“Dalla mia pianura sconfinata che protende al mare…”. Attraverso Cordula Poletti

di Jessy Simonini

I.

Poche autrici sono state vittima di un soffocamento come Cordula Poletti. Un “soffocamento”, per riprendere la formula di Joanna Russ, che paradossalmente è avvenuto anche nei rari momenti d’essere in cui il suo nome è ricomparso, istante breve e lievissimo, dalle pinete adriatiche dove si celava. Perché di lei si è quasi sempre parlato in funzione di qualcun altro. Prima di tutto, come amante di Sibilla Aleramo e di Eleonora Duse. Nella sua città di origine, Ravenna, come moglie (“moglie” almeno formalmente) di Santi Muratori, fine intellettuale locale, bibliotecario della Classense. Negli ultimi tempi, tempi di celebrazioni e settecentenari, in relazione a Dante, cui Poletti ha dedicato alcune lecturae nella sua città, talora invitata dallo stesso Muratori e da altri eruditi del luogo.

A tal proposito, Marco Martinelli — seguendo l’indirizzo di Ivan Simonini[1] — ha definito Poletti[2] come “prima dantista femminista”. Formula problematica, difficilmente condivisibile se non interamente da rigettare: Poletti è forse femminista o pre-femminista negli anni dell’incontro con Aleramo, anche alla luce della sua partecipazione al Congresso nazionale delle donne italiane (era il 1908), ma il suo impegno in una qualche forma di femminismo e in affini elaborazioni teoriche scema rapidamente, fino a disperdersi. E le sue analisi su Dante, rigorose, accademiche, talora rigidamente scolastiche, nulla di “femminista” lasciano intravedere.

In un articolo apparso su “Doppiozero”[3], Martinelli ha anche immaginato l’ingresso di Poletti nell’ampia sala dove si tiene una delle sue conferenze dantesche, in questo caso quella del 9 maggio 1920, dedicata a Paradiso XXXIII:

Non sente, o finge di non sentire, i commenti, le risatine e le malignità che la sala mormora al passaggio della giovane ravennate ribelle, profumata, in eleganti abiti maschili: tira dritto, depone con cura i fogli sul tavolo della presidenza, e infine si volta a guardare con aria di sfida l’intellighentia della sua città, lì riunita per giudicarla.  

Non sappiamo se ci siano stati “commenti”, “risatine”, “malignità” nei riguardi di Poletti, che a dire il vero è sempre tenuta in buona considerazione proprio dalla maschia intellighentia della sua città, anche nel primo decennio del Fascismo. Senz’altro, come scrive Claudia Bassi Angelini in Le “signore del fascio”, monografia dedicata all’associazionismo femminile fascista ravennate, la “coppia” Poletti-Muratori, negli anni venti, non è ostile al fascismo locale. Anche la coppia Poletti-Rasponi, almeno all’inizio, non è ostile al regime. La partecipazione di Poletti alle lecturae Dantis, anche nei primissimi anni trenta, ci testimonia però che in quegli anni il suo unico impegno è d’ordine culturale, limitato a conferenze dantesche, mai per altre iniziative culturali o politiche. E dire che proprio durante la prima guerra mondiale si era distinta per forte impegno civile, di cui si trova traccia nelle sue opere: il Poema della guerra, così come l’iper-retorico discorso per le onoranze agli aviatori ravennati, ci consegnano l’immagine di un’intellettuale patriottica e fieramente interventista.

Mi ha molto colpito che nell’articolo di Marco Martinelli non appaia mai la parola lesbica. Ancora un soffocamento: ripristinare una giustizia biografica, come ha tentato di fare Franco Buffoni in una monografia che considera solo autori uomini[4], dovrebbe anche passare per un atto di trasparenza linguistica.

Sì, Poletti fu una donna lesbica, visse la propria esistenza di donna lesbica nell’Italia giolittiana e in quella fascista, fino a un dopoguerra nel quale le sue tracce diventano sempre più rarefatte e imprendibili. Mentre Lina Poletti scrive e studia, Mura pubblica Perfidie, Djuna Barnes Nightwood, Radclyffe Hall The well of loneliness. Virginia Woolf, a Newnham o Girton, pronuncia queste parole:

Quando, comunque, si legge di una strega buttata nel fiume, di una donna posseduta dal demonio, di un’indovina che vende erbe, o persino della madre di un uomo molto importante, allora credo che siamo sulle tracce di una scrittrice mancata, di una poetessa messa a tacere, di qualche muta e oscura Jane Austen, qualche Emily Brontë che si è fracassata il cervello sulla brughiera o andava facendo boccacce per le strade, impazzita per la tortura procuratale dal suo talento.

