Eavan Boland, la poeta irlandese che non ha ascoltato l’autorità in letteratura

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Eavan Boland (1944-2020) è una delle più grandi poete d’Irlanda. Ricordarla significa ricordare quanto la storia della letteratura sia stata una storia di potere e soppressione a danno della scrittura delle donne. In Irlanda, è stata la prima a cominciare quel faticoso lavoro di ribellione e di smantellamento del canone letterario maschile; ed è grazie a lei se negli ultimi due decenni è stato possibile ricostruire e riesumare la letteratura irlandese delle donne, dall’800 ai giorni nostri. Erano i primi anni 60 quando pubblicò la sua prima raccolta di poesie, nella quale parla della sua esistenza come giovanissima moglie, madre e studentessa universitaria. Al Field Day al quale era stata invitata alla fine degli anni 80, attaccò scrittori e accademici che “dimenticarono” di includere le così numerose scrittrici irlandesi nella “Anthology of Irish writing”. Nel 1994, ritornerà con coraggio sullo stesso tema, con un discorso intitolato “Gods Make Your Own Importance” pronunciato sotto gli auspici della Poetry Book Society. Qui uno stralcio significativo: “Sono una poeta irlandese. Una poeta donna. Nella prima categoria accedo con un certo angolo alla tradizione della lingua inglese. Nella seconda, accedo con un angolo ancora più inclinato alla mia stessa tradizione. Devo essere sincera riguardo a ciò perché, ovviamente, queste due identità danno forma e rimodellano ciò che ho da dire oggi. L’autorità del poeta – quel tema ampio e stimolante – è davvero, nel mio caso, una serie di istinti e intuizioni. La differenza nel mio caso è che mentre molti poeti guardano al passato per la storia stessa di quell’autorità, io non lo faccio più. Ho smesso di ascoltare quella storia che conferisce automaticamente autorità al poeta e di conseguenza automaticamente importanza alla poesia. Invece, vedo adesso solo una narrazione soppressa.”

Il suo quinto libro, In Her Own Image (1980), che portò alla Boland riconoscimenti e consensi internazionali, esplora la violenza domestica, l’anoressia, l’infanticidio, il cancro. Come altre raccolte della Boland, il libro testimonia l’urgenza e la necessità di fornire ritratti di donne che non siano imprecisi, ipocriti e ovattati. Eavan Boland ha ricevuto numerosi riconoscimenti durante la sua lunga carriera. Ha conseguito lauree honoris causa dalla, tra le altre, University College di Dublino, dal Trinity College di Dublino e dalla Strathclyde University in Scozia. Nel 2016, è stata nominata membro dell’American Academy of Arts and Sciences e nel 2017 è stata eletta membro onorario della Royal Irish Academy.

Le stesse parole della Boland ci raccontano della difficoltà di essere scrittrici nella storia e nella cultura irlandese, come in tante altre culture: “Ho iniziato a scrivere in un’Irlanda in cui la parola donna e la parola poeta sembravano essere in una sorta di opposizione magnetica” (…) “Volevo parlare della vita che avevo vissuto. E la vita che ho vissuto è stata la vita di una donna. E non potevo accettare la possibilità che la vita della donna non potesse, o non volesse essere, nominata nella poesia della mia stessa nazione”.

Qui di seguito, una traduzione della poesia Journey. La Boland raccontò una volta al pubblico di aver scritto la poesia durante una notte trascorsa in ospedale, dinnanzi al sistema di tubicini in plastica che scorrevano fino alla testa della sua bambina, la quale, fino a poche ore prima, era stata in pericolo di morte per una meningite.

Eavan Boland, The Journey (An Origin Like Water: Collected Poems 1967-1987)
Traduzione di Viviana Fiorentino, musica di Enzo Brandi

 

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