Rosa Rosà, Moltitudine. Parole in libertà tra distopia e realtà

di Chiara Pini

Moltitudine di Rosa Rosà viene pubblicato ne «L’Italia futurista» il 15 aprile 1917. Nonostante il contesto storico, in esso non si avvertono gli echi del conflitto mondiale, nulla che rimandi all’esaltazione della guerra, come verrebbe richiesto dal copione futurista, nulla che anticipi quella revisione di cui molti interventisti futuristi si fecero carico dopo l’esperienza della trincea e della battaglia, soprattutto se pensiamo che il marito di Edyth Von Haynau, questo il vero nome di Rosà, era partito combattente.
Moltitudine, sebbene sia annoverato tra i racconti, risulta difficile definirlo tale: è una narrazione di parole in libertà, specchio di quel lirismo che Filippo Tommaso Marinetti definisce nel Manifesto della Letteratura futurista (Milano, 11 maggio 1913) come la «facoltà di inebbriarsi della vita e di inebbriarsi di noi stessi». Moltitudine è un testo attraversato da sensazioni visive-uditive-olfattive, da analogie più o meno vaste che coinvolgono il lettore, lo chiamano a comprendere e a vivere la città, quella città.
L’interesse a riproporre Rosa Rosà e il suo testo non è dettato soltanto da un proposito storico e letterario, bensì dal riconoscere in esso tratti di fervente attualità. I rimandi culturali al Futurismo sono evidenti e altrettanto monotoni se non li accendiamo di contemporaneità. Moltitudine è un testo di una modernità sconcertante: Rosa Rosà rappresenta la distopia di scenari futuri, al suo tempo già in essere. Vi è l’esaltazione dell’energia e simultaneamente, fin da principio, l’insidia di immagini che oggi leggiamo come funeste: l’altoforno sempre acceso, le lastre roventi, i tentacoli diramati, i deboli arsi vivi consumati… È sufficiente questa sequenza per immergerci nelle problematiche ambientali, economiche e sociali del nostro presente. L’altoforno ci rimanda ai debiti che abbiamo nei confronti del nostro pianeta, causati dalle emissioni di anidride carbonica per un uso sconsiderato del carbone; le analogie dei tentacoli e della lastra rovente si esplicano subito in un contesto di emarginazione. Rosà racconta la crudeltà della città: «i deboli arsi vivi consumati, i forti accelerati in tutte le loro facoltà»; come non pensare alle aree periferiche delle grandi città, quelle in cui si dipanano i tentacoli delle bidonville, delle baraccopoli, delle favelas, degli slums? Tanti nomi per indicare un’unica realtà. Come non pensare ai deboli che sono schiacciati dalla città, pur non vivendo ai suoi margini geografici? Come, al contrario non pensare al lusso, alla dinamicità, alla frenesia di altre vite che si muovono in quegli stessi confini? Eppure la città, da lontano, appare immobile, calma, uno skyline che affascina chiunque, come una cartolina che apre al sogno.
Rosà organizza il testo in sequenze: un incipit che anticipa l’essenza della città; la città vista da lontano; la città vista da vicino; il cuore della città durante il giorno, con un’ampia descrizione del selciato; il cuore della città durante la notte, con una digressione finale dedicata al cielo notturno. Eppure il titolo non è La città, bensì Moltitudine, perché è la vita che scorre in essa che interessa raccontare. L’immobilità della città da lontano è contrapposta alla convulsione compressa e alla irradiazione di energia della città vista da vicino: emanazione dei cervelli, coscienza dei valori, passioni sembrano hashtag di un articolo di una pagina web. La città di giorno è un «centro ciclonico che aspira e risoffia lontano milioni di atomi vivi in un vortice incessante», quel centro intorno al quale milioni di persone gravitano, quei flussi di pendolari che di giorno si riversano in città per lavorare e la sera fanno ritorno in opposte direzioni. Il lavoro. Il lavoro è anche in Moltitudine cardine di un sistema per cui si ribadisce che non vi è posto per i deboli: «non si mangia, non si dorme, non si ama. Intelligenza pura. Tutti camminano urtandosi come zolfanelli che si devono accendere. Non c’è posto per i deboli. Cervelli prolungati in una gigantesca ragnatela di fili elettrici». Quest’ultima immagine sembra davvero un’anticipazione delle nostre connessioni in rete, in una sequenza lirica sorprendente: «Sopra i tetti, più alto che gli amori dei gatti, la vita dei fili».
