«Lei vede, non sono femminista. Sono un’”ista”»: Rosa Rosà, una combattente visionaria.

di Chiara Pini

Rosa Rosà, un nome apparentemente voluttuoso, leggero, che evoca femminilità. Un nome che trova conferma in un cognome tronco, quasi a non voler distogliere l’attenzione da quell’immagine floreale, nel desiderio di volersi autodeterminare per essere padrona di sé, senza discendenza. Non senza spine.

Rosa Rosà è pseudonimo di Edyth Von Haynau, “la geniale viennese”, come la definiva F. T. Marinetti, uno spirito libero, non tanto alla ricerca del proprio sé, quanto impegnata ad affermare il suo essere persona che voleva fosse indipendente dal genere e venisse riconosciuto nel valore. Poco importa ricordare le origini aristocratiche di Edyth Von Haynau, con quel che ne segue dal punto di vista della formazione, perché ben presto Rosa Rosà riconosce la propria natura. La sua vita, fino all’incontro con il Futurismo, le era probabilmente apparsa come quella dei coniugi Giorgina e Umberto Rossi, protagonisti del suo breve romanzo La donna con tre anime (1918): «una vita che si sgomitola con semplicità perfetta, sopra un unico piano, senza ramificazioni e senza prospettive in profondità».  La vita di Edyth-Rosa si snoda anagraficamente tra il 1884 e il 1978 ma in realtà inizia probabilmente solo nel 1915, quando non si costringe al ruolo di madre di quattro figli e di moglie in attesa di un marito partito per il fronte (lo scrittore Ulrico Arnaldi), anzi, riscopre le passioni letterarie e artistiche, per lungo tempo soffocate, cerca un autorevole canale di espressione e, come Rosa Rosà, entra a far parte del gruppo dei futuristi fiorentini de L’Italia futurista, per dare il proprio contributo da combattente al mondo.

L’opera di Rosa Rosà è interessante e pregevole non tanto per la maestria linguistica con cui si esprime, comunque ammirevole visto che l’italiano non è per lei la lingua nativa, quanto per il coraggio e la sfrontatezza con cui sperimenta le diverse arti, letterarie, pittoriche e materiche: e così la grafica, il disegno, la ceramica, la scultura la chiamano a indagare il lato più profondo, a volte esoterico e misterioso di sé. Audace è anche nella vita privata, tanto che non cede ad alcuna imposizione di ruolo, come richiesto da una società fortemente borghese a cui in fondo apparteneva, non rinunciando mai a vivere e a testimoniare le idee in cui credeva. Rosa Rosà è futurista nell’animo, ammira con trasporto gli ideali che di questo movimento aprono al futuro, un futuro visionario, da Rosa considerato possibile e vicino, seppur ancor prossimo rispetto al suo tempo: un incontro che diventa scelta consapevole e totalizzante, per lei di discendenza così aristocratica, per lei un tempo così lontana dalla lotta e dalla prima linea. Colpisce particolarmente che di Rosa Rosà sia rimasto molto poco: la sua famiglia e i suoi figli, alla morte, non hanno conservato testimonianze, foto, opere, nulla che ne tramandasse la memoria, in quanto rinnegavano le scelte e le posizioni da lei sostenute, incapaci di “perdonarle di aver distrutto l’armonia familiare per amore del futurismo” (Lia Giachero in Donne d’arte, storie e generazioni, a cura di Maria Antonietta Transforini, Meltemi.edu, p. 50). Di lei restano gli scritti pubblicati su L’Italia Futurista (1917-1918), tra cui i racconti Romanticismo sonnambulo, Moltitudini, e la risposta a Marinetti ne Le donne del posdomani; il romanzo breve La donna con tre anime (1918); le illustrazioni per la seconda edizione di Sam Dunn è morto di Bruno Corra (1917), per Le locomotive con le calze di Ginna (1919) e per Le notti filtrate di Mario Carli (1918); i saggi Eterno Mediterraneo (1964) e Il fenomeno Bisanzio (1970), questi ultimi scritti in età avanzata e firmati Edyth Arnaldi, quasi a riconciliarsi con quella parte di sé un tempo rinnegata. Ricordiamo, inoltre, altri due romanzi: Non c’è che te!, del 1919, e l’incompiuto La casa della felicità, la cui stesura risale al 1927. Nulla rimane invece, delle opere esposte alla Grande esposizione universale del 1919 a Milano e all’Esposizione Futurista Internazionale di Berlino (1922).  Sicuramente Rosà va letta e compresa con i codici del contesto culturale a cui appartiene: proprio questa contestualizzazione la rende ancor più innovativa e degna di nota. Perché Rosa Rosà, unitamente ad altre figure femminili all’interno del movimento futurista – come Maria Ginanni, Enif Angelini Robert, Irma Valeria, Furia Giuliani, Benedetta Cappa Marinetti – con la sua visione contrasta e risponde alla dichiarata misoginia futurista e al Marinetti di Come si seducono le donne, in particolare. Rosà anticipa gli studi di genere e libera la donna da condizionamenti, proponendo un nuovo modello di persona: nel n. 30 del 7 ottobre de L’Italia Futurista, in un articolo intitolato Le donne del posdomani, Rosà si occupa della donna in quanto madre e, parlando del difficile ruolo, accusata dai figli adolescenti di non capire,  dice che «Forse le donne del posdomani sapranno meglio essere le amiche dei propri figli»; ciò nonostante, al momento i conflitti rimangono tali e cerca di individuarne la causa:

«Lì sta tutto: non essere in grado di capire. I temperamenti veramente tipicamente materni, non posseggono oggi quel grado di libera personalità, che li rende coscienti del proprio Io forte e oggettivo che esiste STACCATO dalla comunanza con gli altri destinato a percorrere le metamorfosi della vita principiando e terminando in se stesso. I temperamenti materni, epicentricamente incatenati all’utilità della famiglia altruisticamente esistenti più per gli altri che per essi stessi, non arrivano a quelle forme libere di «Io» coscente, autonomo, indipendentemente intelligibile, che unicamente sanno penetrare il mondo, CAPENDOLO PERFETTAMENTE.

Vi è dunque una differenza insuperabile fondamentale fra i due concetti «madre» e «libera personalità» ed è dunque l’essenza dell’anima materna stessa, che si chiude per la sua propria natura alla comprensione del mondo che si pone con la forza semplice degli istinti primitivi come barriera tra la prole e il mondo limitando le possibilità del figlio e preservandolo indistintamente davanti ad ogni cosa estranea a lei. Teme il mondo invece di capirlo con la forza della propria personalità che porta dentro sè stessa la visione netta, forte e chiara di ogni cosa, visione che la madre dovrebbe saper proiettare nella mentalità del figliuolo e come un prezioso dono oltre quello della vita: e nessuno allora userebbe più dire: la Mamma non capisce…

Si obietterà che allora, in sostanza, se questa metamorfosi femminile sta per effettuarsi, ogni giovanetto non avrà più un padre e una madre l’uno per dargli l’educazione forte, virile, l’altra per accompagnarlo con la dolcezza che non discute, che solo ama, ma due padri e nessuna madre. Può darsi. Certamente stanno per sparire quelle figure di mamme invecchiate sfinite e logorate a forza di aver vissuto per gli altri, e che non arrivano in fondo alla via del figlio, perché la loro devota bontà si cancella muta sul fondo silenzioso della casa senza straripare nel mondo. (…)».

Rosa Rosà, Conflagrazione geometrica, in L’Italia futurista, 2-30 (7 Oktober 1917)

Quest’idea di una donna ingabbiata nel ruolo di madre è al centro anche del romanzo Non c’è che te!, in cui afferma che «Vi è un’incompatibilità insuperabile tra ‘donna di oggi’ e ‘donna che ha marito’» (http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/39-40/Re.pdf). Tale incompatibilità secondo Rosà è dovuta alla diversa condizione della donna:

«Le donne che lavorano, studiano guadagnano e creano, non sanno più amare con l’animo di donne. Hanno imparato a conquistarsi una visione netta e chiara del mondo per conto loro, indipendentemente dall’uomo che non sa dar loro più nulla all’infuori di alcune emozioni di avventure sensazionali o che sa ristabilire l’euritmia dei loro nervi fisiologicamente…

Ma questo non ha nulla a che fare con l’amore. Perché amare, vuol dire, abolizione del proprio io, significa trarre la vera essenza della vita dalla sostanza di un altro individuo e non dalle proprie radici. Amare significa: sentirsi nulla senza l’altro. Ora, le donne future non sapranno più sentirsi nulla né sole, né con altri. Avranno perduta con questa impossibilità una grande felicità, ma non giungeranno mai più, nella loro nascente egocentricità, alla sperduta disperazione di un suicidio per un amore infelice. Però, il codice scritto, è quell’altro più possente ancora, che non è scritto in nessun posto, non ammette ancora quelle trasformazioni profonde, che stanno per capovolgere la vita sociale. Di fronte a questi fenomeni preoccupanti l’umanità ha assunto due tattiche che non risolvono nulla ma che aiutano ad aspettare con dignità il futuro svolgimento dell’evoluzione femminile: le cito qui ambedue per interesse di cronache: L’una consiste nella sempre ripetuta trionfante constatazione «che tutte le donne sono uguali», appena si può constatare che una donna emancipata e forte adempie ai suoi doveri di sposa e di madre come tutte le altre, trovandovi una felicità grande o piccola, come ogni donna. L’altra consiste nello stabilire un dogma assurdo, ossia nell’esigere, che le donne che con un sorriso si è soliti chiamare «emancipate», per questa loro anima forte debbano a priori rinunciare una volta per sempre all’amore, legittimo o illegittimo. Perché l’amore non è e non può essere l’unico contenuto delle anime elettriche, complesse, aperte, a tutte le chiamate della vita simultanea moderna bisogna abolirlo addirittura e ammettere l’emancipazione intellettuale solo a patto di un isolamento psicologico… La vita attuale ancora manca di mezzi per manifestare queste trasformazioni degli istinti femminili, che lentamente ma sicuramente si stanno mutando verso il tipo superiore: (confermo conciò la superiorità dell’uomo!). Le donne stanno per diventare uomini. Ed è un male fondamentale della nostra epoca di continuare ad opporsi a questa constatazione e alla creazione di nuove possibilità e di nuove forme di vita, per queste donne nuove, che vogliono la loro atmosfera da respirare – perché oramai – le mura del gineceo sono saltate in aria.».[1]


