«Non posso tornare Angelo – / Mi hanno toccato le donne»: la poesia di Nella Nobili

Nella Nobili è stata recentemente riscoperta grazie al volume curato da Maria Grazia Calandrone dal titolo Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, edito nel 2018 per Solferino, il quale raccoglie più di due terzi della sua produzione poetica.

Biografia

Nella nasce nel 1926 a Bologna. A quattordici anni entra a lavorare in una fabbrica di fiale per medicinali; era una tradizione di famiglia avviarsi presto al lavoro: il padre era un muratore, lo zio un carrettiere, il nonno un operaio. La famiglia era molto povera e non incoraggiò Nella allo studio delle lettere. Solamente un vicino di casa, saputo della passione di Nella per la poesia, le presta i libretti d’opera di Arrigo Boito e di Verdi, le opere di Salgari e di Dumas e di Carducci. Nella legge di notte e in pausa pranzo nel bagno in fabbrica. La guerra porterà altri traumi alla giovane Nella, e solo dopo il termine del conflitto studierà intensamente da autodidatta, imparando inglese e tedesco, traducendo Rilke e Dickinson, i suoi poeti preferiti. Durante la guerra, lei e la sorella ebbero il lugubre compito prima di recuperare i corpi dopo i bombardamenti, farne la conta, e in seguito di accogliere i soldati feriti nei centri di smistamento. Nel 1949 torna a lavorare in fabbrica, in una vetreria. Incontra in questi anni il pittore espressionista Aldo Borgonzoni, che la introduce nei circoli intellettuali di Bologna. Aldo presenta Nella a Giorgio Morandi, e la poeta frequenterà la sua casa diventandone amica; a lui dedica la poesia Paesaggio 1926, ispirata da un’opera del pittore, che rappresenta una ciminiera. Sempre Aldo fa leggere le poesie di Nella a Giuseppe Galassi, direttore del quotidiano romano “Giornale della sera”, il quale si innamora della scrittura di Nella e, nel 1948, pubblica un articolo traboccante di entusiasmo per la “poetessa operaia”, come la vuole soprannominare. Di questa etichetta non si liberò mai, e fu una delle cause della sua inquietudine, del suo allontanamento dall’Italia e della sua morte. Le edizioni Tosi e Danzi di Roma si offrono di pubblicare le sue poesie: Nella accetta e il 1949 è l’anno di uscita del suo libro, ha ventidue anni e decide di trasferirsi a Roma. Nonostante le entusiasmanti recensioni al suo libro Poesie, nei salotti romani si sente accolta sempre come la “poetessa operaia”. Per affrancarsi da questa immagine derelitta che le viene attribuita, per liberarsi del vischioso fantasma della fabbrica, Nella parte per Parigi. È il 1953. Non possiamo non considerare anche che Nella, omosessuale, ha certamente vissuto esperienze di emarginazione in Italia. Riportiamo in proposito questa poesia, dove il luogo di un ritorno alla terra ideale di nascita, luogo dell’innocenza nei quali gli angeli sono quelli cattolici e cristiani, è interdetto dall’esperienza omosessuale:

Non posso tornare Angelo –

Mi hanno toccato le donne

E nel buio delle sere estive

Ho spento le lucciole nei campi.

 

Non posso tornare Angelo,

chi può rifarmi vergine la fronte –

chi gli occhi chiari – chi serena la mente –

e i sogni, dove prenderli?

Nessun amore mi torna

Se non violento di cupa tristezza.

 

Non posso tornare Angelo,

anche la morte mi ha toccato la fronte.

(in Poesie, p. 56)

In Francia, all’inizio, vive in miseria. Riceve la visita di Maria Luisa Spaziani che riporta, di Nella, in Italia, l’immagine di una derelitta, di una sfortunata. Solo inventandosi un lavoro Nella riuscirà a vivere dignitosamente: decora oggetti e gioielli con riproduzioni di opere famose. Lavora in casa e fissa le immagini con gli smalti a freddo.

