La libertà assoluta e l’importanza emancipatrice del creare: intervista a Judite Canha Fernandes / A liberdade absoluta e a importância emancipadora da criação: entrevista a Judite Canha Fernandes

[versão em português em baixo]

[traduzione dal portoghese a cura di Serena Cacchioli]

Judite Canha Fernandes è scrittrice e drammaturga, femminista e performer, attivista e madre, senza una preferenza particolare per l’una o l’altra di queste (e tante altre) Judite. Nasce a Funchal, sull’isola di Madeira, nel 1971, per trasferirsi poi nel 1979 a Ponta Delgada, sull’isola di São Miguel, nelle Azzorre; da vari anni, ormai, vive nella capitale portoghese Lisbona, dove ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Un po’ di questo vagabondare fra una sponda e l’altra dell’Atlantico si può ritrovare nella sua opera più recente, il romanzo d’esordio Um passo para Sul (Un passo verso sud), che ha vinto il premio Agustina Bessa-Luís 2018. È autrice delle raccolte di poesie Podemos amar ou podemos (Possiamo amare o possiamo), O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas (La cosa più difficile del capitalismo è trovare il posto dove mettere le bombe) e A fúria da loiça da china (La furia delle stoviglie di porcellana).


Alice: Immagino questa conversazione come il proseguimento di quella che abbiamo iniziato l’estate dell’anno scorso a Lisbona su scrittrici dimenticate o poco conosciute e sul lavoro realizzato, in questo ambito, da studiose portoghesi. Quindi ti chiedo: c’è qualche scrittrice dimenticata che ti ha ispirato nella tua attività di scrittura?

Judite Canha Fernandes: Sherazade. Mi piace immaginarla come una scrittrice fittizia che mi ha ispirato, perché quel modo di raccontare storie, in cui si apre una narrativa dentro l’altra, lasciando in sospeso all’infinito chi legge, questo dono segreto, mi ha influenzata profondamente.

Carolina de Jesus, scrittrice brasiliana della favela, che di mestiere raccoglieva carta e cartoni per rivenderli. Di lei serbo qualche poesia, molto bella, la singolarità della sua scrittura, soprattutto nel senso che espande possibilità a un portoghese colloquiale e poetico allo stesso tempo, e una frase che mi ha commossa, per il suo saper dire così bene qualcosa che sento molto vicino: “Quando ho capito che ero poetessa sono diventata triste, perché l’eccesso di immaginazione era troppo”.

Mary Shelley, la metto qui come autrice poco nota, perché come creatrice di Frankenstein mi sembra che il suo riconoscimento universale sia al di sotto di quanto dovrebbe essere. Mi ispira per il suo universo gotico, di un’oscurità pungente, e per la dolorosa umanità del mostro, che è così raro veder raccontata così bene in letteratura.

Alice: Il corpo della donna è centrale su tutti i versanti della tua opera: penso a una poesia come «mappa del mio corpo», al microracconto «Innocente» e anche alla tua opera più recente, il romanzo Un passo verso sud che quasi si apre con la frase «Non ho avuto pelle fino ai trentadue anni». Ti senti parte, in questo aspetto, di una tradizione della letteratura portoghese scritta da donne? Penso, per esempio, alle Nuove lettere portoghesi, di cui ho parlato a luglio sul nostro blog per il pubblico italiano che non le conosce.

Judite Canha Fernandes: Il corpo siamo noi, il nostro pezzo di carne e spirito. Mi interessa esplorare il corpo in quanto materia creativa, anche se l’uso della parola in sé può rimandare ai suoi limiti fisici. Mi piace anche abbandonare la parola, quando si fa troppo carica, carente di sub-testo. In «mappa del mio corpo», quando scrivo «e quando dicono – ‘sei in quel periodo del mese?’ – / penso sempre che stiano parlando del giorno in cui devo pagare il mutuo», cerco di convocare proprio quella sensazione di vicinanza e di abbandono.

