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#proseritrovate – Marise Ferro, Riflessioni di una scrittrice su recenti polemiche

Per la rubrica #proseritrovate, proponiamo delle narrazioni dell’autrice Marise Ferro uscite su  «Stampa Sera» negli anni Cinquanta e Sessanta. Per questo quarto appuntamento abbiamo scelto un articolo incentrato su argomenti culturali. Nel 1959, infatti, Marise Ferro si poneva il problema del “matriarcato”, dell'”emancipazione femminile” e del ruolo delle donne dopo la “distruzione del focolare” fascista, non lontano nella memoria italiana durante il boom economico. Un articolo che, dieci anni prima del Sessantotto, costruisce piccoli tasselli del pensiero di un’intellettuale come Marise Ferro nel contesto di quel tempo, con riferimenti ad altre culture europee a fare da cartina di tornasole.
Marise Ferro è stata un’autrice, giornalista, saggista e traduttrice; ha pubblicato numerosi romanzi ed è stata vincitrice del Premio Strega nel 1978. Oggi sembra che in molti si siano dimenticati di lei e fare ricerca sui suoi testi è una modalità, cara al nostro gruppo, per valorizzare la sua memoria.

*

L’italiana non è emancipata perché la domina l’idea dell’amore. Ha sempre vicino un uomo (sia il padre, il fratello o il marito) che la respinge costantemente alla sua parte di donna. – Costretta a occuparsi esclusivamente dell’uomo, a vivere per lui, non può governarsi da sola. – Se in Italia vi è una donna di mente virile, essa è circondata, con una timida e spaurita stima, da una incolmabile diffidenza. – La famiglia e le conseguenze della guerra Milano, giugno.