Mentre Cordula Poletti vive i propri amori, talora difficili e contrastati, almeno sino all’incontro con Eugenia Rasponi, altre soggettività come la sua sono costrette a sposarsi con uomini, a condurre una vita normativa e ordinata, “streghe buttate nel fiume” o “poetesse messe a tacere”; poche altre, molto spesso per privilegio di classe, possono invece vivere il loro amore quasi del tutto liberamente. Così è stato per Poletti e Rasponi, di famiglia ricchissima, in pieno Fascismo.

II. Aleramo, Duse e la guerra

La pubblicazione delle Lettere d’amore a Lina, all’inizio degli anni Ottanta, presso la casa editrice Savelli, è da intendersi come un momento essenziale per qualsiasi discorso sull’autorialità femminile e sulle soggettività lesbiche del nostro Novecento. Non semplicemente perché le lettere illustrano il breve, intensissimo legame fra Poletti e Aleramo. Ma perché in quelle lettere ritroviamo un amore inequivocabilmente lesbico. Il legame tra Aleramo e Poletti (nato sotto il segno della partecipazione al movimento femminile) spinge la sorellanza su un nuovo territorio, quello di un rapporto fisico, corporeo, sessuato.

Le lettere, pubblicate grazie al preziosissimo lavoro di Alessandra Cenni, ci consegnano la traccia di quella passione accecante e ingestibile, durata poco più di un anno e finita in maniera turbolenta. Cenni pubblica molte delle lettere scritte da Aleramo, mentre quelle scritte da Poletti — quasi del tutto disperse — sono solo tre. In una si legge:

anch’io, Sibilla, dalla mia pianura sconfinata che si protende al mare in ghirlandata di pini, anch’io dalla tragica dolcezza di certe ore che ruinan lente su tanta mole di reliquie del tempo antico, affannosamente cerco il perché della malvagità umana e urlo la mia rivolta vana contro tutti i soprusi, le violenze, le mostruosità della nostra vita civile. 

E in un’altra:

se nel tuo giorno natalizio, quello che l’anno scorso commemorammo insieme, pur di lontano, con tanto amore, tu ricercherai intorno a te nell’aria qualche soffio di purità e di ardenza che vivifichi il tuo profondo, senti, ricorda di tenermiti vicina perché io saluterò con tutta l’anima in quel giorno la tua forza e la tua promessa, e rinnoverò sul tuo capo l’augurio bello del lontano aprile romano.  

Per Aleramo, l’incontro con Poletti è un momento di frattura, coincide con la scoperta di un nuovo aspetto della propria identità: la possibilità di provare sentimenti d’amore verso una donna. Anche nel romanzo Il passaggio, pubblicato qualche anno dopo la fine della storia con Poletti, si trovano delle tracce di questo sentimento, inserito in quello che a tutti gli effetti è un “triangolo” con Giovanni Cena, per dirla come Amelia Rosselli, una “condanna a tre”:

Divenimmo tre cose sciagurate, io e la fanciulla maschia e l’uomo che per anni ed anni m’aveva dato la dolcezza di farlo beato.
Tre pietà, tre incomprensioni.
(p. 137)

Com’è noto, Poletti è “la fanciulla maschia”. Veste da uomo, assume tratti e atteggiamenti maschili;  l’amazzonismo di Poletti, ha affascinato la posterità, spingendo taluni a identificarla come una specie di transgender. Poletti non lo era, era una soggettività femminile e come tale si identificava. I suoi déguisement erano una scelta quasi politica, di auto-affermazione, coerente quella di altre soggettività lesbiche dell’epoca. Risuonano le parole di Auguste Forel sulle tribadi, in un suo manuale psichiatrico del primo Novecento:

Le invertite si sentono uomini rispetto alle altre donne; si dilettano di sport e di occupazioni maschili, portano i capelli corti e piace loro di indossare abiti da uomo. Tuttavia ve ne sono anche di quelle le quali mentre si abbandonano con grande passione all’amore lesbico, si mantengono, sia nei gusti che nelle abitudini, esclusivamente e schiettamente femminine.

E risuonano anche quelle di Violette Leduc in una lettera dei primi anni Cinquanta indirizzata a Simone de Beauvoir:

Questi rapporti [i rapporti fra donne] non sono grandi e forti che nei misteri delle notti di collegio o di convento. Le donne sono ancora troppo deboli, troppo tenere per imporre la loro coppia, almeno quando non si vestono da uomo.

