tomba – un’icona vivente di questa malinconia cantata dai poeti romantici come la loro Musa preferita – come anche la descrive Alfred de Musset in “Allegoria del pellicano” da La Nuit de Mai, silloge del 1835.

LA MUSA
Qualunque sia il cruccio della tua giovinezza,
Lascia che si allarghi, questa santa ferita
Che i neri serafini t’hanno infissa nel profondo del cuore;
Nulla ci rende così grandi come un grande dolore.
Ma, benchè colpito, non credere, poeta,
Che la tua voce debba sulla terra tacere.
I più disperati sono i canti più belli,
E ne so d’immortali che sono puri singhiozzi.

Constance Marie CHARPENTIER, La Mélancolie, 1801, Olio su tela, 130 x 165 cm, Musée de Picardie, Amiens. -(https://histoire-image.org/fr/etudes/artistes-femmes-debut-xixe-siecle)

Sì, immaginate questa tragica effigie… e dimenticatela subito: perché questa rappresentazione dolorista da due secoli occulta il fatto che la poeta Desbordes-Valmore, le cui parole sono conosciute e cantate ancora oggi, senza che nessuno sappia che sono di lei, è molto di più di questa icona.

In effetti, se i suoi versi continuano a risuonare per la nostra sensibilità contemporanea, sembra ancora ignorata dalla maggior parte della gente, dagli studiosi del romanticismo, e in particolare dall’istruzione scolastica (ad esempio, ho imparato a leggere in una scuola che portava il suo nome, come poche altre scuole elementari nella la regione in cui è nata – ma da allora non ho mai studiato il suo lavoro, né ho incontrato il suo nome sul frontone di un istituto di istruzione superiore). Nonostante gli sforzi e l’attività della Société des études Marceline Desbordes-Valmore, rimane all’ombra della storia letteraria, come poeta minore.

Tuttavia, durante la sua vita, il suo amico Victor Hugo, nel giornale Le Conservateur Littéraire nel 1821, scrisse di lei: «Mi sembra che Mme Desbordes-Valmore abbia ottenuto solo la metà del trionfo riservato a un talento come il suo».

Era stimata dagli scrittori del suo tempo: Honoré de Balzac ha elogiato i «delicati assemblaggi di suoni morbidi e armoniosi che evocano la vita di persone semplici». Sainte-Beuve, famoso critico che ha fatto e disfatto carriere letterarie, ha detto di lei: «Ha cantato come canta l’uccello». «Aveva l’armoniosa agonia dei cigni» diceva di lei alla fine del secolo, nel 1897, il critico Henri Potez, che ha cercato di comprendere la disaffezione che la colpisce dopo la sua morte: Potez, in Rassegna di storia letteraria della Francia. Ma il cuore del problema si può indubbiamente intuire in un articolo del 1861 di Charles Baudelaire, che la ammira e la presenta come «un grande poeta» mentre si affretta a notare che possiamo cogliere nella sua opera un erto «négligé », una “trascuratezza”, una «tendenza verso la pigrizia “ma anche” una bellezza improvvisa, inaspettata, ineguagliabile […] e uno è irresistibilmente attratto. In fondo al cielo poetico.» Io mi chiedo se questa « tendenza per la pigrizia» non potesse coprire molti dei tunnel delle lunghe perorazioni dei poeti romantici, per i quali questo rimprovero non sembra essere stato formulato così. Trovo la stessa riduzione del complimento in Barbey d’Aurevilly che modifica così il suo apprezzamento per il talento femminile: «Mme Desbordes-Valmore, che aveva iniziato solo con l’anima e che ha finito per avere un vero talento, mostra chiaramente, da questo stesso talento, che la donna, la cui gloria è riflettere coloro che ama, non può mai avere un’originalità profonda o sorprendente.»

Se rileggiamo tutti gli elogi che le sono stati rivolti, ci accorgiamo che in un certo modo è rinchiusa nel ghetto della delicatezza, della spontaneità, di questo “négligé” (quasi erotico in francese, dove è il nome di un indumento feminile che rivela il corpo – ossia l’intimità femminile). Mallarmé, pure lui, ammirava in lei una notevole scrittura “femminile”… tanto che sembra che ci venga presentata un’opera quasi “esotica” rispetto alla coltissima produzione letteraria dell’epoca, nutrita di latino e riferimenti classici di poeti che hanno studiato le umanità. Ciò che è apprezzato, non senza un pizzico di condiscendenza, è il lato risentito dai suoi contemporanei come il movimento primitivo di un’anima che non è totalmente formato – un po ‘come un’estensione del concetto dell’incolto “buon selvaggio”, le cui creazioni, spontanee e senza arte, potevano lo stesso toccare, per l’intensità dell’emozione che le motiva …

Verlaine, un poeta “marginale”, analizza in modo abbastanza accurato, in Les Poètes maudits, quelli che chiama i “pregiudizi” dei suoi contemporanei all’incontro di questa scrittura originale di un poeta, come lui del nord della Francia, e in cui non trova:

«(…) Niente dell’enfasi, niente del falso, niente della malafede che deve essere deplorata nelle opere più incontestabili d’oltre Loira. (…) Abbiamo detto che il linguaggio di Marceline Desbordes-Valmore era sufficiente, è molto sufficiente che avessimo da dire; solo che siamo di un tale purismo, di una tale pedanteria, aggiungeremo, poiché siamo chiamati un decadente (insulto, tra parentesi, pittoresco, molto autunnale, molto sole al tramonto, da cogliere in breve) che un po ‘di ingenuità, no l’ingegnosità dello stile a volte può offendere i nostri pregiudizi di scrittore (…)»

Fu il primo a riconoscere la novità della sua metrica: «Marceline Desbordes-Valmore, la prima tra i poeti di questo tempo, impiegò con la massima felicità ritmi insoliti, quello degli undici piedi tra gli altri». La posterità, però, la attribuirà “naturalmente” e durevolmente a lui, che lo teorizza, nella sua arte poetica, una poesia pubblicata 15 anni dopo la morte di Desbordes-Valmore, poeta-musicista a cui queste righe sembrano rendere omaggio:

«La musica, prima di ogni altra cosa:
e per questo preferisci l’impari,
più vago e solubile nell’aria,
senza nulla in sé che pesi e posi»

(da «Art Poétique» (1874) in Jadis et Naguère)

È un tratto caratteristico del malinteso che ha fatto sparire questa poeta dal curriculum e dalla memoria letteraria, oltre alla sopravvalutazione dell’immagine della donna debole battuta dal destino (che ha accettato, e senza dubbio anche mantenuto per vivere; certo, non ha nulla dello spirito combattivo delle poetesse di fine secolo, muse-amazzoniche che meritano anche di essere riscoperte: Anna de Noaïlles, Gérard d’Houville, Renée Vivien, e che non si sbagliano sulla originalità di Marceline – proprio come le femministe Nathalie Sarraute o Marina Tsvetaieva).

Questa figura di una donna triste continua in Louis Aragon, poeta dell’amore e poeta impegnato, che cita il suo nome in una poesia della raccolta Elsa, tra quella di altri poeti dal destino maledetto:

Où sont Rimbaud Cros et Ducasse
Valmore qui pleure à minuit
La corde Nerval a cassé
Et la balle qui traverse Lermontov

a passé par mon cœur  

Vi dedica anche un’intera sezione – una sorta di road-poem, si potrebbe scrivere – nella raccolta Les Poètes. “Le Voyage d’Italie” accompagna, sfuocato come in un sogno, il viaggio che Marceline descrive nel suo diario di viaggio, datato 1838, e recentemente pubblicato con il titolo Occhi pieni di chiese. Questo quaderno di viaggio era preziosamente conservato come reliquia da Louis Aragon, che aveva un’immensa considerazione per lei: donna della Rivoluzione che aveva anche saputo descrivere i ribelli, gli schiavi e i canut e la violenza della repressione, in una poesia del 1834, scritta a Lyon. Ma quello che colpisce in questa donna dagli “occhi pieni di chiese” è quando viene descritta come autrice all’opera, “sul campo”, come pittrice:

“… questa donna né giovane né bella
Che non scende dalla diligenza con le sue figlie e suo marito
Seduta in fondo nei suoi vestiti e la sua modestia
Occhi persi mentre scrive sulle ginocchia di tanto in tanto
Una linea alla matita danzante e mal formata

(…)

Vedo soltanto lei, triste e sconcertante,

In un taccuino all’italiana, un fiore anonimo tra le pagine essicato.”

Autodidatta – le donne ai suoi tempi non avevano accesso all’istruzione superiore – Marceline era innovativa perché doveva inventare la propria scrittura. Non era prigioniera della camicia di forza imposta dal regime dei temi e delle versioni latine che alimentavano gli intellettuali del suo tempo: cercò forme originali, che corrispondessero al suo ritmo interiore, alla musica che portava dentro di sé – e che trova la sua fonte in parte nel ritmo e nel fraseggio di racconti e filastrocche, canzoni della sua infanzia nell’Artois, la scansione del teatro, arie d’opera, inni sacri[i]… La sua sintassi, le sue lunghe righe, non nascono da una mancanza di cura, ma da una preoccupazione di adattare il ritmo all’espressione – e il lettore contemporaneo, abituato a versi liberi, sarà sensibile in modo diverso. Nessuna mediocrità nemmeno nella scelta di temi che non pretendono di raggiungere “soggetti nobili”, con tanto di mitologia e riferimenti classici, ma rivelano una preoccupazione per la semplicità dello sguardo e l’adeguatezza della forma (proprio come il suo contemporaneo Baudelaire, esplorando la prosa per quanto più adatta al classico alessandrino della prosodia francese, a esprimere le figure urbane che l’interessavano, evoca nella sua sintassi personale il mondo che la circonda: il cortile, il pozzo, il povero, la lavandaia …). Se l’amore appassionato occupa molte poesie, gran parte dell’ispirazione di Marceline Desbordes-Valmore viene dai ricordi d’infanzia, da il Douai della rivoluzione che ha lasciato a 10 anni (e che è l’ambientazione principale del suo romanzo, L’Atelier d’un peintre, dove sono ricordati i legami con lo zio, il pittore Constant Desbordes, di cui è stata la modella), evoca i rapporti in famiglia, da madre a figli. Tutto testimonia il mondo familiare – esseri e oggetti – in cui vive e che traduce in un modo più vicino possibile alle sensazioni e alle voci che cerca di ritrovare nella sua memoria. La sua poesia non pretende di raggiungere il virtuosismo declamatorio dei poeti romantici, non mira allo splendore e allo sfarzo nell’espressione di una disperazione egotistica, ma raggiunge il lettore come una confidenza che gli sarebbe sussurrata, riversata da anima  a anima – la sua poesia è solo dialogo, e in fondo parla molto poco di se stessa direttamente – sono le sue  parole che la ritraggono nel discorso rivolto all’altro, sempre presente in questa dolce intimità che crea al contrario dei criteri estetici del suo tempo.