Una stroncatura, da cui con difficoltà Nella si riprenderà, è quella di Simone De Beauvoir, che definisce la scrittura del dattiloscritto del suo primo libro in francese goffa, inesperta, improvvisata.  Dopo due anni da questa scottatura, pubblica la raccolta di poesie snobbata dalla Beauvoir, La ragazzina in fabbrica (La jeune fille à l’usine, 1978 editore). Nella e Edith Zha, sua ultima compagna, raccolgono interviste a operaie che si amano, pubblicando nel 1979 Le donne e l’amore omosessuale (Les femmes et l’amour homosexuelle, 1979 editore).

Nella soffre di emicranie terribili a causa delle inalazioni dei vapori dei solventi e degli smalti; il suo corpo è saturo di veleno. È costretta a prendere dosi massicce di Optalidon, un analgesico che ha, come controindicazione, un effetto depressivo. Il 18 febbraio 1985 muore suicida.

I temi fondamentali. Il volume e le sue sezioni.

Il volume offre un’importante antologia poetica tratta dalle diverse raccolte dell’autrice, in ordine cronologico. Nella raccolta Poesie sono prevalenti struggenti immagini di paesaggi che divengono anche e soprattutto paesaggi interiori. Ad esempio, una delle poesie si intitola proprio Paesaggio 1926, nella quale una ciminiera diventa l’immagine della casa dell’infanzia e assume tratti onirici e metafisici; in Le nevicate, la neve che ricopre il paese si riveste di simboli di morte. In Canzone della terra felice ritroviamo l’immagine di una campagna che, nei suoi vari elementi, si trasforma in emozione e sensazione, nella fattispecie di “tristezza” e “rimpianto”, come leggiamo alla fine del componimento. In Frammenti (del giorno) ritorna l’immagine della casa associata al paesaggio: il ricordo diviene immagine metafisica. E se, sicuramente, da un lato si può pensare ai simbolisti francesi (la Nobili, come abbiamo visto, visse lungamente a Parigi), da Baudelaire a Rimbaud e Verlaine e, naturalmente, a certo decadentismo italiano (penso soprattutto a Pascoli), dall’altro, come un possibile punto di riferimento, ci possono essere gli abbozzi di campagne metafisiche realizzate dal primo Mario Luzi. Il paesaggio di Nella Nobili, però, a differenza di quello tratteggiato dal poeta fiorentino, appare molto più fisico e legato ad una dimensione di sofferenza: i tratti metafisici sono potentemente rivestiti di un involucro ‘corporeo’ che fa sentire in maniera pregnante il dolore dell’esistenza. Anche l’incedere delle stagioni legato al paesaggio (elemento tematico assai importante in questo primo nucleo poetico dell’autrice) è connotato da una dimensione di sofferenza intensamente presente:

Toccare con le mani questa pena

E sentire che si rinnova

Come una fronda ad ogni primavera –

Ebbene, è un grido certo,

È certo un duro pianto –

È un urlo è un invisibile

Lungo lamento

(Pianto diverso, in Poesie, p. 79).

La primavera porta con sé il dolore: questo è un vero e proprio topos romanzo che ritroviamo spesso nel corso della letteratura, dalla poesia provenzale fino, ad esempio, alle composizioni friulane di Pasolini. E, come in queste ultime, tale dolore è spesso legato alla sofferenza d’amore non corrisposto: in Pasolini nei confronti di fanciulli che si muovono nelle campagne friulane e sul greto del Tagliamento, in Nobili verso giovani ragazze e fanciulle “fuggitive e lontane”. Ancora in Frammenti (del giorno) leggiamo:

Dove sarà la mia ragazza

Sempre fuggitiva la vedo

Per la discesa del colle

Nel lampo d’occhi a mandorla

E di capelli al vento…

(in Poesie, p. 73)

La successiva raccolta della quale il volume propone un estratto è Hanna. Qui, il nome della donna amata è presente fin nel titolo, una figura che si riveste di connotazioni panteistiche e diviene quasi un tutt’uno con la natura e il paesaggio. La stessa autrice, in una trasfigurazione immaginifica, si trasforma panteisticamente in immagini naturali (“Io ti raggiungerò nel gran silenzio / Che mi attraversa e che mi rende luce / E suono – e tempo”) mentre sullo sfondo c’è sempre una perenne presenza della morte, trasfigurata adesso nella “Sorella paziente”:

Lontana

M’attende la Sorella paziente

Nel cuore della terra – La sua vena

Scorre da secoli e mi chiama

Per congiungersi alla mia vena”.