[1] Il testo è riportato fedelmente, pertanto i refusi riproducono quelli originali.

Perché ai lettori e alle lettrici giungano con maggiore intensità le parole di Rosa Rosà, è bene evidenziare che l’articolo pubblicato su L’Italia Futurista riempiva la prima e la seconda pagina ed era presentato come voce nel dibattito allo scritto di Marinetti, come già ricordato in precedenza. Uno spazio richiesto e riconosciuto, dunque, quello dato a Rosà, che, nonostante rifugga dalle etichette, la pone come precorritrice di dibattiti femministi contro una visione libidinale dell’essere femminile. Quest’idea di metamorfosi della donna e di nuova incarnazione ineluttabile verrà poi sviluppata nel romanzo La donna con tre anime (analizzato con particolare cura da Lucia Re e a cui si rimanda in http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/39-40/Re.pdf), rieditato nel 2018 da Papero Editore, in occasione del centenario dalla sua prima pubblicazione. L’idea di una superiorità maschile, tuttavia, non deve trarre in inganno: Rosa Rosà identifica lo stato dell’uomo, non in quanto genere, ma in quanto essenza, modello a cui aspirare per caratteristiche e attitudini dell’individuo, maggiormente riscontrabili nel genere maschile:

«Smettiamola di spaccare l’umanità in uomini e donne, (divisione che mi sembra balorda come se ci venisse in mente di dividere il genere umano in biondi o in bruni) ma incominciamo a dividerlo in individui superiori, forti, intelligenti, sani, validi, contrapposti ai deficienti cretini monchi fiacchi.

 Questa nuova spartizione metterà le anime in pace e permetterà nuove valutazioni della natura umana, che per ora si infrangono troppo spesso all’insuperabile ostacolo della divisione secondo i sessi…»

Così Rosà scrive in Come si seducono le donne, DONNE+AMORE+BELLEZZA, articolo pubblicato nel n. 20 de L’Italia Futurista (1 Luglio 1917 – https://dlc.mpdl.mpg.de/dlc/view/escidoc:70062:2/recto-verso) in risposta a Jean Jacques, probabilmente  Marinetti stesso, riprendendo, seppur a distanza di tempo, l’intento, nella risposta all’esponente futurista e nel contenuto, espresso da Valentine de Saint-Point nel suo Manifesto della Donna futurista (Parigi, 25 marzo, 1912). Tuttavia entrambe, la madre del manifesto e Rosà, rinnegano l’etichetta “femminista”. In particolare Rosà, in questo stesso articolo, conclude dicendo:

«Come spero che un giorno non si dirà più: sì, benissimo, ma è una donna. O: sì, benone, ma è un uomo. –  E si giudicherà un individuo così: «è un cretino» oppure: «ha ingegno». Lei vede, non sono femminista. Sono un’«ista», per cui la prima parte della parola ancora non è trovato.»

