#LeggiMilena #11 | Milena Milani, Il fiorista di via Monviso

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

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Pietro ha aperto la finestra aggiustata da poco. La finestra dà sul tetto, l’abbiamo fatta ingrandire, è diventata bellissima, ha persino il posto per mettere le piante. Di fronte ci sono gli altri tetti, e anch’essi hanno finestre e anche terrazze con le piante. Pietro mi ha guardato e ha detto: «Vai a comperarle».

Io ero felice perché le piante mi piacciono, ma vorrei mettere anche molti fiori. «Adesso è ancora freddo» ha continuato Pietro. «Metteremo piante verdi, tra un mese o due metteremo i fiori».

Abbiamo fatto una lunga discussione sulle piante che potrebbero andare bene per la nostra finestra. Siamo rimasti d’accordo che io sarei andata questo pomeriggio. «Andrò» ho detto io «dal fiorista qui dietro, quello che ha un negozio in via Monviso». Pietro ha detto di sì, che quello o un altro erano lo stesso, ma io ho protestato, ho detto che era meglio andare in via Monviso, è a un passo da casa e poi le piante sono più belle. «Le hai già viste?» ha chiesto Pietro. «Sì» ho mentito. «Sono bellissime». Non so proprio perché ho detto sì, mentre da quel fiorista non sono mai andata. Passando, ho visto solo la targa. «Che tipo di piante sono?» ha continuato Pietro. Io di piante mi intendo poco, ma ho risposto che ne aveva di tutti i tipi, ho fatto anche i nomi. Non so se sono nomi giusti, tuttavia Pietro era ammirato di quanto io dicevo. «Benissimo» ha detto prima di uscire, a stasera le vedremo, queste piante». «Ne compererò di bellissime» gli ho risposto. «Vedrai che sorpresa quando apri la finestra».

Pietro se n’è andato e io ho girato qua e là per la casa. Ogni tanto andavo alla finestra per guardare quante piante ci stanno. Il cielo era grigio e stava piovendo, ma io ero contenta lo stesso. «Prenderanno un po’ d’acqua» dicevo. «Alle piante, l’acqua fa bene». Andavo qua e là e sempre ritornavo alla finestra. Stavo con il viso contro i vetri, che non sono come quelli normali, ma larghissimi, rettangolari, con la parte più lunga in basso. Di fronte c’era un gatto che andava per il tetto, pioveva ma il gatto non dimostrava di accorgersene.

Sono andata a guardare l’orologio. Era presto. «Forse il fiorista apre più tardi» ho detto. Prendevo un libro e lo leggevo, ho letto qualche riga, poi sono ritornata alla finestra, poi ho letto ancóra, mi sono seduta nella poltrona, con le gambe sopra il bracciolo e leggevo tutta rannicchiata. La finestra era alle mie spalle, a voltarmi anche poco vedevo i suoi nuovi vetri grandi, senza tende, perché le tende a me e a Pietro non piacciono. Il libro era noioso, così mi sono addormentata. Non ho dormito molto, ma piuttosto sonnecchiato. Questa stanza era calda, perché abbiamo ancora la stufa accesa, e a stare così in poltrona a leggere mi viene sonno. Pietro mi fa poca compagnia e spesso io sono sola, e da sola non so mai che cosa fare. Ma oggi vado dal fiorista, prenderò le più belle piante che ha, anche se costano care; verrà il ragazzo a portarmele, le metteremo in ascensore, forse la portinaia non vuole, ma le piante non rovinano niente, e stasera Pietro sarà felicissimo di vederle. Accenderemo la luce accanto alla finestra per vederle bene.

Ecco, adesso è ora di uscire. Piove ancora, tutta la città è sotto la pioggia che non accenna a smettere, e le mie piante saranno belle lucide. Sono andata a vestirmi, mi sono guardata allo specchio, mi sono pettinata benissimo, e dato che non debbo camminare molto, invece delle scarpe da pioggia, ne ho messo un paio con i tacchi più alti, sono blu di pelle e camoscio. Fuori è già buio, fa freddo, dal portone all’angolo di via Monviso lo spazio mi sembra allungato. La pioggia batte sul mio impermeabile con il cappuccio, cerco di evitare le pozzanghere con le mie scarpe nuove. Improvvisamente mi viene una grande tristezza, come se fosse notte e vagassi per una città sconosciuta. Pietro mi sembrava lontanissimo, irraggiungibile. Un uomo che viene in senso inverso, mi urta sgarbatamente con il suo ombrello, si allontana senza chiedere scusa. Che malinconia pesante nella città sommersa in questo buio, con le lampade vagamente illuminate.

Via Monviso è davanti a una breve strada con i marciapiedi sconnessi, da una parte le case, dall’altra la segheria e «II fiorista è qui vicino», dico, «l’ho visto tante volte passando». Sono giunta infatti quasi senza sapere come davanti a un cancello; il fiorista è laggiù in basso, bisogna scendere una scal;, adesso mi sto inoltrando con circospezione, perché gli scalini non sono illuminati. Davanti a me c’è una porta a vetri, con la luce dal di dentro. Scorgo due figure, un uomo e una donna, che si affaccendano accanto al banco. Penso: «sceglierò le più belle piante». Quando sono arrivata a metà della scala, ho visto l’uomo e la donna che si sono voltati verso di me; essi non mi vedevano bene, perché io ero in ombra. Sì, certo, essi non potevano vedermi, ora lo ricordo.

Avvertivano che c’era qualcuno, e già potevo, scorgere sui loro visi il sorriso, di compiacenza di fronte a un eventuale cliente. Ma io non sono andata più avanti. Io sono rimasta ferma a metà scala e guardavo affascinata, ricolma di orrore.

Sul banco, per terra, negli scaffali, c’erano fiori e piante, dappertutto fiori e piante. Erano di ogni colore, e il verde delle mie piante desiderate si mescolava a fiori rossi, gialli, celesti; ma fiori e piante erano irrimediabilmente finti, di celluloide, di carta, di non so quale materia plastica che imitava il vero. «Sono finti» dicevo dentro di me, e allora mi sono voltata, inciampavo nei gradini, con le mie stupide scarpe blu di pelle e camoscio, mentre la pioggia riprendeva più forte, cattiva. «Chi c’è? Che cosa vuole?» ha gridato improvvisamente l’uomo, aprendo la porta a vetri, ma io non ho risposto. Ero ormai in via Monviso, mi appoggiavo esausta al muro, proprio vicino al cancello, dove c’è la targa «Bardini fiorista», e chiedevo perdono a Pietro di avere mentito.

© Milena Milani

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Apparso in «Stampa Sera», 29-30 aprile 1954.

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