Innovativo, per la scelta dei soggetti, per le sue metriche singolari e anche per quello che appare come un  lavoro stilistico intorno al “genere” grammaticale: così nella poesia cantata da Ezekiel Pailhès, “Senza dimenticarlo”, l’indeterminatezza dell’oggetto da evitare, non svela se si tratti di un uomo o una donna. Allo stesso modo, nell’elegia successiva, le canne – nome di genere grammaticale maschile che evoca due giovani ragazze (quando ci si poteva aspettare il cliché delle “rose”, nome femminile) in un imene da comunione senza concordanze grammaticali al femminile, prima della comparsa dell’uomo che le lacera.

ELEGIE I GIUNCHI

 a mia sorella

Due giunchi nell’aria giungevano i loro giorni
e le loro notti; si piegavano e muovevano le loro teste
unite; inginocchiati ai piedi della tempesta,
erano un essere unico per essere sempre due!
L’amicizia non ebbe mai una catena più stretta,
al mondo non si vide mai niente di più unito,
sembrava che si amassero al punto da perdere il fiato;
Non avevo pietà del loro essere giunchi, amavo!
E da questo fresco imene sorgeva un’armonia
Che parlava! Che cantava! Triste, intima, infinita,
quando la loro sorte ansante chiedeva al sole
di lasciare loro un altro giorno, un giorno roseo!

Non appena spuntavano l’alba e sua sorella l’aurora,
“Che felicità!” Diceva l’una, “vedo il cielo di nuovo,
ti vedo!” L’altra rispondeva: “Che felicità!,

Ma stavo bene pure, ero sul cuore tuo!”

La vecchia quercia dal  cuore indurito, verde gigante della riva,
lui dall’aspra calma, sorrideva a vederli:
non si può contemplare l’amore senza commuoversi,
e ogni celibe ha sognato la schiavitù,
di quella stretta morbida dove tremavano i giunchi
battuti dagli stessi venti, lavati dalle stesse acque.
Spesso da un usignolo la preghiera notturna
discendeva per bagnarsi nei loro brividi deliziosi;
spesso un’anima sola lì piangeva ed era l’ultima
prima di volar’ via dove vanno gli amanti veri.
Passa un uomo: addio l’unione solitaria,
addio il povero amore, dolce cemento della terra!
L’uomo passa e nell’aria una voce vuole soffiare:
l’uomo è triste; un giunco gemerà sotto le sue dita.
I loro nodi intrecciati nell’acqua si strapparono.
Dal giunco che si allontana piansero le radici.
Incoraggiato dalla paura, l’altro volle fuggire;
egli cadde. Cadere da soli, è cadere per morire!

E si potrebbe altrettanto parlare del modo nel quale disturba la  nozione di numero grammaticale, questa poeta che parla in nome della moltitudine, mescolando “io” e “quelli” in questa poesia di Bouquets et Prières, “All’autore di Maria” (il poeta – operaio Théodore Lebreton che Marceline ha scoperto e fatto conoscere al pubblico nel 1834 e che in questi versi incoraggia ad un atteggiamento positivo e ragionato, lontano dall’oscura malinconia in cui è rinchiuso):

Finché un aureo raggio pende lungo il sentiero,
Cammini, cammini, dal lato del sole!
(…)
Io sono quelli che il gelo offende;
Che dall’insulto dell’aspro inverno non si difende.
Chi per casa ha solo un vecchio muro dorato,
Riscaldato di giorno da un raggio di sole!