Dopo Aleramo, c’è Duse. Anche il rapporto con l’attrice è complesso e si conclude con una pesante rottura. Alessandra Cenni ricostruisce le varie fasi di un rapporto insieme affettivo e creativo: Poletti lavora anche a due drammi pensati per Duse, Arianna e Incesto, ma il sodalizio si spegne, addirittura con pesanti strascichi legali.

Eppure quegli anni, almeno fino all’inizio del decennio successivo, sono per Poletti i più vivaci e interessanti dal punto di vista creativo: i testi concepiti per Duse, i discorsi celebrativi “ufficiali”, i primi lavori su Dante e un’attività poetica che conduce alla pubblicazione di un Poema della guerra, uscito nel 1918, “quando la causa della patria e della guerra, avocando a sé ogni opera e mezzo, non consentiva miglior forma di libro”.

Questo lungo poema meriterebbe senz’altro ricerche future, non tanto per lo stile, estremamente artificioso, intriso di retorica patriottica e nazionalistica, quanto piuttosto come testimonianza storica, espressione di una soggettività femminile che prende la parola sul conflitto mondiale, ne mette in luce la brutalità e segue con rigore cronologico le varie fasi in cui si articola la guerra, fornendone poi una rappresentazione sul piano poetico. Come dicevo, Poletti non cela i propri sentimenti patriottici e un posizionamento essenzialmente interventista; a testimoniarlo sono anche i discorsi pubblici da lei stessa tenuti nella sua città, Ravenna, per celebrare il sacrificio dei militari caduti e il sirventese dedicato ai “soldati d’Italia” che viene musicato al Teatro Alighieri nel 1916. Ecco l’incipit del Poema della guerra, di cui è possibile cogliere sia l’artificiosità stilistico-lessicale, sia l’intensità del sentimento poetico dell’autrice:

Discordia, genio irto d’ali
E d’unghioni forcati di frodo,
Congenerato despoto de l’uomo,
Cui turbi le case
Sovverti l’opre
Insidii le industri alleanze,
Hai dunque il tuo sibilo tristo
Ancora una volta a disfida
Scagliato sul mondo, che il dolce
Settembre da’l colmo de’ cieli
Rediente con la frescura
Del suo riso di perla infinito,
Tremò, e discolora, per queste
Fuor balzate moltitudini belluine
Da tutte le valli

Dai picchi de’ monti
Da steppe e deserti
Lunghesso i fiumi e i lividi mari,
Precipiti dietro il tuo richiamo
Odio ruggendo e sterminio?

Con questi versi, invece, viene rappresentato lo scoppiare della guerra:

Emerse da ‘l mare la spade
Del Kràglievich serbo? Sui monti
La grande rinascita annunzia
La Vila apparita fa i nembi.
E a Lazzaro re ne la piana
Di Kòssovo giunge il fatale
Grido, alfine di Rurich il grido,
Del russo fratello che tronco
L’incanto malvagio del sonno
Si leva su l’ossa giganti.

Si noterà poi anche l’apparizione di alcune figure femminili, a vario titolo coinvolte nel conflitto. In questo caso le infermiere inglesi, “doppiamente sacre” e martiri perché vittime della violenza esercitata dai nemici. Poletti fa riferimento ad alcuni episodi precisi, come la condanna a morte di Edith Cavell da parte dei tedeschi o il barbaro assassinio (in realtà mai avvenuto, ma oggetto di una falsificazione propagandistica) dell’infermiera Grace Hume. Si ritrovano qui due casi di certa rilevanza, almeno sulla stampa dell’epoca, che colpiscono l’autrice del poema e che si inseriscono in un più complesso progetto di propaganda bellica anti-tedesca:

Trucidatori di donne
Sono, le svenano chine
Ne ‘l pio ministero d’amore
Sui feriti. Sui propri tedeschi
Feriti chine han recise
Le clementi infermiere d’Albione!
Ma per i tuoi seni avulsi,
Grazia Hume per il rossosprizzato
Turgor de’ tuoi ventitré anni
Fuor de le due pozze orrende
Miseramente (e cerca
Tosto t’abbandonavi!),

Pe ‘l vituperoso tuo avello
Ne ‘l cortile de ‘l carcere, o Editta
Cavell, contro cui gli sparati
Dodici d’uomo fucili
Non poterono (e il mite tuo cuore
Palpitava tuttavia!)
Ma dov è il gallonato aguzzino
Scaricare la pistola
Su la povera tempia convulsa,
Per voi, per voi tutte, cadute

Con lo zendado bianco
E il soggolo de’ la pietà,
Doppiamente sacre, donne,
E suore, per voi vendicare
Van calmi al putre cimitero
De’ morti a prendere il rango
Que’ vostri fratelli; ben sanno
Che il tramonto non rivedranno
A mille abbattuti nel fango;

Ma van calmi, fumando, i testardi;
E per voi vendicare:
Oltre lì non si passa!

