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#proseritrovate – Marise Ferro, Una storia di donne

Per la rubrica #proseritrovate, proponiamo delle narrazioni dell’autrice Marise Ferro uscite su «Stampa Sera» negli anni Cinquanta e Sessanta. Quella che vi presentiamo oggi è una vicenda singolare, con due donne al centro di una triangolazione di rapporti, in cui il terzo angolo è un padre taciturno, defilato: Irma è la figlia e Anna un amore paterno lontano nel tempo. Le loro vite si intersecano e si scambiano, diventano qualcos’altro rispetto al punto di partenza. Una vicenda umana raccontata con delicatezza dall’autrice, contemporanea e viva.
Marise Ferro è stata un’autrice, giornalista, saggista e traduttrice; ha pubblicato numerosi romanzi ed è stata vincitrice del Premio Strega nel 1978. Oggi sembra che in molti si siano dimenticati di lei e fare ricerca sui suoi testi è una modalità, cara al nostro gruppo, per valorizzare la sua memoria.

*

Voglio raccontare la storia di una ragazza alla quale capitò di amare con tenerezza l’amante del padre. È una storia patetica e pulita. La ragazza, Irma Vischi, perdette la madre quando aveva undici anni e, siccome il padre viaggiava e non poteva accudire alla sua educazione, fu messa in collegio. Vi rimase fino ai diciotto anni. Ne uscì amara, riflessiva, portata alla malinconia poiché le era stata negata la facoltà di illudersi facilmente e la gaiezza. Questa serietà di carattere la indusse alla solitudine. I ragazzi e le ragazze della sua età la irritavano, passava lunghe ore chiusa nella sua camera a leggere. In due anni lesse tutti i classici italiani, francesi, inglesi, russi e divenne un po’ libresca, come si dice, cosa che le dava una grazia desueta. Era di lineamenti forti ma armoniosi nel viso che aveva un che di caotico a causa degli zigomi alti. Una magnifica capigliatura nera le cadeva sulle spalle e non aveva nulla di artificioso: erano capelli lasciati allo stato naturale, che la vestivano di opulenza. Non era l’unica che avesse poiché il corpo scattante e nello stesso tempo di forme piene era perfetto. Cosi fatta, Irma sarebbe piaciuta a moltissimi giovani, ma lei non pensava all’amore. Leggeva, aspettava il padre che amava di un amore taciturno e forte. A vent’anni era una ragazza d’apparenza mite, ma di passioni audaci. Nonostante fosse stata educata in collegio, aveva una intelligenza aperta a tutte le idee anticonformiste. Un giorno, penetrata nello studio del padre mentre egli era fuori e due amici stavano aspettandolo, colse la conversazione dei due. Parlavano proprio del padre. Non lo elogiavano ma neppure lo denigravano: un esame, certo veritiero, del suo carattere e della sua vita. Mossa dalla curiosità, si nascose ed ascoltò. I due uomini presero a parlare della giovinezza del padre e vennero a discorrere di una donna che egli aveva amato, dalla quale era stato profondamente amato, ma che non aveva voluto sposare. «La vera ragione non si è saputa mai, disse uno dei due uomini. Pure Anna Forti era una ragazza che meritava tutto il rispetto, era di ottima famiglia, bella, ricca. Era la sua amante, va bene, e in un’epoca in cui le ragazze avevano ritegno, ma si amavano tutti e due. Li ricordo: il loro amore era fatto di trasporto passionale, di un fuoco così alto che anche quelli che stavano vicino a loro avvertivano il calore del reciproco sentimento. Una fusione, credo totale, del cuore e dei sensi. Perché, presi da un amore così pieno, non si sono sposati? Sono passati venticinque anni, il mistero permane. E neppure oggi si può parlare a Franco di Anna, tace e sono sicuro che soffre. Si è sposato e credo sia stato infelice benché sua moglie, la madre di Irma, sia stata una donna irreprensibile. Storia singolare, vero?». L’altro amico, aggiunse: «Anche Anna si è sposata, ed è rimasta vedova anche lei. Libera, quindi; poteva sposare Franco. Poiché sono sicuro che lei lo ama. Un amore come il loro non finisce, non è stato logorato dal tempo, dall’abitudine. Ho incontrato Anna, benché faccia vita ritirata, poche settimane fa. Tu vedessi come è ancora bella! Ha cinquant’anni, ma ne dimostra quindici di meno. Donna strana, che non ho mai capito. Se Franco ne parlasse, lui che la conosce! Ma, hai ragione, su questo argomento è impossibile cavargli una parola di bocca». Irma non potè ascoltare di più perché udì la porta d’ingresso aprirsi e dal giro di chiave capì che il padre entrava. Fece appena in tempo a fuggire e a chiudersi nella sua camera. Ciò che aveva udito l’aveva colpita. Era una rivelazione della vita del padre. Subito si sentì presa da una curiosità bruciante. Voleva vedere la donna che lo aveva amato, conoscerla. Attraverso gli amici, aspettando il momento propizio, vi riuscì. Una sera, durante un’assenza del padre, in casa di conoscenti, fu presentata ad Anna Forti. Era una donna molto bella, come aveva detto uno dei due amici parlando di lei, ma come isolata in un suo calmo silenzio. Era triste, gli occhi neri avevano uno sguardo penetrante e pesante. Udendo il nome di Irma Vischi, la guardò apertamente e le sorrise. Era un sorriso infinitamente tenero e profondo. Irma ebbe uno slancio:

— Non sono una persona nuova per lei, vero?