Gli attuali ricercatori sottolineano anche il fatto che ridurre la sua ispirazione ai tragici eventi della sua vita minimizza da un lato la cura con la quale lei stessa come poeta minimmizzava il biografico nella sua scrittura – lei che scrive per uscire dal dolore e che dichiara “io che abito in un armadio”[i]. Ma questo trascura anche l’interesse che aveva per la vita intellettuale del suo tempo – grande lettrice di autori classici, contemporanei, o stranieri (Burns, Byron, Moore, Goethe, citati nella raccolta Les Pleurs, nel 1833), scrive anche queste “Rose di Saadi” che testimoniano la sua apertura alla cultura orientale, in voga in questo periodo di viaggi in Oriente – una poesia spesso cantata, in cui le rime femminili e le desinenze verbali lasciano libera la fine del versi come il profumo delle rose volate:

Le rose di Saadi

Volevo stamattina portarti delle rose;
Ne avevo prese tante nelle mie sciarpe chiuse
Che i nodi troppo stretti non le potettero serbare.
Scoppiarono i nodi. Via le rose sono volate
Nel vento, al mare tutte se ne sono andate.
Seguirono l’acqua per mai più tornare;
Il flusso ne sembrò rosso e come infiammato.
Stasera, l’abito mio ne è ancora profumato…
Quel fragrante ricordo, su di me lo puoi ancora respirare.

.

Adriana González, pianist/conductor Iñaki Encina Oyón

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.

Possa, quel profumo di rose, portare verso di voi un poco della poesia di Marceline Desbordes-Valmore in questo mese di giugno che la vide nascere.


(Le note e consigli d’ulteriori letture sono in fondo alla versione francese che segue)

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[French / Français]

Marceline Desbordes-Valmore par Nadar, 1854. © Bibliothèque municipale Douai

Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859) Héroïne romanesque  et Poète précurseur du romantisme

Imaginez une héroïne plongée dans un tourbillon de malheurs – un peu comme l’Adèle H. du film de François Truffaut, qu’interprétait Isabelle Adjani : une femme éprouvée dès l’enfance – c’est à Douai, dans le Nord de la France (région de langue picarde qu’elle utilisera dans certains poèmes) qu’elle naît en 1786, juste avant la tourmente de la Révolution à laquelle adhère sa famille, mais qui ruine son père, peintre d’armoiries devenu cabaretier. Sa mère, qui le quitte pour un amant emmène avec elle sa fille puis embarque pour la Guadeloupe, dans l’espoir d’y obtenir le soutien d’un cousin fortuné… Voyage et séjour dramatiques :  elles arrivent dans une île en pleine révolte, sa mère meurt de la fièvre jaune contractée sur le bateau, et le cousin s’avère bien moins riche qu’espéré…

De retour en France, elle deviendra comédienne pour subvenir à ses besoins. Talentueuse interprète douée d’une voix délicate mais fort belle,  si l’on en croit son professeur, le compositeur André Gréty, qui mit certaines de ses romances en musique, et qui admirait le  naturel de son jeu, elle devra pourtant, à son grand désespoir, renoncer à une carrière de cantatrice, tant le son de sa voix l’émouvait au point de la faire pleurer en scène… Sans doute reversa-t-elle dans la composition de chansons et dans la poésie toute la musicalité qui l’habitait et qu’on entend si bien, dans les intonations singulières de ses vers.

Imaginez, à partir des romans et opéras du 19ème siècle, la vie et le désespoir d’une femme éprise qui a eu un enfant de l’homme aimé et qui l’aime,  mais dont la famille refuse catégoriquement qu’il se mésallie en épousant une « saltimbanque », même si par amour, elle a renoncé à sa carrière.

Ajoutez la tragédie de la mort de ce premier fils, suivie d’un mariage avec un comédien, dont elle prendra le nom de scène, Valmore. De ce ménage naîtront 4 enfants, dont un seul survivra à sa mère. Le deuil le plus douloureux sera sans doute celui de la préférée, Hyacinthe, dite « Ondine » –  elle-même compositrice de poèmes et de contes, et  vraisemblablement fille d’Henri de Latouche, amant dont le souvenir passionné hante toute l’œuvre de Marceline … Cette vie romanesque et douloureuse suscite l’écriture de nombreuses élégies, qui vaudront à la poète le surnom de « Notre-Dame des Pleurs »… et il est vrai que sa poésie sentimentale, et romantique, si proche des Lamentations  de Lamartine (dont les  Méditations poétiques  sont publiées en 1820, soit un an après celle du second recueil, Elégies et romances, de Marceline Desbordes-Valmore), suscite l’empathie du lecteur, bercé par la musique de ces vers – qui suscitent l’intérêt des compositeurs (ainsi le jeune Saint-Saens, âgé de 7 ans, créa-t-il la pièce musicale « Le Soir » sur un poème extrait des Romances (1830)

Le Soir

En vain l’aurore,
Qui se colore,
Annonce un jour
Fait pour l’amour ;
De ta pensée
Tout oppressée,
Pour te revoir,
J’attends le soir.

L’aurore en fuite,
Laisse à sa suite
Un soleil pur,
Un ciel d’azur :
L’amour s’éveille ;
Pour lui je veille ;
Et, pour te voir,
J’attends le soir.

Heure charmante,
Soyez moins lente !
Avancez-vous,
Moment si doux !
Une journée
Est une année,
Quand pour te voir,
J’attends le soir.

Un voile sombre
Ramène l’ombre ;
Un doux repos
Suit les travaux :
Mon sein palpite,
Mon cœur me quitte…
Je vais te voir ;
Voilà le soir.