Queste parole testimoniano l’aderenza alle idee futuriste e nel contempo il superamento: Rosa Rosà, seppur a volte cada vittima di qualche stereotipo, è capace di liberarsene  quando propone un approfondimento e una riflessione sul tema dell’essere donna. Per questo probabilmente era apprezzata dal gruppo dei futuristi fiorentini, per questo le sue parole oggi possono ancora ritenersi al centro del dibattito, nonostante sia necessario estrapolare le iperboli tipiche del pensiero futurista e leggerne gli intenti del desiderio di cambiamento, in una prospettiva di parità tra sessi e di indipendenza del genere femminile. Rosà delinea una donna che sia autonoma dal punto di vista sentimentale, sessuale, economico e che abbia un alto spessore intellettuale e, se Silvia Contarini afferma «che la sua adesione al movimento d’avanguardia è di breve parentesi» (in Guerre maschili / guerre femminili: corpi e “corpus” futuristi in azione / trasformazione, in Annali d’Italianistica Vol. 27, A Century of Futurism: 1909–2009 (2009), pp. 125-138), ritengo che le conseguenze a livello familiare dimostrino da parte di Rosa Rosà non tanto un’adesione ad un movimento, quanto un vero e proprio convincimento. Gli anni de L’Italia Futurista sono il tempo della nascita e della lievitazione del pensiero di Rosa Rosà: nei suoi successivi romanzi non solo prende forma e si delinea la visione di una donna libera, autonoma, di intelletto ma si tratteggiano prospettive e posizioni sociali e urbane, anche queste già presenti negli articoli della rivista fiorentina. Ma di questo parleremo in un altro articolo, perché ricche, interessanti e poetiche sono tali visioni. Rosa Rosà, per la sua irruenza, la sua forza è in grado di disorientare, di allontanare: non bisogna farsi travolgere  dai fiumi di parole che spesso inanella senza distinzioni di ruolo sintattico, bisogna selezionare, o meglio, non farsi confondere dagli eccessi e soffermarsi a riflettere su quelle affermazioni che sono, per contenuto, nuova luce anche per il nostro tempo, quello in cui le donne del posdomani sembrerebbero esistere.

Rosa Rosà, Danzatrice. In: Cronache d’attualità. Arte, scienza, letteratura, teatro, mode, sport, mondanità. Roma, Maggio 1921

Bibliografia e sitografia:

Rosa Rosà, Come si seducono le donne, (https://dlc.mpdl.mpg.de/dlc/view/escidoc:70062:2/recto-verso)

Rosa Rosà, Le donne del posdomani, (https://dlc.mpdl.mpg.de/dlc/view/escidoc:70072:2/recto-verso)

Rosa Rosà, Una donna con tre anime, Papero editore, Piacenza, 2018

L’arte delle donne nell’Italia del Novecento, a cura di Laura Iamurri e Sabrina Spinazzè, Meltemi, Milano, 2001.

LElica e la luce. Le futuriste. 1912_1944, a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch, Officina Libraria, Milano, 2018.

Barbara Marola, Maria Teresa Munini, Rosa Regio, Barbara Ricci, Fuori norma. Scrittrici italiane del Novecento. Vittoria Aganoor. Paola Drigo. Rosa Rosà. Lina Pietravalle, Luciana Tufani Editrice, 2003.

Paola Sica, Futurist Women: Florence, Feminism and the New Sciences, Palgrave Macmillan, 2016.

Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, Mazzotta Editore, 1980

Per il manifesto della donna futurista: https://www.memofonte.it/files/Progetti/Futurismo/Manifesti/I/23.pdf

Luana Ciavola, Laltra metà futurista: la donna nel futurismo, le donne del futurismo (https://www.ajol.info/index.php/issa/article/view/83014)

Silvia Contarini, Guerre maschili / guerre femminili: corpi e “corpus” futuristi in azione / trasformazione in Annali d’Italianistica Vol. 27, A Century of Futurism: 1909–2009 (2009), pp. 125-138 (14 pages) Published by: Arizona State University (https://www.jstor.org/stable/24016251?read-now=1&refreqid=excelsior%3A02eda1543de28033cd86c49a4b28fe6c&seq=1)

Lucia Re, Scrittura della metamorfosi e metamorfosi della scrittura: Rosa Rosà e il Futurismo (http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/39-40/Re.pdf

Maria Antonietta Trasforini, Donne d’arte: storie e generazioni, meltemi.edu (in https://books.google.it/books?id=0IStDB9m538C&pg=PT48&lpg=PT48&dq=L%27ELICA+E+LA+LUCE+ROSA+ROSÀ&source=bl&ots=6zn5t5-h9E&sig=ACfU3U2lCzOHGYAf–TGrfdNAaMuL6-lWA&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwio0uLv897pAhVIT8AKHR-sCvEQ6AEwA3oECAkQAQ#v=onepage&q=L’ELICA%20E%20LA%20LUCE%20ROSA%20ROSÀ&f=false).

Per L’Italia Futurista e le riviste:

https://www.futur-ism.it/esposizioni/ESP2009/ESP20091109_NY.htm

http://futurismus.khi.fi.it/index.php?id=113&L=2

http://futurismus.khi.fi.it/index.php?id=92&L=2

http://www.retididedalus.it/Archivi/2008/giugno/LETTURE/femme.htm

Per alcune illustrazioni di Rosa Rosà:

http://futurismus.khi.fi.it/index.php?id=126&data=zdb88147-8_-_anno02-035&stelle=7&index=&type=object&vorschau=&L=1

© Chiara Pini

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