Non riesco a vedermi come parte di una tradizione, in parte perché il mio rapporto con la letteratura non è per niente teorico, quindi ho un’idea molto vaga di correnti, categorie o tradizioni. Riconosco il ruolo di rottura letteraria e politica delle Nuove lettere, la loro importanza nella storia della letteratura, ma personalmente non sento di essere erede di quel lignaggio.

Forse perché per me è importante rifiutare le etichette. Sia quella di scrittrice delle Azzorre, scrittrice donna, scrittrice femminista, scrittrice portoghese. Io sono tutte queste cose, ma queste cose non sono la mia totalità. L’esistenza di categorie non rappresenta affatto il nostro tutto, né è capace di rappresentare le contraddizioni esistenti in ogni essere umano. Oltre al fatto che l’atto creativo non implica una metanarrativa, questa viene dopo, e non è la mia prospettiva.

Ho avuto la tentazione di farlo quando progettavo una ricerca di post-dottorato in Studi Letterari, ma il progetto non è andato a termine. Oggi preferisco che sia andata così.

Alice: In Un passo verso sud la rottura delle «forme quadrate imposte all’immaginario» da parte dei personaggi protagonisti, sia femminili sia maschili, è un tema fondamentale. Pensi che nell’ambiente letterario portoghese attuale sia in atto un vero cambiamento di sensibilità sulla rappresentatività dell’esperienza di chi esce dai canoni prestabiliti e finora prevalenti oppure, al contrario, tu sei una voce fuori dal coro?

Judite Canha Fernandes: Allo stesso modo in cui non riesco a inquadrarmi in una tradizione, non riesco nemmeno a vedermi come una voce fuori dal coro. Non vedo quello che scrivo in «paragone con». Oltretutto non conosco a sufficienza il panorama letterario portoghese per poter fare quest’analisi. Il mio modo di leggere è anarchico, leggo i libri che mi vengono incontro e mi piace che sia così. Perché qualcuno me ne ha parlato, me l’ha regalato, perché era disponibile in una casa in cui ero di passaggio e ho avuto la possibilità di leggerlo, ecc.

Riguardo a quel che è canonico, bisogna considerare varie questioni. Sono sicura che il canone non è, non è mai stato, la letteratura in toto prodotta in qualsiasi epoca, nemmeno la migliore, è soltanto ciò che la critica ha valorizzato, o ciò che, in qualche modo, è riuscito a entrare nella corrente mainstream.

Sulla rappresentatività dell’esperienza mi vengono in mente due casi. Il primo è Poe che, forse non a caso, ha scritto vari racconti in cui le donne amate muoiono. Sua moglie è morta quando era ancora molto giovane. E si dice che Mary Shelley abbia scritto Frankenstein come risposta a una sfida di Byron che le avrebbe detto che le donne non sono capaci di scrivere una storia di terrore. Perché dico tutto questo? Perché il creare non è distante dalle nostre circostanze di vita. Ma a volte lo è, ed è essenziale che lo sia. Questo ha due conseguenze che paiono importanti. Una è che, per il fatto che la scrittura è stata vietata o resa difficile alle donne per molti secoli, allo stesso modo in cui lo è stato per gli strati più poveri della popolazione, per chi si trovava fuori dai «centri intellettuali», ecc., è diminuita la diversità delle voci e la polifonia che la letteratura poteva avere. Questo sta cambiando nel tempo, e per fortuna. La seconda, apparentemente in contrasto, è che superare questa restrizione fisica e materiale delle circostanze e raggiungere un altro luogo comune a tutti gli esseri umani, è fondamentale per creare. Il creare nasce a partire da un luogo illimitato. In questo senso, è tanto politico quanto incosciente, estetico quanto simbolico, o materiale quanto immateriale. Il creare raggiunge un luogo umano che è simultaneamente universale e particolare, addirittura intimo.