Parmi les nombreux compositeurs inspirés par ses vers, on encore peut citer Rossini, César Franck ou Georges Bizet pour les plus connus, sans oublier toutes ces « chansons » qui lui assurèrent un succès populaire, qui ne se dément pas : Ainsi Julos Beaucarne, Julien Clerc et Benjamin Biolay[i] Véronique Pestel,mais aussi le chanteur français Pascal Obispo dont tout un album, « Billet de Femme », lui est consacré en 2016 , et Ezéchiel Pailhès dans son album “Oh !” consacré à la poésie et sorti en mai 2020, a mis en musique  trois chansons, dont « La Sincère » et « Sans l’oublier »

Elégies : Un Billet de femme

Puisque c’ est toi qui veux nouer encore notre lien,
puisque c’ est toi dont le regret m’ implore, écoute bien :
les longs serments, rêves trempés de charmes, écrits et lus,
comme Dieu veut qu’ ils soient payés de larmes, n’en écris plus !
Puisque la plaine après l’ ombre ou l’ orage rit au soleil,
séchons nos yeux et reprenons courage, le front vermeil.
Ta voix, c’ est vrai ! Se lève encor chérie sur mon chemin ;
mais ne dis plus : ” à toujours ! ” je t’ en prie ; dis : ” à demain ! “
nos jours lointains glissés purs et suaves, nos jours en fleurs ;
nos jours blessés dans l’ anneau des esclaves, pesants de pleurs ;
de ces tableaux dont la raison soupire otons nos yeux,
comme l’ enfant qui s’ oublie et respire, la vue aux cieux !
Si c’ est ainsi qu’une seconde vie peut se rouvrir,
pour s’ écouler sous une autre asservie, sans trop souffrir,
par ce billet, parole de mon âme, qui va vers toi,
ce soir, où veille et te rêve une femme, viens !
Et prends-moi!

Sans l’oublier

Sans l’oublier, on peut fuir ce qu’on aime.
On peut bannir son nom de ses discours,
Et, de l’absence implorant le secours,
Se dérober à ce maître suprême,
Sans l’oublier !

Sans l’oublier, j’ai vu l’eau, dans sa course,
Porter au loin la vie à d’autres fleurs ;
Fuyant alors le gazon sans couleurs,
J’imitai l’eau fuyant loin de la source,
Sans l’oublier !

Sans oublier une voix triste et tendre,
Oh ! que de jours j’ai vus naître et finir !
Je la redoute encor dans l’avenir :
C’est une voix que l’on cesse d’entendre,
Sans l’oublier!

Imaginez donc cette figure d’héroïne amoureuse et pathétique,  Mater Dolorosa du 19ème siècle figée dans le geste de douleur et de supplication, celui d’une pleureuse sculptée dans le marbre d’un tombeau – une vivante icône de cette mélancolie chantée par les poètes romantiques comme leur Muse préférée – telle notamment qu’elle apparaît à travers les vers d’Alfred de Musset dans le poème de 1835, “Allégorie du Pélican”, dans La Nuit de mai

LA MUSE (Alfred de Musset)

Quel que soit le souci que ta jeunesse endure,
Laisse-la s’élargir, cette sainte blessure
Que les séraphins noirs t’ont faite au fond du cœur;
Rien ne nous rend si grands qu’une grande douleur.
Mais, pour en être atteint, ne crois pas, ô poète,
Que ta voix ici-bas doive rester muette.
Les plus désespérés sont les chants les plus beaux,
Et j’en sais d’immortels qui sont de purs sanglots

Oui, imaginez cette effigie tragique… et oubliez-la aussitôt : car cette représentation doloriste occulte depuis deux siècles le fait que la poète Desbordes-Valmore, dont les mots sont connus et encore aujourd’hui chantés, sans qu’on sache qu’ils sont d’elle, est bien davantage que cette icône.

En effet, si ses vers résonnent toujours pour la sensibilité contemporaine, elle semble encore ignorée de la plupart des études sur le romantisme, et surtout de l’enseignement scolaire (à titre d’exemple, j’ai appris à lire dans une école qui portait son nom, comme quelques autres écoles primaires ou maternelles dans la région où elle naquit – mais je n’ai jamais étudié son œuvre par la suite, ni rencontré son nom au fronton d’un établissement d’enseignement supérieur). Malgré les efforts et l’activité de la Société des études Marceline Desbordes-Valmore, elle demeure dans l’ombre de l’histoire littéraire, comme poète mineure… 

Pourtant, de son vivant, son ami Victor Hugo, dans Le Conservateur Littéraire, en 1821, écrivit d’elle : « Il me semble que Mme Desbordes-Valmore n’a encore obtenu que la moitié du triomphe réservé à un talent tel que le sien ».