— No, benché ti veda per la prima volta. Ma sei il ritratto di tuo padre a vent’anni. Dalla tua frase ho capito che sai che l’ho amato. Gli anni non servono a fare dimenticare e gli indiscreti esistono sempre. Singolare società, la nostra, che non rispetti neppure i sentimenti veri.

Irma la interruppe con veemenza:

— In questo caso l’indiscrezione è stata benefica: io stessa ho fatto di tutto per conoscerla.

— Perché, cara?

Irma non seppe rispondere. Non riusciva a capire la ragione che l’aveva portata a volere conoscere Anna Forti. Ma proprio Anna, approfondi il suo sorriso, e le disse:

— Immagino che non è una curiosità banale, la tua. Sei giovane, hai altro a cui pensare. Forse vuoi conoscere tuo padre attraverso di me, per lo meno tuo padre giovane. Va bene, ti parlerò di lui, ma non qui; vieni a trovarmi quando ne hai voglia.

E le diede il proprio indirizzo. L’indomani stesso, Irma suonava alla porta di Anna. Passò con lei due ore incantevoli. Anna era una donna estremamente sincera. Le parlò della giovinezza del padre, del loro amore, con naturalezza e verità. Le disse la ragione per cui non si erano sposati: l’irragionevole opposizione dei genitori di lui.

— Siamo divenuti amanti, in un’epoca in cui una ragazza di buona famiglia che non nascondeva una relazione d’amore era giudicata molto severamente. Ma noi eravamo felici. Poi venne la guerra. Tuo padre mi fu strappato dalla necessità. Rimanemmo lontani ed egli, ch’era giovane e ardente, conobbe tua madre. Nessuna donna poteva resistergli, allora. Tua madre era una ragazza molto giovane e ingenua, non conosceva le conseguenze di un gesto amoroso. Fosti tu. Io stessa, quando lo seppi, dissi a tuo padre che doveva sposare la ragazza ignara. La sposò, difatti. E io non lo rividi più. Una vicenda, come vedi, molto umana e molto banale, in fondo, ma che ha fatto fantasticare tutti quelli che ci conoscevano. Nessuno immaginava che la nostra rinuncia fosse un gesto d’onore che rispondeva a uno stretto dovere. Tua madre era l’innocenza in persona e tu non dovevi essere una vittima. Come vedi, niente di straordinario…

No, niente di straordinario, pensava Irma ascoltandola, una vicenda come tante; ma ciò che era straordinario, almeno per lei, era la maniera di raccontare di Anna: un totale abbandono alle necessità della vita, una generosità senza secondi fini, piena e sorridente. Allora capì che si trovava davanti a un sentimento che non aveva ancora incontrato: la bontà. Sentì che il suo cuore si apriva a sensazioni nuove, le parve persino d’essere felice. E quando, dopo il lungo colloquio, venne il momento di accomiatarsi, chiese ad Anna:

— Posso tornare da lei?

— Quando vuoi, cara.

Irma tornò da Anna. A poco a poco prese l’abitudine di andare da lei tutti i giorni. Fini con l’andare a studiare, a leggere, a mangiare a casa sua. Anna le divenne indispensabile. Divenne la sua consigliera intelligente e acuta, la sua ascoltatrice attenta. A lei diceva tutto quello che pensava e che sentiva, con fiducia e confidenza. Anna era più di una madre, più di una sorella, una donna dal cuore buono ed esperto che sapeva accoglierla con disinteressato affetto. Finalmente, dopo l’adolescenza e la prima giovinezza passata fra estranei, trovò l’abbandono, l’allegria, la gioia di vivere. Ma venne il giorno in cui dovette dire ad Anna:

— Papà mi chiede spesso dove passo i pomeriggi e la sera, glielo devo dire?

— Diglielo, ma non permettergli di interferire tra di noi. Non lo vedo da vent’anni, non lo voglio rivedere adesso.

— Perche?

— Perché rovinerei il passato. Il tempo ci consuma, cara, l’uomo che è tuo padre oggi, sarebbe un estraneo per me, cosi come la donna che sono io oggi, sarebbe un’estranea per lui. Rimaniamo nei limiti della logica. E tu e io soltanto con l’affetto, nato oggi, che ci unisce. Non ti basta?

— Sì, mi basta.

© Marise Ferro

Articolo apparso su «Stampa Sera» il 2 giugno 1965.

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