Quindi, penso che nella «rappresentatività» ci sia una trappola. Credo che non esistano ambienti letterari nazionali che non siano, ancora oggi, oscurati da questa mancanza storica di rappresentatività, e che mediatismo, numero di vendite, denaro pagato a chi scrive, ecc. lo riflettano. D’altra parte, penso anche che una certa enfasi recente sulla rappresentatività sia pericolosa, perché si avvicina a una visione essenzialista e «pura» dell’umano che è spaventosa, eventualmente censoriale, e che questo restringa il pensiero sulla creazione letteraria e la libertà.

Alice: Il corpo della donna e la rottura dei ruoli sessuali e di genere imposti dal patriarcato non sono gli unici temi politici che affronti nella tua opera. Emblematica, in questo senso, è la raccolta La cosa più difficile del capitalismo è trovare il posto dove mettere le bombe, il cui titolo parla da solo, ma anche la riflessione sul Portogallo attuale in alcuni racconti dei tuoi Cortissimi. Mi pare evidente un certo apporto della tua attività come attivista nella scrittura, quindi la domanda che voglio farti va nella direzione opposta: che cosa può portare la letteratura all’attivismo?

Judite Canha Fernandes: Mi è difficile rispondere a questa domanda. Quindi, riprendo le circostanze. In «mappa del mio corpo» ho scritto «mi devo liberare dalle mie storie / per poterne inventare altre». Siamo nel 2015, e nei sette anni precedenti ho lavorato intensamente con un movimento femminista internazionale. Quelle storie si sono impossessate di me, e io dovevo raccontarle. Mi piace pensare che sia successo così, ma non sono rimasta paralizzata in quel momento, e proprio per questo voglio esplorare i nuovi universi che mi chiamano. Quindi quello che posso dire è che, nel mio caso, la letteratura ha portato all’attivismo una certa liberazione.

Ogni atto creativo è politico, anche quando pensa di non esserlo. Insisto sulla libertà assoluta del creare, sulla sua importanza emancipatrice, perché illimitata. Va oltre i sistemi di oppressione, oltre il nominare il dolore o il trauma, oltre la gerarchizzazione delle violenze, o gli obiettivi politici e ideologici. È essenziale che sia così.

Alice: Vorrei terminare questa conversazione con una domanda sul tuo processo creativo. Uno dei tuoi personaggi immagina «storie in ogni volto». Presumendo che condivida questo tratto con la sua creatrice, che cosa determina quali di queste storie effettivamente sopravvivono fino ad arrivare sulla pagina?

Judite Canha Fernandes: È molto diverso il modo in cui succede e non saprei precisare perché alcune intuizioni restano, ma altre no. Tornando a Carolina de Jesus, l’eccesso di immaginazione non è una cosa che si possa spegnere o controllare, accompagna semplicemente il flusso del camminare. C’è un personaggio di Un passo verso sud che ho visto una volta, nella sala d’aspetto del medico, per qualche minuto. Me ne sono resa conto quando il libro era già finito perché la rividi. Avevamo un’amica in comune. Quando la vidi, una notte in un bar, con quella sensazione di «ci siamo già viste», mi ricordai di quell’incontro precedente e capii che avevo usato i suoi tratti fisici per disegnare un personaggio. In quel momento addirittura arrossii.

Qui potete trovare la traduzione in italiano di alcune poesie di Judite.


Alice: Imagino esta conversa como uma continuação da que começámos no verão do ano passado em Lisboa, sobre escritoras esquecidas ou pouco conhecidas e sobre o trabalho levado a cabo nesta área por parte de estudiosas portuguesas. Então pergunto-te: há alguma escritora esquecida que te inspirou na tua própria atividade de escrita?

Judite Canha Fernandes: Scherazad. Gosto de imaginá-la como escritora fictícia que me inspirou, porque aquele modo de contar histórias, desembrulhando uma narrativa a partir da outra, suspendendo interminavelmente quem lê, esse dom secreto, me influenciou profundamente.

Carolina de Jesus, escritora brasileira que foi catadora de papéis durante grande parte da sua vida. Dela retenho alguns poemas, muito belos, a singularidade da sua escrita, especialmente no sentido em que expande possibilidades a um português simultaneamente coloquial e poético, e uma frase que me comoveu, por dizer tão bem algo que me é muito próximo: “Quando percebi que era poetisa fiquei triste, porque o excesso de imaginação era demasiado.”

