Milena Milani, due racconti

Se l’esordio di Milena Milani (1917-2013) arriva con la poesia e la racconta Ignoti furono i cieli (Edizioni del Cavallino, 1943; qui un nostro approfondimento con un podcast), questa straordinaria autrice tenta da subito anche la via della narrazione, pubblicando, nel 1946, un altro volume di racconti dal titolo L’estate sempre per la stessa casa editrice. In effetti, volendo definirla come una ‘prolifica cantatrice lirica’ non si potrà sbagliare, dal momento che una delle sue prime attività in assoluto – presumibilmente per mantenersi, coniugando il lavoro nell’arte insieme al compagno Carlo Cardazzo – è legata alla pubblicazione di racconti su quotidiani, pratica molto diffusa, tra anni Cinquanta e Sessanta, anche per diversi altri autori, da Pasolini a Comisso. Su «La Stampa», infatti, Milena Milani terrà una rubrica che coprirà circa quindici anni di storia (dal 1950 al 1964), pubblicando più di cento racconti che hanno, come centrale, la sua esperienza autobiografica tra Milano, la Liguria, Cortina, Roma, Venezia e altri luoghi, anche non nominati oppure in terra straniera– ad esempio Madrid, nel secondo testo. Gli spazi narrativi costruiscono attorno alla parola dell’autrice una sorta di vortice, avvolto negli stati d’animo, nelle emozioni e nei sentimenti umani che lei e i suoi personaggi provano. C’è molto da scoprire, da rileggere e da conoscere; la scrittura breve è forse la forma meglio riuscita della sua produzione. Per questa ragione, oggi, iniziamo a leggerla.

