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#proseritrovate – Marise Ferro, Gli inganni

Per la rubrica #proseritrovate, proponiamo delle narrazioni dell’autrice Marise Ferro uscite su  «Stampa Sera» negli anni Cinquanta e Sessanta. Il racconto di oggi ha come protagoniste Elvira e Ottavia, una cameriera e la sua padrona, alle prese con una discussione sul matrimonio e sulle scelte di vita, ma anche su molto altro; l’autrice mette in scena, in pochi passaggi, le debolezze, i pregiudizi e i rapporti di potere che, talvolta, si instaurano in ambienti ristretti e familiari, ma anche due figure di donne opposte e non caricaturali, che sembrano comunque non cedere a un destino. Marise Ferro è stata una scrittrice, giornalista, saggista e traduttrice italiana. Autrice di numerosi romanzi e vincitrice del Premio Strega nel 1978, sembra che oggi molti si siano dimenticati di lei. 

*

La ragazza caparbia entrò in camera della signora Ottavia e le disse:

— Ho deciso di sposarmi tra due mesi, signora, perciò lascio il suo servizio.

Disse queste parole con voce vibrata, per evitare rimproveri e contestazioni. La signora Ottavia, che la voce vibrata non intimoriva, rispose pacatamente:

— Decidi di sposarti così, su due piedi? II matrimonio e una cosa seria, bisogna ponderare.

— Lo so, difatti dico solo oggi a lei che mi sposo tra due mesi perché non ho voluto turbarla prima, ma è un pezzo che ci penso, che mi preparo e che rifletto.

— Bene, allora, disse la signora Ottavia. E chi sposi?

— Franco Redaelli, un camionista.

— Uno di quegli esseri issati su una automobile mastodontica, sempre in mezzo alla strada?

— Appunto, uno di quegli esseri. Ma Franco per la strada è educato, tiene la sua destra.

— Sarà, io non viaggio più da tempo, lo sai. Ma, lo ami?

— Lo sposo.

— Capisco, hai voglia di sposarti. Non hai pensato al tuo carattere? Sei poco adatta al matrimonio, Elvira. La ragazza caparbia arrossì violentemente, pestò i piedi, gli occhi neri le sfavillarono. Disse con rabbia: — Proprio lei mi dice una cosa simile, signora? Lei che curo da anni, che conosce la mia devozione? La signora Ottavia la interruppe alzando la piccola mano rugosa:

— Ti conosco, certo, ed è per questo che dico che non hai il carattere adatto al matrimonio. Sei testarda, prepotente, presuntuosa, vanitosa e ti piace una cosa sola: comandare. Inoltre sei iraconda e…

— … e basta, signora. Non voglio sentire una parola di più. Credevo che lei mi volesse bene, dopo tutto quello che ho fatto per lei, ammalata da quattro anni. Non ho esitato a sacrificare la mia giovinezza, la mia libertà rimanendole vicina più come infermiera e dama di compagnia che come cameriera e lei mi ricompensa così…

— Elvira, non avevo nessuna intenzione di offenderti, volevo soltanto avvertirti che, fatta come sei, il matrimonio e soprattutto il matrimonio senza amore — poiché tu non ami — è pericoloso, può diventare una fonte di guai e di sacrifici a te insopportabili…

— Queste sono cose che non la riguardano, signora, al mio avvenire penso io…

— Lo so, lo so; ma io che sono vecchia e conosco la vita, volevo…

— Voleva offendermi, ecco. E non voglio ascoltare una parola di più, faccio le mie valige e me ne vado. Buongiorno, signora.

La ragazza caparbia voltò le spalle di scatto e uscì dalla stanza sbattendo la porta. La signora Ottavia si raggomitolò sulla sua poltrona. Conosceva Elvira, era abituata alle sue sfuriate, che finivano sempre in una crisi di lagrime e di pentimento. Ma era la prima volta, in sei anni di servizio, che diceva: faccio le mie valige e me ne vado. Forse sarebbe andata via davvero. La signora Ottavia si strinse ancora più nelle spalle, si sentì piccola e smarrita. Come avrebbe vissuto senza Elvira? Si era abituata alla sua presenza; e la presenza fisica soltanto, le aveva fatto sopportare il carattere violento e rissoso della ragazza. Elvira era bella, la giovinezza la vestiva da capo a piedi di una singolare soavità. Il viso dolce e un po’ statico non tradiva l’anima violenta; il corpo agile e scattante, dalle spalle rotonde e la vita sottile, aveva una grazia fanciullesca che lo rendeva affabile, quasi ella non fosse piena di bramosie, dominata dal bisogno costante di piacere. La signora Ottavia amava quel viso regolare, quel corpo senza insidie, liscio e sano, che spandeva odore. In tutti quegli anni — i terribili anni della decadenza fisica e della malattia — il viso e il corpo di Elvira le avevano dato più sollievo delle medicine. Lo sguardo vivo degli occhi neri, il sorriso della bocca fresca, i denti bianchi e perfetti, la pelle luminosa, i gesti, il passo sprigionavano giovinezza, erano la giovinezza. E lo spettacolo costante della giovinezza, bella anche in lagrime, bella anche nell’ira poiché Elvira piangeva e si irritava spesso, aveva riempito le sue giornate di ammalata. Ed ecco che Elvira si sposava, anzi se ne andava ancora prima di sposarsi, già così distaccata che aveva potuto dire, in uno dei suoi soliti accessi stupidi e collerici, che faceva le valige e se ne andava. La signora Ottavia chiuse gli occhi e sospirò: «Devo rassegnarmi».