Lo sguardo di Rosà, nel rispetto di una velocità esaltata, passa improvvisamente dai tetti al selciato, il nuovo protagonista di questa narrazione. Perché vi è una ragione in tutto ciò: lo hanno fatto molti fotografi dopo di lei, ed è tuttora riproposto come percorso tematico nello studio della città anche a livello geografico-letterario: la città vista da lontano, la città narrata nella sua vita pulsante, la città fotografata dal selciato, luogo in cui scorrono le vite e confine con il sotterraneo, che cela e contiene il sommerso, su cui si favoleggia e si immagina. In questo vortice di immagini, una è particolarmente preziosa, poiché sottintende una necessità: il selciato di Rosà è epidermide paziente, è «scudo per coprire-difendere la Terra dagli zoccoli delle bestie dai piedi degli uomini» e, come se non bastasse, gli viene attribuito un corpo materno. L’entusiasmo futurista per il progresso non sembra dimenticare i bisogni e il rispetto per una Terra personificata cha va protetta e curata; un pensiero gentile tra le righe, ricco di una consapevolezza antica. La necessità della corrente letteraria a cui appartiene Rosà «di sostituire linguaggi moraleggianti, naturalistici, riflessivi in genere, con linguaggi rapidi, sintattici, creazionali in genere» non annulla il pensare e il sentire di Edyth Von Haynau. La coperta del selciato cela e in qualche modo protegge, per l’analogia suggerita dal corpo materno, l’oscurità, il doppio della luce, la profondità occulta di ogni realtà.
A contrasto con la voragine del sottosuolo, altrettanto ricco di echi letterari novecenteschi, si contrappongono le verticalità di «pareti di altissime case tempestate da smisurate lettere». Ma quel che più colpisce è quanto segue: in questa città troviamo «Imperativi dispotici lanciati da affiches in linguaggio sintetico che s’impongono come un tatuaggio nei centri nervosi. Ordini di ipnotizzatori affissi al muro.» Queste sono parole che sintetizzano con grande forza espressiva il nostro quotidiano: aprono alla riflessione sulla libertà di pensiero e di scelta, sui nostri reali bisogni e desideri, condizionati da oceani di narrazioni di cui perdiamo le tracce, per questo capaci di insinuarsi silenziosamente nel nostro agire. Rosa Rosà si inoltra in un contemporaneo affascinante, ne comprende l’ineluttabilità, la forza travolgente, senza esimersi dall’evidenziarne le caratteristiche più scomode e pericolose. Dice senza dire, colpisce senza tradire, perché credere nel futuro non significa negarne l’esistenza o demonizzarlo ma cercare nuove chiavi di lettura a difesa di una sempre maggiore consapevolezza, imprescindibile da una sempre più profonda conoscenza.
La città pulsa di giorno e anche la notte. Il cuore della città durante la notte si trasforma in un enorme palcoscenico a cielo aperto: «teatro e cinematografi succhiano come i precipizi senza profondità la folla». Ecco comparire la moltitudine, finora sottintesa, celata dall’uso di verbi impersonali (non si mangia, non si dorme, non si ama) o da verbi non saturati nei loro argomenti necessari, in cui si omette di esplicitare i destinatari delle affiches ai muri. La folla compare nel momento della finzione di vite immaginate, sognate ma non veramente vissute, di cui il nostro oggi è assai ricco:
«Affiches pieni di esotismi frizzanti che danno anche all’esistenza più casalinga l’illusione di partecipare a cose inaudite lontanissime».
Nella notte, quando tutto dovrebbe compattarsi nell’uniformità dell’oscurità, accade invece il contrario: «la poliformità è acutizzata»; ma se metà delle cose sono ingoiate dall’ombra, il resto rimane indistinto per la luce accecante dei fari artificiali, definiti come «falsificazioni intense della luna». Sopra la moltitudine, le falsificazioni, le affiches pubblicitarie, la folla senza profondità, si erge il cielo notturno «che copre case colme di patriarcale regolarità. Cielo notturno che copre raffiche di disordine e meravigliose piante strambe fiorite su montagne di sabbia che sfidano l’Eternità», perché il Cielo notturno è un «gigantesco coperchio abbattuto sopra la città per non offendere gli occhi delle stelle». Non sappiamo da chi, certo è che le stelle vanno protette.