Alessandra Trevisan

***

Il mare

Mi stavo sbagliando: non era il rumore del mare. Pure, poco prima, in un momento in cui c’era un grande silenzio attorno a me, ed io, con la mano destra, ogni tanto mi pigiavo sullo stomaco che faceva male (era un dolore sordo, che ritornava a tratti, proprio quando pensavo che se ne fosse andato), poco prima, quindi, avevo sentito distintamente l’acqua che batteva sugli scogli, oltre la finestra. Era stato un battere lento e forte, come se l’acqua, avanzando da lontano, si preparasse con più vigore, con più impeto, a quel ricadere di schianto. Io avevo sentito in me un trasalimento che da molti giorni non conoscevo (ma in realtà, non da giorni, forse da settimane, da mesi), e subito il viso mi era diventato rosso, scottava. «Il mare», dissi, sottovoce, «il mare». Questa sola parola sembrava appagarmi, persino il dolore allo stomaco era scomparso. Ad un tratto, lo squallore del pomeriggio, cosi triste e solitario in questa casa, era mutato; il tempo camminava indietro, io scoprivo me stessa e quello che mi era successo molti anni prima. L’acqua cadeva sugli scogli, era uno schiaffo pesante, gonfio di spuma, e gli scogli lo ricevevano impassibili, inerti, lucidi, corsi da rivoli d’acqua. Fuori era buio, fuori si allargava un paesaggio noto, contemplato molte volte da bambina, acqua e scogli, terra di Liguria, che ora assai spesso mi ritorna nella memoria. La sera era cupa, ed io me ne stavo da quelle parti liguri, oltre pianure e montagne, ma non in casa come ieri, oggi o l’altro ieri; stavo da quelle parti senza timore del buio, senza freddo o sgomento; certe volte le onde raggiungevano il mio posto asciutto, con qualche spruzzo di spuma. Che bellezza quelle ore passate all’aperto, senza orario, senza dover niente a nessuno, spiegazioni o cose del genere. Io dicevo da sola, a mia madre, rincasando tardi: «Sono stata a vedere il mare. Era grosso». Mia madre non mi sgridava, anche se gli altri avevano mangiato e lei aveva tenuto tutto in caldo per me, non diceva nemmeno che non ci credeva, che avessi passato tanto tempo da quelle parti; mia madre sapeva bene che non mentivo, che non ce n’era bisogno. Così era bello, essere creduta subito, poter fare quello che sentivo, e come me gli altri della mia famiglia lo facevano tutti: nessuno trovava a ridire. Quest’abitudine, quasi una forma di superiorità nei riguardi altrui, mi è rimasta da quei tempi, e devo ad essa certi inevitabili urti con la gente che assai spesso non capisce il mio modo di fare e nemmeno lo giustifica (ma dicendo gente, sbaglio, dovrei dire una o due persone che vorrebbero comandarmi). Costoro, certe volte, mi osservano stupefatti, quando tranquillamente affermo che, una data cosa, è così e basta, non accetto discussione, tanto non avrei argomenti per ribattere quanto essi eventualmente potrebbero obiettare; e allora, con occhio svagato e orecchio ancor più svagato, vedo e sento, lontanissimi, addirittura remoti, gesti e frasi; me ne sto per mio conto, chiusa in me stessa, e come compagno ho quel dolore di stomaco che rode, sempre fermo allo stesso posto. Non giovano polverine, medicinali dal nome importante, od altro, e, qualche volta, una provvidenziale borsa d’acqua calda; io, in fondo, con il mio male ci sto benissimo. Conosco quando arriva, so il momento in cui passa e quello in cui riprende. Mi addormento con la mano appoggiata lì sopra a contenere il dolore, ad accarezzarmelo. Se mi assopisco un momento, subito il cervello vola ai luoghi perduti di bambina, mi raffigura scene come in quei tempi, così che è bello chiudere gli occhi e aspettare il sogno. In esso, il mare, ha sempre gran parte, dirci che ne è il fondo, immobile sotto il sole o gonfio d’ira che si getta sugli scogli, e tanta è la suggestione, che posso sentirlo anche ad occhi aperti. Infatti, poco fa, quando incominciai questo discorso con me stessa, mi parve di sentire l’acqua che si gonfiava sotto la finestra. Per questo sono andata avanti col pensiero, per questo ho seguitato nei ricordi; già mi ci stavo adagiando, e il mio male di stomaco, sul quale nulla può la mia mano che preme, pareva quietarsi un poco, quando, senza volerlo, gli occhi mi si sono aperti del tutto: la pupilla dilatata osservò ogni cosa qui dentro, la polvere sui mobili e sulle carte, un mandarino sbucciato sul piatto, le briciole del dolce. Tutta la casa, raccolta intorno a me, a chiudere nel suo silenzio ogni mio desiderio di fuga, di evasione, il telefono che non suona mai, la radio rotta da molti giorni, e io qui, senza nessuno. Vastissima solitudine che non sapevo come riempire; anche un gatto che c’era l’anno scorso l’ho dato via, ad altri che lo curano meglio; e mia madre è troppo lontana; questa non è la città del mare, non è città di Liguria, qui non battono onde, c’è solo nebbia e freddo.