Elle a été estimée des écrivains de son époque : Honoré de Balzac vantait les « assemblages délicats de sonorités douces et harmonieuses et qui évoquent la vie des gens simples». Sainte-Beuve, critique renommé qui fit et défit les carrières littéraires, dit à son propos : « Elle a chanté comme l’oiseau chante » .Et Henri Potez, qui en 1897 tenta de comprendre les raisons de la désaffection qui la frappe après sa mort, écrit : « Elle avait l’agonie harmonieuse des cygnes » dans la Revue D’Histoire Littéraire De La France. Le cœur du problème se devine sans doute dans un article de 1861,  de Charles Baudelaire, qui l’admire et la présente comme  « un grand poète » tout en s’empressant  de noter qu’on pourra déceler dans son œuvre de la « négligence », un « parti pris de paresse » mais également « une beauté soudaine, inattendue, non égalable […] et vous voilà enlevé irrésistiblement au fond du ciel poétique.». Je me demande si ce « parti-pris  de paresse » ne pourrait recouvrir nombre des tunnels des longues péroraisons des poètes romantiques, pour lesquels ce reproche ne semble pas avoir été formulé ainsi, et je retrouve la même minoration du compliment chez Barbey d’Aurevilly qui modalise  ainsi son appréciation du talent féminin :  « Mme Desbordes-Valmore, qui n’avait commencé qu’avec de l’âme et qui a fini par avoir réellement du talent, montre bien, par ce talent même, que la femme, dont la gloire est de refléter ceux qu’elle aime, ne peut jamais avoir de profonde ou de saisissante originalité».

Si l’on relit l’ensemble des éloges qui lui furent adressés, on se rend compte que d’une certaine façon, elle est enfermée dans le ghetto de la délicatesse, de la spontanéité, de ce « négligé » (presqu’érotique en ce qu’il dévoile « la femme » comme le ferait un léger vêtement intime). Mallarmé, encore,  admirait en elle une remarquable écriture « féminine » – si bien qu’il semble qu’on nous présente une œuvre presque « exotique » par rapport à la production littéraire très cultivée de l’époque, nourrie de latin et de références mythologique des poètes ayant étudié les Humanités. Ce qui est valorisé, non sans un soupçon de condescendance, c’est le côté ressenti par ses contemporains comme le mouvement primitif d’une âme qui n’a pas été formée – un peu comme une extension du concept du « bon sauvage » inculte ,dont les créations, spontanées et sans art, pourraient quand même toucher, par l’intensité de l’émotion qui les a motivés…

Verlaine, poète « marginal »,, analyse de façon assez juste, dans Les Poètes maudits, ce qu’il appelle les « préjugés » de ses pairs à l’encontre de cette écriture originale d’une poète, venant comme lui du Nord de la France, et dans laquelle il ne retrouve

« (…) rien de l’emphase, rien du toc, rien de la mauvaise foi qu’il faut déplorer chez les œuvres les plus incontestables d’outre-Loire. (…) Nous avons dit que la langue de Marceline Desbordes-Valmore était suffisante, c’est très suffisante qu’il fallait dire ; seulement nous sommes d’un tel purisme, d’un tel pédantisme, ajouterons-nous, puisque l’on nous en appelle un décadent (injure, entre parenthèses, pittoresque, très automne, bien soleil couchant, à ramasser en somme) que certaines naïvetés, d’aucunes ingénuités de style pourraient heurter parfois nos préjugés d’écrivain (…) »

Le premier, il avait reconnu la nouveauté de sa métrique : « Marceline Desbordes-Valmore a, le premier d’entre les poètes de ce temps, employé avec le plus grand bonheur des rythmes inusités, celui de onze pieds entre autres»… La postérité, toutefois,  l’attribuera « naturellement » et durablement à lui, qui la théorise,  dans son art poétique, poème publié 15 ans après la mort de Desbordes-Valmore. poète-musicienne à laquelle ces vers semblent rendre hommage  :

 « De la musique avant toute chose,
Et pour cela préfère l’Impair
Plus vague et plus soluble dans l’air,
Sans rien en lui qui pèse ou qui pose. »

( « Art Poétique » (1874) in Jadis et Naguère)

C’est un trait caractéristique du malentendu qui a fait disparaître cette poète du cursus et de la mémoire littéraire, outre la survalorisation de l’image de la femme faible et battue par le destin  (qu’elle a acceptée, et sans doute aussi entretenue pour publier et vivre – certes, elle n’a rien de la combativité  des poétesses de la fin du siècle, muses-amazones qui méritent aussi d’être redécouvertes : Anna de Noailles, Gérard d’Hourville, Renée Vivien, et qui ne se trompent pas sur son originalité – tout comme les féministes Nathalie Sarraute ou Marina Tsvetaieva).