In queste ultime settimane, prendendo spunto dalla possibilità o meno di ammettere per legge la donna alla magistratura, si è molto parlato dell’emancipazione femminile. Confesso che ho seguito certi dibattiti e certe osservazioni con interesse. Sarei una cattiva scrittrice e una pessima giornalista se non seguissi i problemi attuali e appassionanti del giorno. E voglio dire anch’io la mia. Da più parti, del resto, mi si è chiesta se “credo nella emancipazione femminile”; mi si è chiesto anche (devo dire soltanto dalle donne) se mi sento d’essere fautrice del matriarcato. Andrò per ordine e dirò subito che credo all’emancipazione femminile, ma soltanto, per ora, come fatto sociale ed economico. La donna italiana per diverse ragioni non è ancora arrivata alla vera e completa emancipazione. Non tenendo conto della donna del Sud, abituata a forme in certe Provincie ancora ancestrali, consideriamo la donna settentrionale, quella che lavora, quella che abita le grandi città. È davvero emancipata, come lo furono, tanto per fare esempi, Madame de Staël, George Sand, Flora Tristan, Daniel Stern. Come lo sono molte donne moderne, e non di gran nome, francesi, inglesi, americane. Elencare le ragioni per cui noi non siamo ancora veramente emancipate, nonostante ci diamo le arie d’esserlo, sarebbe molto lungo. Delle tante ragioni, dirò la più semplice, quella che salta agli occhi di chiunque abbia una piccola pratica della vita e sia abituato a riflettere: la donna italiana non è emancipata perché ha vicino, costantemente, sia esso padre, fratello, marito, amante, semplicemente amico, un uomo che glielo impedisce. Quest’uomo, sia esso padre, fratello, marito, amante, amico, porta costantemente alla sua parte di donna, di femmina addirittura. Ridotta alla sua parte di donna e di femmina, la donna italiana, almeno finché non è decrepita, è sempre stanca: stanca perché si occupa troppo dell’uomo, stanca perché asseconda troppo il maschio. Insomma, sia come donna di casa, sia come amante, l’italiana deve occuparsi dalla mattina alla sera dell’uomo; occuparsene o facendo i cosiddetti lavori domestici (i meste dicono a Milano), lavando, stirando, correndo a fare compere, o accudendo ai figli o facendo all’amore. In questo ultimo parte è maestra (confrontandola a donne di altri paesi, non a un modello, bene inteso) e soprattutto è grata. Grata perché l’uomo la porta alla gioia amorosa e anche se le dà dolori, anche se la inganna, mostra di occuparsi di lei proprio nella maniera che più le piace. Tutto questo la allontana da quelle forme di vita cosciente, quasi maschile che a poco a poco portano a pensare come gli uomini e quindi alla vera emancipazione morale e spirituale. Portano, insomma, alla capacità di governarsi da sole, di pensare da sole, di vivere da sole. Quante sono, in Italia, le donne capaci di vivere sole? Se si dovesse fare una statistica, il numero sarebbe di pochissime cifre. Il fatto è che la donna italiana è ancora dominata da un pensiero: l’amore; e dire un pensiero è errato, meglio dire un sentimento. Se in Italia vi è una donna di mente virile è un caso rarissimo e incontra intorno a sé, con una timida e spaurita stima, una grande diffidenza. È, questo, uno dei controsensi della nostra vita e della mentalità dei nostri uomini, poiché donne con menti virili sono esistite in tutti i tempi. Certe padrone di casa dure come gendarmi, certe educatrici impietose, certe madri severissime, certe mogli di virtù declamatorie, sono esistite ancora pochi anni fa ed erano le donne che oggi potrebbero benissimo assumere la carica di magistrato, di direttore d’azienda, di chirurgo… La strettissima minoranza, certo. In Italia la donna è ancora legata ai miti, soprattutto a quello della famiglia; ed è civetta, vanitosa, amorosa, sensuale. Le sue emancipazioni sono evidenti, ma sono esteriori e soprattutto sono inevitabili perché, essere eminentemente pratico, ha saputo adeguarsi ai tempi ed ha capito che doveva uscire dai soliti schemi che la legavano unicamente alla casa e all’uomo. Nel tempo del muro ultrasonico, della bomba atomica, degli scandagli celesti, come è ammissibile una donna mite, schiava, amante soltanto della casa, del silenzio, della sua parte di madre e di moglie? Oggi la donna sa che deve essere qualche cosa di più di una madre e di una moglie come si intendeva ancora trenta, quaranta anni fa: deve essere una compagna cosciente, militante, all’occasione forte e combattiva, del marito e dei figli. I tempi l’hanno portata fuori del focolare e non vi tornerà più. Il mito del focolare oggi sarebbe, del resto, un anacronismo, e deleterio. Perché, si voglia ammetterlo o no, il focolare è stato distrutto alle sue radici. La guerra da cui siamo usciti pesti e avviliti, non ha distrutto soltanto materialmente il focolare, lo ha distrutto nella sua sostanza ideale, costringendo la donna ad abbandonarlo per forza, a vederlo scoperchiato, invaso, manomesso, ridotto in macerie, a volte addirittura annullato come se non fosse mai esistito. E l’orrore che ci sovrasta — anche se non ne parliamo, anche se non vogliamo ammetterlo possibile — di un’altra guerra moderna [l’atomica, n.d.r.] è un pensiero che logora sempre di più l’idea, quindi l’ideale, del focolare. Le donne di oggi sanno che la casa dove una volta si sentivano al riparo come in una fortezza, non é più sicura e che la distruzione può avvenire in un attimo, da un punto qualsiasi di quel cielo dove mettevano, soltanto cinquant’anni fa, i loro celestiali pensieri e dove contemplavano, magari per fare pronostici, una lontanissima e inavvicinabile stella. Quindi la donna è costretta ad assumere atteggiamenti emancipati, e dimostrare che non è un essere passivo e complementare, ma una entità umana attiva e capace di affrontare certi problemi pratici, economici e sociali della vita di oggi. La sua emancipazione, per il momento, sta tutta qui. Date queste premesse, posso, come vorrebbero talune, essere una fautrice del matriarcato. II matriarcato, almeno in Italia, mi sembra di là da venire. Siamo ancora ferme a certe abitudini di vita che ci fanno chiedere al marito: che vestito preferisci che indossi prima di uscire, e assurdo mi sembra pretendere di comandare come coloro che comandano da secoli e ne hanno quindi l’abitudine. Difatti si sono create le leggi a loro quasi esclusivo uso e consumo.

© Marise Ferro

Articolo apparso su «Stampa Sera» il 15 giugno 1959.

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