© Milena Milani su «Stampa Sera», 21.04.1952

Casa Museo Lope de Vega, Madrid

Il cielo con le nuvole bianche

Oggi mi è ritornata in mente la Spagna, ma più della Spagna, Madrid. Stavo sola in casa, giravo da una stanza all’altra, poi andai in terrazza, guardavo il cielo, ero triste, non facevo niente, lo guardavo soltanto. Era un cielo con nuvole bianche che correvano, inseguite dal vento, il sole appariva e scompariva, si alternava il freddo col caldo. Allora io ricordai Madrid, quei cieli dell’anno scorso, nel mese di maggio, quando io li guardavo dalla mia finestra, all’ultimo piano del Palate. Era una finestra grandissima che dava sul termine della Carrara de San Jeronimo, dove la strada diventava larga e aveva alberi ai lati. Stavo per ore a quella finestra. Osservavo le trasformazioni del cielo, quelle nuvole gonfie e bianche che non stavano mai ferme, correvano spinte dal vento, e in mezzo avevano un colore azzurro vivo, strappi di cielo tra il bianco. Le nuvole improvvisamente gettavano giù acqua e subito dopo, non era passato che qualche istante, permettevano al sole di uscire coi raggi. Io stavo alla finestra e non mi annoiavo. L’albergo era grandissimo, pieno di gente importante, ma io avevo trovato una stanza all’ultimo piano e non vedevo nessuno. Dall’altra parte della strada c’erano abitazioni, appartamenti in un caseggiato. Osservava verso sera quelle finestre che si aprivano, mentre durante il giorno, per il caldo, stavano chiuse. C’era, di fronte a me una piccola casa con una terrazza. Era una terrazzina grande come una stanza, ben squadrata, con tre pareti coperte di piastrelle colorate, ceramiche tutte diverse, e qua e là, tra di esse, c’erano piante rampicanti. Verso sera veniva fuori un uomo in maniche di camicia, che dava l’acqua sui fiori. Trascorreva molto tempo ad innaffiarli. Si curvava e si alzava, poi ritornava in casa a rifornirsi d’acqua. II mio sguardo vagava per il cielo, per tutto il verde che scorgevo: Paseo del Prado, Paseo de Recoletos. Erano davanti a me, due nomi che non dimentico. Un giorno che le nuvole minacciavano pioggia, mi trovai nella Calle de Cervantes, nei pressi della casa di Lope de Vega. Entrai, c’era solo il custode che mi lasciò libera di andare dove volevo. Oh, quelle fresche stanze con i vecchi mobili, le sete sbiadite, i tendaggi pieni di polvere, un giardino piccolo con una pianta di rose e il pozzo senz’acqua. Mi sedetti su un sedile di pietra, c’era un grande silenzio, non arrivava nessuna voce. La pioggia venne giù a rovesci, rabbiosa; io mi ero nascosta accanto al muro, al riparo del tetto. Pensavo: «Qui veramente visse?». Quasi avrei detto, come diceva il popolo al suo tempo: «Credo in Lope de Vega, il poeta del cielo e della terra». Quando uscii per la Calle, tutto il selciato era lucido d’acqua, ripulito, i bambini incominciavano a venir fuori per giocare, le nuvole bianche ancora correvano per il cielo, ma ormai avevano lasciato il posto al sole. Che strane giornate erano le mie; vivevo laggiù come avessi dovuto vivervi sempre. Non avevo preoccupazioni, furie di vedere in fretta. Anzi, andavo cercando una casa, uno studio, un ultimo piano sotto i tetti. Ne parlavo ai miei amici (erano essi degli artisti, dai nomi come Cossìo, un pittore; Cela, uno scrittore; Garcia Nicto, un poeta); mi guardavano sorridendo: «Es muy dificil», dicevano. Madrid era realmente piena di gente, era una città gaia, viva, felice; ma, non so, qualche volta avevo la impressione che la terra bruciasse, che non ci fosse più scampo. «Che cosa avverrà nel mondo?», io mi chiedevo. Ma non lo chiedevo perché pensassi a guerre, a rivoluzioni, a conflitti, non a questo; era la sensazione del vivere che mi faceva pensare alla morte, se sia morte quel senso arcano di spavento che credevo di sentire sotto i miei piedi. Camminavo, guardavo il cielo, la città di Madrid; quanto mi piace questo nome; mi si stringeva il cuore, per ore guardavo intorno, per giornate intere. Andavo in certe piazze, in strade lontane in salita o in discesa, alla periferia, dove la campagna giallastra ha un senso di desolazione. Era bello girovagare da quelle parti, osservare il colore rossiccio della terra senza erba, ancora piena di buche della guerra civile, dove passeggiavano coppie, un ragazzo e una ragazza che cercavano di appartarsi, si nascondevano in quelle fosse. Laggiù, a perdita d’occhio, il cielo con le sue nuvole trionfava nel suo splendore; non più costretto dalla città, si spandeva sino alla Sierra, che chiudeva l’orizzonte.

© Milena Milani, in «Stampa Sera», 07.06.1950

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