Mary Shelley, colocando-a aqui como autora pouco conhecida, porque enquanto criadora de Frankenstein parece-me que o seu reconhecimento universal é abaixo do devido e esperado. Inspira-me pelo universo gótico, de uma escuridão pungente, e pela dolorosa humanidade do monstro, raras vezes tão bem captada na literatura.

Alice: O corpo da mulher é central em todas as vertentes da tua obra: penso num poema como “mapa do meu corpo”, no micro-conto “Inocente” e também na tua obra mais recente, o romance Um passo para sul que se quase-abre com a frase “Não tive pele até aos trinta e dois anos”. Sentes-te parte, a este respeito, duma tradição da literatura portuguesa escrita por mulheres? Estou a pensar, por exemplo, em Novas cartas portuguesas, de que falei em julho no nosso blog para o público italiano, que o desconhece.

Judite Canha Fernandes: O corpo somos nós, nosso pedaço de carne e espírito. Importa-me explorar o corpo enquanto matéria criativa, mesmo que o uso da palavra em si possa remeter para os seus limites físicos. Gosto também de abandoná-lo, quando se torna palavra carregada, carente de subtexto. Em “mapa do meu corpo”, ao escrever “e quando dizem – ‘estás naquela altura do mês?’ – / penso sempre que estão a falar do dia em que cai o empréstimo do banco”, procuro convocar precisamente esse mesmo lugar de proximidade e abandono.

Não consigo ver-me como parte de uma tradição, em parte porque a minha relação com a literatura não é de modo algum teórica, então tenho uma noção muito vaga de correntes, categorias ou tradições. Reconheço o papel de clivagem literária e política das Novas Cartas, sua importância na história da literatura, mas pessoalmente não me situo numa herança disso.

Talvez porque me seja importante a recusa de rótulos. Sejam eles o de escritora açoriana, escritora mulher, escritora feminista, escritora portuguesa. Eu sou todas essas coisas, mas essas coisas não são a minha totalidade. A existência de categorias não representa, de modo algum, o nosso todo, nem é capaz de representar as contradições existentes em cada ser humano. Além de que a criação não se desenvolve a partir de uma meta-narrativa, isso é feito depois, e não é o meu olhar.

Tive alguma vontade de fazê-lo, quando projetei um pós-doutoramento em Estudos Literários, mas o projeto não avançou. Hoje, prefiro que tenha sido assim.

Alice: Em Um passo para sul a quebra das “formas quadradas impostas ao imaginário” por parte das personagens protagonistas, tanto femininas quanto masculinas, é um tema fundamental. Achas que no meio literário português atual há uma real mudança de sensibilidade em relação à representatividade da experiência de quem sai dos cânones preestabelecidos e até agora prevalecentes, ou pelo contrário és uma voz fora do coro?

Judite Canha Fernandes: Do mesmo modo que não consigo me enquadrar numa tradição, também não consigo me ver como voz fora do coro. Não vejo aquilo que escrevo em “comparação com”. Além de conhecer insuficientemente o meio literário português para poder fazer essa análise. O meu modo de ler é anárquico, leio os livros que vêm ao meu encontro e gosto que seja assim. Porque alguém me falou, me ofereceu, porque estava disponível numa casa onde estive e por isso pude lê-lo, etc.

Sobre o que é canónico, tenho muitas questões. Estou certa que não é, nunca foi, o total da literatura produzida em qualquer época, nem porventura o melhor, é apenas aquilo que a crítica valorizou, ou que de algum modo conseguiu entrar na corrente mainstream.

