#LeggiMilena #7 | Milena Milani, La ragazza che piangeva

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

Uscivo da un negozio con Rosa Mallo che avevo trovata lì dentro a comperare.

Rosa Mallo è una bella ragazza con i capelli corti e neri, le scarpe a terra con le stringhe alla caviglia come si usa adesso; e aveva un vestito verde con disegni neri, lungo e largo, che le stava bene. Parlavamo, io e Rosa Mallo, di molte cose successe in questo periodo di tempo, due mesi e mezzo, senza vederci.

Dopo qualche metro di strada incontrammo la ragazza che piangeva; era una ragazza della nostra età, alta e sottile, ma più alta e sottile di noi, con un vestito lunghissimo che la faceva ancora più sottile. Anche lei portava la scarpe a terra con le stringhe alla caviglia, e anche lei, come Rosa Mallo, aveva i capelli corti e neri. Anzi, penso che anch’io me li taglierò cosi; si deve stare comode.

La ragazza che piangeva era in mezzo a piazza Cavour, veniva avanti dalla parte del marciapiede; piangeva e aveva un fazzoletto bianco stretto in una mano e se lo passava ogni tanto sugli occhi.

«Guarda come piange quella ragazza», io dissi a Rosa.

Rosa Mallo la guardò e rispose che piangeva davvero. Rallentammo per vederla meglio; la ragazza ci era di fronte e veniva verso di noi trascinando i piedi per terra, andava diritta e adagio, con una lentezza che si capiva derivata da mancanza di forza, come se stesse a malapena in posizione verticale. Piangeva senza ritegno, le lacrime le correvano sul viso, e lei aveva il viso diritto come il corpo, ma anch’esso senza forza.

«Che cosa avrà quella ragazza?», dicemmo io e Rosa Mallo: poi la ragazza che piangeva ci sorpassò e noi continuammo a camminare. All’inizio di via Manzoni ci salutammo, perché una andava di qua, l’altra di là, o meglio io avevo un appuntamento con Alberto, dovevamo prendere il tram, e andare a casa insieme.

Alberto venne con molto ritardo, lo aspettai più di mezz’ora ma poi venne scusandosi che non era colpa sua, ma del lavoro. «Ciao, Alberto — io gli dissi — sono stata con Rosa Mallo; l’ho incontrata e abbiamo parlato insieme».

«Che cosa dice Rosa Mallo?», mi chiese Alberto, ma lo disse tanto per dire, perché ad Alberto non interessano discorsi di donne.

Di nuovo ritornammo in piazza Cavour per andare alla fermata del tram.

Stavamo aspettando il tram che non arrivava, quando ad un tratto rividi la ragazza che piangeva. Stava attraversando la piazza e mentre tutta la gente guardava il vigile che faceva i segnali, la ragazza piangeva e non guardava nessuno. Veniva avanti, così sottile e diritta, con quel vestito lunghissimo; questa volta non teneva più il fazzoletto bianco, ma aveva le mani lungo i fianchi e lasciava cadere tutte le lacrime sul viso.

«Alberto — dissi — guarda quella ragazza che piange». Alberto guardò di sfuggita.

«Ma guarda — continuai — piangeva anche prima. L’abbiamo vista piangere in piazza Cavour, io e Rosa Mallo, quando stavamo qui mezz’ora fa».

La ragazza veniva proprio verso di noi. Io mi strinsi ad Alberto. «Alberto — dissi — non capisco perché piange quella ragazza».

Questa volta Alberto guardò incuriosito. La ragazza non ci vide, ma veniva sempre più verso di noi.

«Io vado da quella ragazza, vado a vedere perché piange — dissi — vado a parlarle».

In quel momento arrivò il nostro tram, giunse tra noi e la ragazza. Scendeva la gente e io dissi: «Adesso vado, non prendo il tram».

«Sì, vai — gridò quasi Alberto — vengo anch’io, non prendo il tram».

La gente ci spingeva per salire, le porte del tram erano ancora aperte perché il vigile agitava le braccia in senso contrario. «Andiamo, andiamo — gridò ancora Alberto — facciamo presto».

Era questione di secondi; la ragazza che piangeva era dall’altra parte del tram, qualche metro ci separava da lei, da quel suo corpo alto e sottile, con quel vestito lunghissimo, le scarpe a terra, senza tacco e con le stringhe; io rivedevo il piccolo viso esile, i capelli tagliati corti, come certo anch’io avrei avuto fra qualche giorno.

La ragazza che piangeva era a una distanza brevissima da me e da Alberto; e Alberto adesso aveva un curioso impulso che avevo timore di definire, come se egli fosse già con lei, ad interrogarla, ad asciugare le lacrime che correvano giù per il viso. Egli le era vicino; aveva annullato anche lo spazio occupato dal tram; io ero ricacciata indietro.

«Andiamo», gridava ancora Alberto, ma era come se dicesse: «Vado io solo».

In quel momento il vigile mosse le braccia e il tram stava per avviarsi. In un attimo io cercai di salire e vi riuscii, Alberto stupito mi seguì non volendolo, quasi per forza d’inerzia; la porta violentemente si chiuse dietro di noi.

«Scendiamo, scendiamo», ci venne di urlare, ed io avevo il cuore gonfio. Vedemmo la ragazza che piangeva ferma in mezzo alla piazza, era rimasta come assorta, sbandata, poi mosse con lentezza estrema le gambe riprendendo a camminare. Il tram stava facendo una curva, entrava con fracasso in via Manzoni.

«Scendiamo alla prossima fermata», dicemmo; ma erano parole senza più senso, piene di vergogna. Io mi sentivo vile; Alberto guardava fuori, battendo una mano contro un vetro.

© Milena Milani

Apparso su «Stampa Sera», 12-13 maggio 1953.

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