#LeggiMilena #3 | Milena Milani, Bambina e finestra

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

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Si sta lavando di fronte a me, porta una canottiera bianca che gli lascia le braccia nude, ogni tanto guarda nello specchio e mi vede riflessa, anch’io lo guardo.

È giovane, bruno, con due occhi scuri e penetranti. Ci separano quattro o cinque metri, ma siamo in due stanze differenti, in due palazzi diversi. È arrivato verso le diciassette, alloggia nell’albergo di faccia alla mia casa. Dev’essere sposato da poco, l’anello d’oro luccica al dito, è nuovo certamente, come nuovo è il pigiama azzurro chiaro, filettato di blu. Di quel pigiama porta solo i calzoni, la giacca se l’è tolta prima di lavarsi.

Inchinato davanti al lavandino, si insapona a lungo il collo, le braccia sino al gomito, poi la faccia. Ha la finestra spalancata senza riguardo, io sono affacciata alla mia, appoggiata a un cuscino che ho messo sopra il davanzale. Non mi muovo, mi piace guardare fuori.

Stavo proprio pensando chi avrebbe abitato nella stanza, mi dicevo: «Forse oggi resta sfitta»; stamattina la cameriera l’aveva messa in ordine appena se ne andarono la signora anziana con la bambina che c’erano state per tre giorni. Mi ci ero affezionata, non alla donna anziana, alla bambina, voglio dire.

Avrà avuto forse dodici anni e anche lei stava davanti allo specchio, ci stava per la verità interi pomeriggi. Dalle quattordici in poi, ora in cui rincasavano dopo aver mangiato, e la madre o zia che fosse si metteva a letto, a riposare, la bambina si pavoneggiava in sottoveste. La stanza ha due finestre, è piccola, con un gran letto e basta. La donna anziana si infilava sotto le coperte e dalla sua parte voleva la finestra chiusa, anche con le imposte esterne, mentre dall’altra la bambina la voleva aperta, le sentivo discutere a proposito della finestra.

Parlavano tedesco, ma capivo quasi tutto. La bambina gridava, faceva i capricci, poi ottenuto quanto voleva incominciava il mio divertimento.

Non so se se ne fosse accorta, che la guardavo, certo se ne infischiava. Era una bambina proporzionata, con i capelli corti e la frangetta, portava sempre le calze bianche sino al ginocchio. La sottoveste era una di quelle di nailon, gonfie come si portano adesso, con una vitina scollata in tondo, senza maniche. Sembrava un abito da ballo, ecco perché la bambina non se la toglieva. La gonnellina era tutta ricamata e traforata, a parecchie balze che si adagiavano una sull’altra, e per questo stava larga, quasi rigida.

La bambina era felice di quel bianco, della sua immagine rimandata dallo specchio; continuamente assumeva nuove pose. Stava in punta di piedi, alzava le braccia a corona intorno al capo, come una vera danzatrice, poi di colpo le buttava indietro, si curvava sulla gamba sinistra, tenendo rigida e inclinata la destra: era una specie di buffo inchino, forse alla bambola che stava sopra una sedia.

A volte la prendeva in braccio, era piccola, e lei se la cullava canticchiando, la baciava, la lanciava in aria, la riprendeva al volo, e di nuovo la metteva sulla sedia per ricominciare le pose davanti allo specchio.

Io stavo a guardare lungamente, sinché la donna anziana si svegliava e preparava la bambina per uscire. Com’era mortificata, avvilita, di doversi vestire! Ricordo che l’ultimo giorno la donna l’obbligò a mettere un vestito alla marinara, come usavano anni fa, una sottana blu, un camiciotto bianco, con il colletto blu.

Dovette togliersi la bella sottoveste gonfia, urlava di rabbia, fece una scenata, per poco la donna non gliela strappò. A un tratto sorpresi lo sguardo della bambina, implorava pietà, che l’aiutassi, ma come potevo fare? La donna le infilò una sottoveste stretta e priva di grazia, e, sopra, il vestito alla marinara, glielo tirò qua e là perché andasse a posto, ma era piccolo, si vedeva che la bambina era cresciuta.

Quasi avesse capito, la bambina rise, rasserenata, prese la bambola, la tenne al petto; stava ora alla finestra con la bambolina in braccio, mentre dietro di lei la donna si stava vestendo. Sul davanzale di marmo appoggiava le braccia, poi appoggiò anche la testa, rimase così in modo patetico. Chissà quali erano i pensieri che le passavano per il capo.

Partirono stamani, di mattina presto; quando io mi alzai la stanza aveva le finestre spalancate, il letto disfatto. Più tardi venne la cameriera, rapidamente sistemò ogni cosa. Era una cameriera svelta, che canticchiava lavorando. Io la sentivo senza vederla, perché in questa città ogni rumore o voce si moltiplica.

La stanza fu quieta sino al pomeriggio, aveva le tende abbassate, poi ecco poco fa che arriva gente. Ora il giovanotto che l’occupa si sta lavando allegramente, mi guarda e si lascia guardare, con le dita si gratta le orecchie, si frega sul collo.

Sarà stanco, è faticoso arrivare a Venezia, e quando si raggiunge un posto da dormire è una specie di traguardo, di oasi, di riposo insperato, ma poi, appena si è qui, non si può stare fermi, si ha voglia di uscire, di muoversi, di andare a vedere.

Così il giovanotto non ha potuto dormire come aveva pensato di fare, sono certa che desidera andare fuori a passeggio. Credevo che fosse arrivato solo, ma invece mi sbaglio, la porta in fondo si apre, giunge una giovane alta e bionda, con una lunga vestaglia di raso grigio perla. È la moglie, era andata nel bagno, e ora si avvicina a lui. Sono certamente due sposi, forse in viaggio di nozze. Lei guarda dalla mia parte, si accorge di me, un pensiero rapido, un’ombra forse, le attraversa la fronte liscia.

Le sue mani abbassano la tenda, con lentezza calcolata svolge davanti a me le strisce della «veneziana» di plastica verde chiaro, indugia, si ritrae, continua. Ha fatto benissimo, io sono sempre troppo curiosa.

© Milena Milani

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Apparso su «Stampa Sera», 16-17 novembre 1959

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