© Chiara Pini

A seguire la trascrizione del testo Moltitudine, tratto da «L’Italia futurista», Anno 2, n. 9, 15 aprile 1917, Firenze.

Moltitudine

Altoforno sempre acceso della città. Spugna assorbente. Centro di tentacoli diramati nella lontananza. Lastra rovente che costringe ad un ballo incessante: i deboli arsi vivi consumati, i forti accelerati in tutte le loro facoltà.
La Città vista da lontano: dignitoso oceano con alcune sporgenze di calme cupole e torri: razzi formati dalla loro propria scia immobile pietrefatta congelata all’altezza di cinquanta o sessanta metri.
La Città vista da vicino: convulsione compressa e il radiazione di vitalità dell’atmosfera. In ondate quasi visibili, l’emanazione dei cervelli, la coscienza dei valori, le passioni acute galleggiano nello spazio.
Il cuore della città durante il giorno: centro ciclonico che aspira e risoffia lontano milioni di atomi vivi in un vortice incessante. Lavoro. Non si mangia non si dorme non si ama. Intelligenza pura. Tutti caminano urtandosi come zolfanelli che si devono accendere. Non c’è posto per ideboli. Cervelli prolungati in una gigantesca ragnatela di fili elettrici. Un abile chirurgo ha estratto quella complicatissima ramificazione dalla carne pesante della città sospendendola in alto come reti di pescatori al sole. Sopra i tetti, più alto che gli amori dei gatti, la vita dei fili.
Il selciato: epidermide paziente — tappeto pietrificato. Immobile torrente di nastri in matassa. Tappeto — scudo per coprire — difendere la Terra dagli zoccoli delle bestie dai piedi degli uomini. La continuità del materiale vario si estende in una unica dimensione: lastra-strato-piattitudine. Tre soggettivi diventati oggettivi. Sotto al corpo materno del selciato: gli occultismi, l’intensità delle fogne, le guerre pazze dei canali. Le ombre delle cantine. I canti delle correnti d’acqua nascoste. I brividi dei tubi di gas.
Fremiti continui sotto i pesi che passano sopra il selciato: le pancie affannose-aggressive dei tram strisciando come grandi scope burrascose alzando al loro passaggio turbini di aria tormentata.
L’aderenza tagliente e rotante delle ruote. Il ritmo sincopato degli zoccoli. Le rotaie che gemono nelle curve sotto la pressione dei pesi nell’estasi della loro materialità toccata.
Pareti altissime case e tempestate da smisurate lettere. Imperativi dispotici lanciati da affiches in linguaggio sintetico che si impongono come un tatuaggio nei centri nervosi. Ordini di ipnotizzatori affissi al muro.
Il cuore della città durante la notte: teatro e cinematografi succhiano come i precipizi senza profondità la folla. Il bianco-rosso-oro dell’interno straripa sulla strada. Affiches pieni di esotismi frizzanti che danno anche all’esistenza più casalinga l’illusione di partecipare a cose inaudite lontanissime.
La metà è acutizzata. L’ombra ingoia una metà delle cose. L’altra metà è acciecata da fasci di lumi bianchissimi e colorati. Enormi astri che galleggiano nel mezzo delle strade, appesi a invisibili fili come frutti preziosi all’albero bluscuro della notte. Falsificazioni intense della luna.
Il Cielo notturno: rossastro strato gravido di tutte le esalazioni di tutti i raggi smarriti. Grande ala soffice viola-scura che copre case colme di patriarcale regolarità. Cielo notturno che copre raffiche di disordine e meravigliose piante strambe fiorite su montagne di sabbia che sfidano l’Eternità.
Cielo notturno: gigantesco coperchio abbattuto sopra la città per non offendere gli occhi delle stelle.

                                                                                                                             ROSA ROSÀ

Riferimenti bibliografici

Per la bibliografia inerente la vita di Rosa Rosà si rimanda a Chiara Pini, «Lei vede, non sono femminista. Sono un’”ista”»: Rosa Rosà, una combattente visionaria, in https://leortique.wordpress.com/2021/04/07/lei-vede-non-sono-femminista-sono-unista-rosa-rosa-una-combattente-visionaria/

Per il testo di Moltitudine:

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Per alcuni cenni generali sul Futurismo:
Giancarlo Majorino, Cent’anni di letteratura, Liviana Editrice, Padova, 1984.

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