III. Dal Fondo Muratori alla Classense

Il tentativo di studiare, di conoscere meglio la figura di Cordula Poletti ci costringe a fare i conti con un vuoto profondo e insopprimibile. Molte delle sue carte sono andate disperse. La sua biografia ci riporta che morì nel 1971, in una pensione di Sanremo. Qualche anno prima era morta la compagna, Eugenia Rasponi. Al momento della morte, Poletti aveva più di ottant’anni. Non abbiamo altre immagini di lei, la sua figura austera si cristallizza nelle poche fotografie che resistono al tempo e che risalgono agli anni venti. Non sappiamo se avesse con sé, al momento della sua morte, documenti o manoscritti. Possiamo appenderci soltanto ai volumi pubblicati nel corso della sua lunga vita e alle lettere che ci restano, conservate presso il fondo Santi Muratori della Biblioteca Classense.

Da quelle lettere si possono comprendere meglio le forme del rapporto con Muratori, oltre ad alcuni tratti della personalità di Poletti. Il matrimonio con Muratori è senz’altro un’unione bianca, un contratto formale che viene stipulato esclusivamente per reciproca convenienza e per i vantaggi che una tale condizione garantisce, almeno all’apparenza, a entrambi. Poletti, di fatto, nemmeno convive con Muratori, cui pure è legata da un sentimento di affetto sincero: si definisce sua sorella, suo “fratello” in un’occasione e il marito le è “amico” e spesso vicino nell’aiutarla a sbrogliare problemi d’ordine pratico. Nel giugno del 1915 giunge a Muratori un piccato biglietto, che ci fornisce un indizio circa il temperamento di sua “moglie”: “Carissimo, ti prego salutandomi per via di usarmi la correttezza di levarti il cappello. Scusa la franchezza, e tanti saluti da Cordula Poletti”.

Uno studio di queste carte, particolarmente ricche, ci consente di osservare alcuni aspetti di questo legame e di osservare in controluce diversi momenti della biografia di Poletti, i suoi viaggi, i suoi spostamenti frequenti e le sue ricerche. Si trovano anche riferimenti a frequenti soggiorni parigini, tanto che Poletti acquista un appartamento nella capitale francese. Tale acquisto si rivela pieno di insidie, poiché è ancora sposata a Muratori e ha dunque bisogno di documenti che certificano l’accordo del marito. Lo scoramento di fronte agli ostacoli burocratici è l’occasione per una riflessione sulla condizione femminile che ritroviamo in una missiva del 9 giugno 1930:

Mio caro Santi,
non so come ringraziarti della miracolosa prontezza con cui mi hai fatto avere il passaporto rettificato e rinnovato. Fortunatamente tu non hai nemmeno un’idea della ridicola tragedia che ha rappresentato per me quell’inesattezza nel passaporto! E non hai nemmeno un’idea, fortunatamente, delle insopportabili umiliazioni a cui la legge di tutti i paesi latini sottopone una donna, dal momento che è maritata, in ogni suo rapporto con la vita sociale.
Ho comprato di questi tempi una casetta a Parigi, e sono sei mesi ormai che mi fan perdere un tempo prezioso, e danaro più del valore della casa, per fornir documenti e atti notarili, vistati dal Ministero degli Esteri, e ratificati dal Consolato francese, comprovanti la mia capacità di fare acquisti senza l’autorizzazione maritale e sananti l’inesplicabile compatibilità di due fatti evidentemente eterogenei come la mia mancata coabitazione con te e la mia dichiarazione di altissima sicurezza che tu non potrai mai far nulla a mio nocumento per rivalsa di diritti maritali! Una cosa, mio caro Santi, che farebbe venir voglia di piantare in asso casa marito figli, e ben altro ancora, a qualsiasi donna fornita di ragione, non fosse che per rivendicare in faccia a Dio il suo diritto di essere umano, con la testa alta verso il cielo, su un busto etto da due sole gambe, magari a costo di pagare, come faccio io, giorno per giorno, durissimamente, la propria santa disperata ribellione.