Li riaprì perché avvertì la presenza di Elvira. La ragazza le era davanti, difatti, il viso contrito, gli occhi lucenti di lagrime.

— Signora, balbettò.

— Come, disse la signora Ottavia, non eri intenta a fare le valige? Hai detto che te ne vai…

— L’ho detto, ma non me ne vado. Rimango qui fino al giorno in cui sposerò.

— No, disse la signora Ottavia, hai detto che te ne vai, e te ne vai davvero.

— Ma l’ho detto in un impeto di rabbia…

— Di rabbie ne hai avute tante, in sei anni! E mai hai detto che te ne andavi. Il fatto è che lo hai detto oggi perché non sei già più qui in questa casa, per lo meno col cuore. Sei tutta presa da un’altra vita ed è giusto. La tua immaginazione ha già creato un altro clima, un altro mondo. È logico che sia così. Anche se non sei adatta al matrimonio desideri sposarti, come tutte le ragazze. Se tu rimanessi, rimarresti con fatica, anche se mi vuoi bene. L’abisso che divide una donna vecchia, avviata lentamente verso la morte, da una donna giovane avviata spavaldamente verso la vita, mi si è presentato davanti proprio oggi, alle tue parole di poco fa. È meglio che io non ti veda più…

— Ma perché, signora? Che cosa dice, io non la capisco!

— So bene che non mi capisci. Non voglio che tu mi capisca. Voglio soltanto che tu te ne vada. Su, fai le valige, prepara la tua partenza.

— Allora è lei che mi manda via?

— No, sono io che accetto, serenamente, che tu te ne vada. Non soffrirai alcun danno materiale, stai tranquilla: ricompenserò i sei anni di dedizione come meriti. Su, non piangere. Eri pronta ad andartene tra due mesi; te ne vai sessanta giorni prima, non è poi una cosa tanto diversa per te che non misuri ancora il tempo.

— Ma in questo modo mi sembra che lei mi licenzi, e in tronco, come si dice. Non lo merito, signora. Lei dice che ho un brutto carattere, ma non è vero. Perché non lo ha detto prima, perché lo ha sopportato per sei anni?

— Non ti ho mai detto che hai un brutto carattere perché le tue impennate, le tue prepotenze, le tue violenze, le tue ire mi piacevano. Erano come un ciclone che mi investisse; mi sentivo scrollare, quasi fossi un albero nel vento. Era bello, per me chiusa in casa da quattro anni, sentirmi preda del vento, capisci? No, non capisci. Lo so, è difficile per te capire. Ti ho sopportata a volte con rabbia, a volte con amarezza, a volte con dolore, a volte con diletto. Eri una presenza viva e animosa, che sconvolgeva le mie abitudini, il mio spirito, il mio sangue, anche. Ti sopportavo perché eri un palpito vitale, perché sei bella, perché sei, mia cara Elvira, la vita…

— Posso esserlo ancora, signora.

— Per due mesi? No. Ho capito che è necessario io entri nel ritmo che la mia età esige. Sono vecchia, sono ammalata, sono stanca. Devo avvolgermi di silenzio e di pacatezza. Devo essere tranquilla. Devo essere quello che sono: un vecchio tronco abbattuto che imputridisce inesorabilmente.

— Ma cosa dice, signora, non l’ho mai sentita, parlare cosi.

— Certo, eri tu che mi fuorviavi. E non era giusto; non è giusto. Vai Elvira. È bello che io ti dica addio, in piena lucidità e che ti veda uscire dalla mia casa del tutto cosciente della mia rinuncia, del tutto in me, quindi, ancora. Ancora padrona di decidere, capisci?

— No, signora.

— Meglio così. Adesso vai di là a preparare le tue valige, quando saranno pronte, torna, faremo dei conti. Saranno un po’ lunghi… sei anni…

La signora Ottavia spinse, quasi, con la mano piccola e rugosa, la ragazza verso la porta. Quando fu sola, reclinò la testa sulla spalliera della poltrona. Non chiuse gli occhi. Li teneva bene aperti, era serena, forte. Aveva deciso di accettare la sua età senza inganni. Era quasi felice.

© Marise Ferro

Racconto apparso su «Stampa Sera» il 17 aprile 1961.

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