Cette figure de femme triste perdure chez Louis Aragon, chantre de l’amour et poète engagé, qui  cite son nom dans un poème du recueil Elsa, parmi celui d’autres poètes au destin maudit :

Où sont Rimbaud Cros et Ducasse
Valmore qui pleure à minuit
La corde Nerval a cassé
Et la balle qui traverse Lermontov

a passé par mon cœur  

Il lui consacre également toute une section – un  road-poem, pourrait-on écrire – dans le recueil Les Poètes.  « Le Voyage d’Italie », accompagne,  comme dans le flou d’un rêve, le périple que décrit  Marceline,  dans le carnet de voyage de sa main, daté de 1838, et récemment publié sous le titre Les Yeux pleins d’églises .  Cet objet était précieusement conservé comme une relique par Louis Aragon, qui avait une immense considération pour elle, cette femme de la Révolution qui avait aussi su décrire le peuple révolté, les esclaves et les canuts et la violence de la répression sanglante, à Lyon. Mais ce qui frappe dans cette femme aux yeux pleins d’églises, c’est l’auteur au travail « sur le motif » comme un peintre :

« … cette femme ni jeune ni belle
Qui ne descend pas de la diligence avec ses filles et son mari
Assise au fond dans ses vêtements et sa modestie
Les yeux perdus écrivant sur ses genoux de temps à autre
Une ligne au crayon dansante et mal formée

(…)

Je ne vois qu’elle triste et troublante
Dans un carnet à l’italienne une fleur anonyme entre
les feuillets séchée»

portrait de Marceline par sa fille Ondine, page du carnet “Des Yeux plein d’églises”, frontispice du livre homonyme aux éditions La bibliothèque, 2010

Autodidacte – les femmes n’ont pas accès à l’enseignement supérieur à son époque, Marceline est novatrice parce qu’elle doit inventer sa propre écriture. Elle n’est pas  prisonnière du carcan imposé par le régime des thèmes et versions latines qui nourrissait les intellectuels de son époque : elle cherche des formes originales, qui correspondent à son rythme intérieure, à la musique qu’elle porte en elle – et qui trouve en partie sa source dans le rythme et le phrasé des contes et comptines, des chanson de son enfance en Artois, la  scansion du théâtre, les arias d’opéra, les cantiques d’église[i]…  Sa syntaxe, ses vers longs, ne découlent pas d’un manque de soin, mais d’un souci d’adaptation du rythme à l’expression – et le lecteur contemporain, habitué au vers libre, y sera autrement sensible. Pas de médiocrité non plus dans le choix des thèmes qui ne prétendent pas atteindre  les « sujets nobles », à grand renfort de mythologie et de références classiques, mais révèlent un souci de simplicité de regard, et d’adéquation de forme (tout comme son contemporain Baudelaire, explorant la prose comme plus apte que l’alexandrin à exprimer les figures urbaines qui le hantent, elle évoque dans sa syntaxe personnelle le monde qui l’entoure : la courette, le puits, le pauvre, la laveuse… ). Si la passion amoureuse occupe nombre de poèmes, une grande partie de l’inspiration de Marceline Desbordes-Valmore lui vient des souvenirs de l’enfance, ce Douai de la révolution qu’elle a quitté à 10 ans (et qui est le décor principal de son roman, L’Atelier d’un peintre, rappelant les liens avec son oncle, le peintre Constant Desbordes, dont elle fut le modèle), elle évoque les rapports en famille, de mère à enfant… Tout témoigne du monde familier – êtres et objets –  dans lequel elle vit et qu’elle traduit au plus près des sensations et des voix qu’elle tente de retrouver dans sa mémoire. Sa poésie ne prétend  pas atteindre la virtuosité déclamatoire des poètes romantiques, elle ne vise pas l’éclat et le faste dans l’expression d’un désespoir égotiste, mais elle atteint le lecteur comme un confidence qui lui serait chuchotée, versée d’âme à âme – sa poésie est de dialogue, et au fond, elle parle très peu d’elle-même directement – ce sont ces mots qui la dépeignent dans le discours adressé à l’autre, toujours présent dans cette intimité feutrée qu’elle crée à rebours des critères esthétiques de son époque.

Novatrice, par son choix de sujets, par sa métrique singulière, et aussi par ce qui apparaît comme un travail stylistique autour du « genre » grammatical : ainsi dans le poème chanté par Ezéchiel Pailhès , “Sans l’oublier”, l’indétermination de l’objet qu’il faut fuir, de telle sorte qu’on ne sait s’il est un homme ou une femme. De même, dans l’élégie suivante, ces roseaux – nom du genre grammatical masculin évoquant deux jeunes filles (quand on eût pu attendre le cliché des « roses », nom féminin) dans une communion-hymen sans accords au féminin, avant que l’apparition de l’homme ne les déchire.

 ELEGIES LES ROSEAUX

à ma soeur 

deux roseaux dans les airs entrelaçaient leurs jours
et leurs nuits ; ils pliaient, ils balançaient leur tête
ensemble ; agenouillés aux pieds de la tempête,
ils ne se faisaient qu’ un pour être à deux toujours !