Emerge poi come gli studi danteschi proseguano negli anni trenta (a Dante e Stazio dedica una nuova lectura nel maggio 1931), ma Poletti si interesserà anche a nuovi argomenti, dall’antropologia alla storia antica. In una lettera dell’ottobre 1930, Poletti parla a Muratori delle “corbellerie che abbiamo imparato a scuola” in merito alle civiltà antiche:

Il mio lavoro sulla Grecia mi assorbe ormai in modo da non lasciarmi fiato a qualsiasi altra pubblicazione. […] Vedi, per darti un’idea: proprio in questo momento lascia il mio studio una valorosa ellenista, la più cara discepola di F. Halbherr, Margherita Guarducci, a cui il Maestro ha affidata la pubblicazione di tutto l’enorme tesoro epigrafico greco-cretese da lui accumulato, prima col Comparetti poi da solo, in un lavoro indefesso di tutta la vita. Si parlava di quel che io sto facendo. Sai come lo chiama la mia buona Margherita? «Dopo tanti testi e tanti scavi, per l’appunto quello che manca: la sintesi umana.»

Se sapessi le corbellerie che abbiamo imparato a scuola, non dico nei Ginnasi e nei Licei, ma anche all’Università, caro mio! E adesso, con la fregola degli Etruschi e dei Romani, che diventa di moda contrapporre ai Greci per polverizzarli, ma lo sai dire quante ne sentiremo sballare?

Secondo Alessandra Cenni, Poletti starebbe impostando un “vasto progetto di antropologia culturale che avrebbe dovuto indagare su origini e fini comuni dei popoli dell’area mediterranea”. Di questo progetto, non ci resta nulla. Possiamo solo appenderci alle tracce dei suoi frequenti viaggi in Grecia e in altri paesi latini, per molti anni accompagnata da Eugenia Rasponi. Di certo, come si può notare sia dalle lettere che da fonti documentarie istituzionali, gli anni Trenta coincidono con una significativa trasformazione della soggettività di Poletti, che si allontana sempre di più da Ravenna e dai contesti intellettuali e letterari ufficiali. Appartata, sempre più decentrata, si avvicina alle teorie esoteriche e alle filosofie buddhiste, tanto che la sua vicinanza con Jiddu Krishnamurtispingerà poi le autorità fasciste a sorvegliarne le attività.

Di ciò che accade in seguito, nel Dopoguerra e fino al momento della morte — era il 1971 — resta spazio solamente per biografie congetturali o finzioni narrative, nell’attesa di un ritrovamento insperato di documenti e materiali che ci consenta di illuminare il resto della sua vita. Questo testo vuole essere la miccia per ricerche future, senz’altro complesse da realizzarsi (e spesso davvero simili a quelle di un investigatore), da condurre negli archivi dei luoghi da lei attraversati. Il fondo ravennate, tuttavia, già ci permette un primo incontro con Poletti, facendoci cogliere le diverse stagioni da lei attraversate. Dagli eroici furori della guerra alle travolgenti passioni con donne libere e forti, giungendo poi a un’evoluzione che ci affascina e della quale ancora, senz’altro, ha senso ostinarsi per trovare una traccia, un segno[5]; per capire in che modo si è espresso l’imperativo di Poletti, quel “perdere la vita” che ritroviamo in una sua profondissima lettera a Muratori:

Io non potei che tentare ostinatamente di persuaderti che lo scopo della vita la ragione per cui siamo quaggiù, non è quella d’imprigionarsi dentro un bozzolo sempre più fitto di serici fili d’illusioni, sieno pure esse generose e nobili verso le cose e gli uomini, passati, presenti o futuri. L’unica cosa che conta, o Marta incorreggibile dalle centomila faccende, è “perdere la propria vita”, non adoperarti proprio su questo verbo “perduta” con ignaro rimpianto, a mio riguardo, come se fosse stato da deplorare che non avessi anch’io fatto l’uso che tutti fanno delle facoltà che ho sortite da nature? Io, vedi, mi struggo di non avere ancora totalmente saputo perdere la vita, e il mio lavoro d’ogni ora non mira ad altro[6].

© Jessy Simonini


[1] Ivan Simonini, «Cordula Poletti, la prima dantista femminista» in Annali di Romagna, 2021.

[2] Anzi “Cordula”, come scrive nel suo articolo, dove l’omissione del cognome di Poletti è forse l’involontario sintomo di una cancellazione più profonda e comune a molte altre autrici: la cancellazione della loro stessa esistenza autoriale.

[3] https://www.doppiozero.com/materiali/cordula-dantista-femminista

[4] Franco Buffoni, Silvia è un anagramma, Marcos y Marcos, 2021.

[5] Ciò che sta vivendo, scrive Poletti nel giugno del 1936, sta “tramutando da cima a fondo la posizione della mia esperienza rispetto a tutte le persone e a tutti i fenomeni della vita”.

[6] Le sottolineature sono dell’autrice.

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