Sobre a representatividade da experiência vêm-me à mente dois casos. O primeiro seria não ter sido por acaso que Poe escreveu vários contos onde mulheres amadas morrem. Sua mulher morreu, ainda muito jovem. E, conta-se, Mary Shelley escreveu Frankenstein como resposta a um desafio de Byron, que lhe terá dito que mulheres não seriam capazes de escrever uma história de terror. Porque conto isto? Porque a criação não é desligada das nossas circunstâncias de vida. Mas também é, e é essencial que o seja. Isso tem duas consequências que se afiguram importantes. Uma é que o facto da escrita ter sido vedada ou dificultada às mulheres durante séculos, do mesmo modo que o foi a camadas mais pobres da população, a quem estava fora dos “centros intelectuais”, etc, diminuiu a diversidade das vozes e a polifonia que literatura poderia ter. Isso tem vindo a mudar, e ainda bem. A segunda, aparentemente antagónica, é que ultrapassar essa restrição física e material de circunstâncias e alcançar um outro lugar comum, humano, é fundamental à criação. A criação nasce a partir de um lugar ilimitado. Nesse sentido, é tão político quanto inconsciente, estético quanto simbólico, ou tão material quanto imaterial. A criação alcança um lugar humano que é simultaneamente universal e particular, até íntimo.

Então, acho que na “representatividade” reside uma armadilha. Acredito que não existem meios literários nacionais que não sejam, ainda hoje, emsombrados por essa falha histórica de representatividade, e que mediatismo, número de vendas, valor pago a quem escreve, etc. refletem-no. Por outro lado, considero também que algum ênfase recente na representatividade é perigoso, porque se aproxima de uma visão essencialista e “pura” do humano que é assustadora, eventualmente censória, e que isso estreita o pensamento sobre a criação literária e a liberdade.

Alice: O corpo da mulher e a quebra dos papéis sexuais e de género impostos pelo patriarcado não são os únicos temas políticos que abordas na tua obra. Emblemática, neste sentido, é a coletânea O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas, cujo título fala por si só, mas também a reflexão sobre Portugal contemporâneo nalgumas das Curtíssimas. Parece-me evidente um certo aporte da tua atividade como ativista na escrita, então a pergunta que quero fazer-te vai na direção oposta: o que é que a literatura pode trazer ao ativismo?

Judite Canha Fernandes: É-me difícil responder a essa pergunta. Portanto, retomo as circunstâncias. Em “mapa do meu corpo” escrevi “tenho de me livrar das minhas histórias/para poder inventar outras”. Estamos em 2015, e nos sete anos anteriores trabalhei intensamente com um movimento feminista internacional. Essas histórias apoderaram-se de mim, e eu tinha de as contar. Gosto de pensar que isso aconteceu mas que não fiquei paralisada nesse momento, e por tal procuro explorar outros universos que também me convocam. Então o que posso dizer é que, no meu caso, a literatura trouxe ao ativismo alguma libertação.

Toda a criação é política, mesmo quando pensa não ser. Insisto na liberdade absoluta da criação, na sua importância emancipadora, porque irrestrita. Está para além dos sistemas de opressão, da nomeação da dor ou do trauma, da hierarquização das violências, ou de objetivos políticos e ideológicos. É essencial que assim seja.

Alice: Queria terminar esta conversa com uma pergunta sobre o teu processo criativo. Uma das tuas personagens imagina “histórias em cada rosto”. Presumindo que ela compartilhe este traço com a sua criadora, o que determina quais destas histórias efetivamente sobrevivem até chegar à página?

Judite Canha Fernandes: É muito diverso o modo com isso acontece e não sei precisar porque alguns vislumbres permanecem, mas outros não. Voltando à Carolina de Jesus, o excesso de imaginação não é algo que se possa desligar ou controlar, acompanha simplesmente o fluxo do caminhar. Há uma personagem de Um passo para sul que vi uma vez, num Centro de Saúde, por uns minutos. Dei-me conta disso já o livro estava terminado, porque a reencontrei. Tínhamos uma amiga em comum. Quando a vi, à noite num bar, entre aquela sensação de “já nos cruzámos”, lembrei-me desse encontro anterior e percebi que tinha usado os seus traços físicos para desenhar uma personagem. Naquele momento, até corei.

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