L’ amitié n’ eut jamais de plus étroite chaîne,
au monde on n’ a rien vu de mieux uni jamais,
on eût dit qu’ ils s’ aimaient jusqu’ à manquer d’ haleine ;
je ne les plaignais pas d’ être roseaux, j’ aimais !
Et de ce frais hymen montait une harmonie
qui parlait ! Qui chantait ! Triste, intime, infinie,
quand leur sort haletant demandait au soleil
de leur donner un jour encore, un jour vermeil !
Sitôt qu’ apparaissaient l’ aube et sa soeur l’ aurore,
” quel bonheur ! Disait l’ un, je vois le ciel encore,
je vous vois ! ” l’ autre aussi répondait : ” quel bonheur !
Mais j’ étais bien pourtant, j’ étais sur votre coeur ! “
le vieux chêne au coeur dur, vert géant du rivage,
de son calme escarpé souriait de les voir:
on ne peut contempler l’ amour sans s’ émouvoir,
et tout célibataire a rêvé d’ esclavage,
de cette molle étreinte où tremblaient les roseaux,
battus des mêmes vents, lavés des mêmes eaux.
Souvent d’ un rossignol la nocturne prière
descendait se mouiller dans leurs frissons charmants;
souvent, quelque âme veuve y pleura la dernière
avant de s’ envoler où vont les vrais amants.

Un homme passe : adieu l’ union solitaire,
adieu la pauvre amour, doux ciment de la terre !
L’ homme passe et dans l’ air veut souffler une voix :
l’ homme est triste ; un roseau va gémir sous ses doigts.
Leurs noeuds entrelacés dans l’ eau se déchirèrent.
Du roseau qui s’ en va les racines pleurèrent.
Enhardi de frayeur, l’ autre voulut courir ;
il tomba. Tomber seul, c’ est tomber pour mourir!

Et l’on pourrait aussi bien parler de nombre grammatical, pour cette poète qui parle au nom de la multitude, mêlant « je » et « ceux » dans ce poème de Bouquets et Prières, « A L’Auteur de Marie » (le poète-ouvrier Théodore Lebreton qu’elle découvrit et fit connaître au public en 1934 et qu’elle incite ici à un attitude positive et raisonnée, bien éloigné de la noire mélancolie dans laquelle on la cantonne):

Tant qu’au chemin pend un rayon vermeil,
Prenez, prenez le côté du soleil !

(...)Moi, je suis ceux que la gelée offense ;
Que l’âpre hiver insulte sans défense ;
Qui, pour foyer n’ont qu’un vieux mur vermeil,
Chauffé par jour d’un rayon de soleil!

Les chercheurs actuels soulignent également  le fait que réduire son inspiration aux tragiques événements marquant sa vie minimise d’une part le soin  apporté par la poète elle-même à minimiser le biographique dans son écriture – elle qui écrit pour sortir des deuils et de la douleur, et qui déclare « moi qui vis dans un placard »[i]. – Mais c’est aussi négliger  l’intérêt qu’elle porta à la vie intellectuelle de son époque – grande lectrice des classiques, des contemporains, des auteurs étrangers (Burns, Byron, Moore, Goethe, cités dans le recueil Les Pleurs, en 1833), elle écrit aussi ces « Roses de Saadi »  qui témoignent de son ouverture à la culture orientale, en vogue à cette époque de voyages en Orient – poème maintes fois chanté,  dans lequel les rimes féminines et les terminaisons verbales laissent planer la fin des vers comme le parfum des roses envolées :

Les roses de Saadi

J’ai voulu ce matin te rapporter des roses ;

Mais j’en avais tant pris dans mes ceintures closes
Que les noeuds trop serrés n’ont pu les contenir.

Les noeuds ont éclaté. Les roses envolées
Dans le vent, à la mer s’en sont toutes allées.
Elles ont suivi l’eau pour ne plus revenir ;

La vague en a paru rouge et comme enflammée.
Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée…
Respires-en sur moi l’odorant souvenir.

Puisse le parfum de ces roses vous apporter un peu de la poésie de Marceline Desbordes-Valmore, en ce mois de juin qui la vit naître.

© Marilyne Bertoncini

Documents complémentaires :

https://www.societedesetudesmarcelinedesbordesvalmore.fr/?page_id=420 pour iconographie),

France- culture –LA COMPAGNIE DES POÈTES par Manou Farine Esther Pinon, agrégée de Lettres modernes maître de conférences en littérature du XIXe siècle à l’Université de Rennes 2, membre du CELLAM, qui a signé la présentation de la nouvelle édition Des Pleurs  de Marceline Desbordes-Valmore chez Garnier- Flammarion  et Christine Planté, professeure de littérature française à l’Université Lumière Lyon 2 et membre du laboratoire LIRE (CNRS-Lyon 2), pour son édition de L’aurore en fuite : poèmes choisis de Marceline Desbordes-Valmore (Points, Poésie) et ses nombreux travaux consacrés à son oeuvre et aux femmes poètes du XIXème siècle. https://www.franceculture.fr/emissions/la-compagnie-des-poetes/pleurer-avec-marceline-desbordes-valmore

– france culture – LE 05/01/2015Une vie, une oeuvre – Marceline Desbordes Valmore ou La transparence de la voix par Marie-Christine Navarro – https://www.franceculture.fr/emissions/la-nuit-revee-de/une-vie-une-oeuvre-marceline-desbordes-valmore-ou-la-transparence-de-la

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