(in Poesie, p. 100)

La sezione Tre storie presenta dei componimenti particolarmente interessanti: si tratta infatti di due poesie inedite più lunghe rispetto alle altre, due componimenti che assumono quasi la forma di poemetti. La Storia dell’ultimo soldato (o La morte dell’ultimo soldato) presenta la figura di un soldato che muore in guerra. La truce immagine viene però trasfigurata dalla personificazione della morte, che diviene una “Fidanzata” che accoglie il povero soldato fra le sue braccia. La personificazione della morte può far pensare a molta poesia romantica, in cui troviamo l’immagine della “bella dama senza pietà” che avvinghia nelle sue spire fino alla distruzione.

Nella successiva (Ballata della Buona Morte) L’ospite che non giunse, la stessa immagine della morte si trasfigura ora nella figura di una “Regina” (“Le campane della Regina suoneranno”) ora nella figura maschile dell’Ospite. L’immagine del soldato morto (pensiamo al bozzetto del “dormiente nella valle” di Rimbaud, un soldato morto che sembra dormire) ritorna a più riprese nella poesia della Nobili, come una vera e propria ossessione legata ai traumi infantili e giovanili della guerra.

Inscindibili, allo sguardo poetico di Nella, si presentano l’infanzia e la morte. La sua poetica si muove lungo due linee essenziali: il sentimento della morte e l’esperienza vissuta come operaia in fabbrica, che significò la perdita dell’infanzia. E sono, queste linee, annodate inestricabilmente, sia perché la tematica dell’infanzia perduta in fabbrica si trasforma in fascinazione della morte, sia perché nel volto della morte Nella trova la traccia dell’infanzia perduta, la sua origine, la sua vertigine, e con essa la poesia:

È tua è mia questa scrittura che importa

Se confondiamo le nostre voci

Credo di essere degna di te.

Mai, piccola mia, mai ti ho tradita.

(in Poesie, p. 251)

La lingua riflette echi dickinsoniani, nell’uso dei trattini, nelle parole con l’iniziale maiuscola, e come nella Dickinson abbiamo soprattutto poesie brevi di righe altrettanto brevi.
Nella definisce la morte in molte maniere, come “la Sorella paziente”, “Fidanzata”, “L’amica”, “l’Ospite”, “la Straniera”, “la Sconosciuta”. Incontriamo una poesia dove Nella immagina di essere morta sepolta e da qui guardare il mondo dei vivi. Invocazioni alla morte sono frequenti nelle sue poesie, perché la vita è un “male oscuro”, ed è con vergogna che si risponde alla vita di essere ancora presenti: la morte deve venire prima che Nella sia morta dentro. Chiamato l’“Ospite”, con l’iniziale maiuscola come nel solco della Dickinson, è l’angelo della morte o la morte stessa, che appare nella sua poesia più celebre, La ballata della buona morte. Egli è “l’Ospite sempre atteso” per anni in una casa vuota. L’Ospite fa pensare anche a Puškin, alla figura del morto che ritorna sulla terra. In questa che è la più complessa poesia della Nobili, abbiamo un gioco di specchi, dove l’autrice parla in prima persona invocando la venuta di un “Ospite”, ma la prima immagine che abbiamo di questo Ospite è l’immagine di un uomo che torna dall’oltretomba, come in Puškin. L’ospite è la figura della morte. Come Orfeo non può scendere agli inferi, l’ospite non può attraversare la terra. Orfeo però ci riuscì, l’ospite no, perché dovrebbe attraversare terreni dove solo agli angeli è permesso stare. Si tratta di un rovesciamento del mito di Orfeo. Orfeo scende agli inferi; l’Ospite non può scendere sulla terra abitata dagli uomini e dagli angeli. Orfeo è vivo, l’Ospite è morto, “non ha ombra”, porta un mantello, non ha “nessuno al mondo”, porta il silenzio nelle vene e il gelo al posto del cuore. Euridice è morta e avrebbe voluto vivere; l’autrice è viva e vorrebbe morire. Euridice era la sposa di Orfeo; l’Ospite ha legato a sé l’autrice spegnendole per sempre il sorriso, portandole il freddo nel cuore. È colui che ha legato insieme tre persone, se stesso, la poeta e la poesia:

Egli l’aveva legata a sé per tutte le vite passate

E per tutte le vite a venire

Nel nome sacro della poesia –

Aveva preso per mano la mano pallida della morte e aveva legato le tre mani assieme

Per sempre, passato e avvenire.

(in Poesie, p. 114)

La figura della morte che prende per mano la mano pallida della morte può fare pensare che l’Ospite non sia la morte, perché, appunto, prende per mano la mano della morte, ma siamo di fronte a una sovrapposizione delle due figure, la morte e la mano della morte.

Questa triade morte-poeta-poesia è una tematica importante nei poeti maledetti e si trova anche in Rilke: ricordiamo solo una strofa del IX sonetto:

Solo chi ha gustato coi morti

Il loro papavero

Anche il suono più lieve

Mai riperderà

(Rilke, Sonetti a Orfeo, Milano, Feltrinelli 2017)

Nella conclude la poesia scrivendo che solo quando “i vivi non saranno più vivi” e i “i morti non saranno più morti”, ci sarà una vera resurrezione, quindi alla fine del mondo, “dopo i secoli grigi”, quando il mondo non ci sarà più, non secondo la fede cristiana o una filosofia epicurea, ma secondo la fede “che non è quella dei vivi né dei morti”. L’ospite non viene a liberare la poeta della sua vita individuale, e la poeta ricorda nel finale che la consolazione vera è la fine del mondo, anche se in questa non crede, perché atea e non cattolica. La vita è una “beffa” e Dio “grande e fiero della sua inconsistenza”. L’uomo è solo e la sua solitudine lascia indifferente l’universo.

Un’altra figura rilkiana che troviamo presente nella poesia è l’Angelo. Questo Angelo, simile a un dio greco che non si cura dei fatti terrestri, è distante e lontano, nella sua tremenda perfezione, nella sua capacità di guardare il visibile alla luce dell’invisibile: come in Rilke. “Ogni angelo è tremendo” scrive Rilke nella seconda delle Elegie duinesi. Tremendo perché perfetto rispetto a noi. Nella Nobili però non si occupa di descriverlo, quanto di tracciare una immagine di indifferenza reciproca tra lui e l’umanità. È un rovesciamento anche rispetto alla Dickinson, che chiama gli angeli ospiti che vengono a trovarla. A sottolineare la sua lontananza e la sua freddezza rispetto alle cose umane, l’Angelo diviene in una poesia “Marinaio di ghiaccio”: è lui che ha deposto, millenni fa, sotto l’acqua trasparente di ghiaccio il corpo dell’autrice, è lui che viene chiamato, inutilmente, a liberarla. In una poesia che si intitola I ritorni (L’angelo), questa bianca figura del bene nella quale si credeva durante l’infanzia si trasforma, nell’età adulta, in colui che

mi lasciò nel giro della terra

Senza memoria di me

Dei fiori che portavo sulle palme

(Poesie, Tosi e Danzi, Roma 1949)

