Rossana Ombres recensisce Anna Maria Ortese e Brianna Carafa

Scavando alla scoperta dei materiali che fanno di un’autrice ciò che è stata in vita, nel suo lavoro si scoprono molto spesso gli articoli che formarono la rassegna stampa legata ai suoi libri. Nel caso di Brianna Carafa, che la casa editrice Cliquot sta ripubblicando in questi anni per intero, come collettivo abbiamo rintracciato un’interessante intervista uscita su «l’Unità» nel 1976 proposta a febbraio 2021 (qui). Ora torniamo indietro, proponendo una doppia recensione di Rossana Ombres a Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese e, appunto, La vita involontaria di Carafa, entrambi usciti nel 1975 rispettivamente per Rizzoli ed Einaudi (il secondo edito da Cliquot nel 2020). Perché ci interessa rileggerla? Fare ricerca, per noi, è ascoltare chi ha parlato, nel tempo, dei testi di cui ci occupiamo; significa ricostruire i tasselli e dare definizione a un’immagine il più reale possibile della scrittrice nel momento in cui stava pubblicando, per tentare così di comprendere le ragioni (al plurale) del suo oblio. Quali ipotesi allora possiamo avanzare, prima di leggere la recensione? Il legame editoriale tra le tre autrici non pare scontato, anzi: Ombres aveva pubblicato per Rizzoli nel 1970 (Principessa Giacinta) e poi per Einaudi nel 1975 (Le belle statuine), senza considerare la poesia per entrambe le case editrici. Esisteva, forse, un fortunato incontro, a distanza o in vicinanza, che gli editori sembravano avere favorito e incoraggiato. In questo intreccio di voci (a quanto pare né Ortese né Carafa scrivevano per i quotidiani) si afferma una specifica pratica di scambio di lettura: una pratica pubblica che, come immaginiamo, è stata il più delle volte affidata alle lettere che le scrittrici e gli scrittori del Novecento si sono scambiati. Questo sostegno è simbolico, per interpretazione, di una fase di esordio in prosa per Brianna Carafa, essendosi lei mossa con i propri racconti solo in rivista fino a quel momento. Chissà se il mentore Italo Calvino fu anche, in questo caso, un interlocutore con Ombres o se i loro rapporti devono essere letti in altro modo. Fare ricerca è avanzare con domande e risposte possibili dentro i percorsi multipli che le scrittrici hanno affrontato. Si ricordi che due su tre di queste voci, poi, sono state (quasi del tutto) dimenticate. (at)

Domenica 26 giugno 2022 l’associazione culturale “Donne in Alba” organizzerà un incontro pubblico dal titolo «Queste nostre parole/ lingue di sole» per parlare del lavoro di Alba de Céspedes, Livia De Stefani, Laudomia Bonanni e Brianna Carafa in cui interverranno Francesco Cenci e Paolo Guazzo della casa editrice Cliquot, Chiara Pini e Alessandra Trevisan de Le Ortique, le scrittrici Maria Lenti e Loredana Magazzeni (Società Italiana delle Letterate). Alle 18.30 presso la Biblioteca comunale Domenico Pantone di Alba Adriatica (TE); modera Valentina Quinto, legge Chiara Laurenzi (qui).

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Adolescenze prigioniere. I romanzi della Ortese e della Carafa 

Una delle più struggenti sensazioni dell’adolescenza è quella di trovarsi prigionieri in un luogo dal quale si guarda trascorrere brani di vita reale e brani di vita irreale così velocemente e ardentemente che diventa impossibile non confonderli. Tanto che figure ed avventure dell’una assomigliano così vivacemente a quelle dell’altra, perdono drammaticità, chiarezza di contorni. È ciò che ci pare tenti di raccontare l’ultimo, scontroso libro di Anna Maria Ortese II porto di Toledo. Un tentativo, impervio, di «trattare» le ansie di un lontano tempo di crescita con un esperto linguaggio sperimentale che vorrebbe aderire a queste sfocate memorie. Processione di personaggi sfumati escono da un quartiere immaginario di una città di mare: fra queste figure, affabulanti e smarrite, rarefatte eppure incombenti come fantasmi, si muove una imprecisa protagonista che vive un’ipotetica storia d’amore e annota puntigliosamente la vita che inventa. Peccato che tanta innegabile qualità poetica si compiaccia troppo di se stessa e per più di cinquecento pagine scelga complicati ma fin troppo ingenui espedienti per dichiarare le sue apparizioni. Forse il destino di questi poetici fantasmi era proprio una composizione poetica, o più poesie: ne è venuto fuori, invece, un ibrido che, se per alcune pagine — ad esempio quelle che riguardano gli incontri della protagonista con un Lemano «forse inesistente» — seduce per certi guizzi di abbagliante candore, ha nell’insieme una andatura svagata e incostante che annoia. Ma Anna Maria Ortese ci ha già dato ottime prove, come l’eccellente libro del ’53 II mare non bagna Napoli o il più recente L’iguana, e se pur questa opera ci lascia perplessi, non s’offusca minimamente la nostra stima per la scrittrice. Un sogno che si converte in una realtà «involontaria» è il romanzo della psicologa Brianna Carafa: il titolo è La vita involontaria. Anche qui c’è un fervido ragazzo: coinvolto gradualmente in un irrisolto processo di maturazione, si sposta in uno strano circolo di coincidenze e di ritorni. Paesi di neve o di gelidi i mari, signorili case vecchiotte, freddi e lucenti contorni: in questo assorto ambiente, vivono personaggi — i mossi con perizia e vivacità descrittiva — da romanzo nordico: la signorina Holbain, con la sua saggia infantilità: di bambina invecchiata nella protezione della sua solitudine, l’arrogante ragazzo suicida Thomas, il professor Schleibacher con la sua cinica avvedutezza. E il «grande, fantasioso, sapiente» Gabriele, e poi qualche sprovveduta ragazza e alcuni fossili parenti. Al centro, il giovane Paolo Pintus impegnato nella presa di possesso della propria personalità, inorridito e sedotto dalla morte, timorosamente attento a ciò che si ripete, alle frasi già udite, alle persone che «somigliavano ad altre, già viste»: ora iroso, ora perplesso. Affascinato dalla follia, Pintus sarà succubo di una professione (ma un succubo dai risvegli feroci, riluttanti) che gli ha mostrato già tutte le sue inquietanti ambiguità. Psichiatra, finirà per andare a dirigere proprio la misteriosa e perfino mitica casa dei pazzi che fu probabilmente l’incubo ma certamente anche il cupo, fantasticato rifugio, della sua infanzia. 

Rossana Ombres su «La Stampa», 10 ottobre 1975, p. 12.

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A Brianna Carafa abbiamo dedicato un post collettivo sulle Poesie con testi di Chiara Pini e Alessandra Trevisan: https://leortique.wordpress.com/2021/02/03/la-poesia-di-brianna-carafa/

A proposito di Rossana Ombres rimandiamo ai post di Jessy Simonini https://leortique.wordpress.com/2021/05/25/rossana-ombres-principessa-giacinta-lo-scardinamento-del-romanzo/ e di Anna Franceschini https://leortique.wordpress.com/2021/05/28/il-modo-di-sognare-somiglia-al-sogno-su-lipotesi-di-agar-di-rossana-ombres/

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