Senza sorriso Nella rimase fin dal tempo della sua “Infanzia Tradita”, che si traduce in una sola parola: violenza, perché tale fu la decisione di mandarla in fabbrica. A questa esperienza in fabbrica sono dedicate le sezioni Quaderni della fabbrica e La Jeune fille à l’usine. Quest’ultima raccolta, in particolare, reca significativamente come esergo un detournement dei versi di Paul Eluard (Libertà): “Sui muri della fabbrica LIBERTÀ Io non scrivo il tuo nome”. L’ambiente della fabbrica, nelle poesie, è solcato da sentimenti di sofferenza ma anche di affetto e compartecipazione (che a volte sfociano in ardente passione amorosa) nei confronti delle compagne di lavoro. Il lavoro in fabbrica viene assimilato ad una vera e propria prigionia. L’autrice si concentra soprattutto sulla particolare condizione delle donne all’interno del luogo di lavoro e sulla durezza che quotidianamente devono affrontare. L’immagine della donna da contemplare da lontano, quasi come una icona provenzale, è presente anche in questa raccolta: interessante è la presenza della “ragazza dagli occhi pieni di buio” nella poesia eponima, una figura lacerata da un oscuro, inspiegabile e selvaggio dolore. Altre figure femminili si avvicendano nella raccolta, come Franca (Ricordo di Franca), anch’ella avvolta dalla morte o Rita, “la donna clown”. La fabbrica “è un muro”:

È una prigione la fabbrica

È un inferno la fabbrica

Una punizione

Quando ci entri a quattordici anni.

(in Poesie, p.185)

I suoi genitori furono uniti per “mandarmi alla guerra”, scrive, dove il mondo è “duro e crudele”. Il suo temperamento triste e malinconico nasce da queste prime esperienze da giovanissima.  Bisognerebbe lavorare per vivere, e non per morirne, scriverà un giorno. Mentre il sole tinto di rosa contrasta tristemente con le luci elettriche della fabbrica, Nella, durante la pausa pranzo tira fuori un libro come a scuola e si nasconde per leggerlo, e dopo la pausa pranzo aggrappa i suoi pensieri ai sogni nati dal leggere, trascorrendo così “un’altra giornata infernale”. Alle ore diciotto i reclusi vengono liberati, ma lavorare è una partita persa, il lavoratore avrà da guadagnare solo “la rabbia”. Si canta a squarciagola per passare più velocemente il tempo, ed è inutile chiedere al caporeparto di fermare le macchine per ascoltare il canto delle compagne lavoratrici. Dicono che il rischio di morte sia minimo per le ragazze che lavorano sotto effettivo pericolo di esplosione: dicono sciocchezze. Il caldo è causato dalle bocche di rame che sputano fuoco. Il pericolo di ustione e l’atroce caldo sopportato sono un inferno, una prigione, una punizione. E non servirebbe cambiare le camicie, proprio la pelle bisognerebbe strappare per cancellare il dolore di lavorare nell’officina.  Nella immagina come per aggrapparsi a una speranza che la sua anima passi nel vetro soffiato dalle sue compagne. Alcune di queste operaie sono state amate da Nella, omosessuale. A questo proposito riportiamo una delle sue poesie d’amore:

Tu l’hai amata quella ragazza dagli occhi grandi

Di cui ho scordato il nome ma potrei ancora

Districare uno a uno i fili castani dei suoi capelli

Sfiorare le sue labbra con un dito la sua pelle dorata

Imperlata di sudore. Potrei ancora

Bere quelle perle la mia libertà

Senza intralci. La mia libertà

Selvaggia.

(in Poesie, p. 216)

 

***

Per Nella Nobili, su «La Macchina Sognante», un articolo di Jessy Simonini: http://www.lamacchinasognante.com/dalla-frontiera-nella-nobili-ho-camminato-nel-mondo-con-lanima-aperta-di-jessy-simonini/

Per approfondire la lettura dei testi: http://www.lamacchinasognante.com/lontana-mattende-la-sorella-paziente-3-poesie-di-nella-nobili-a-cura-di-jessy-simonini/

 

© Francesca Clara Fiorentin

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