#LeggiMilena #10 | Milena Milani, Tempo veneziano

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

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È spaventoso mettersi a un tavolo per scrivere, e lasciare che il tempo passi senza poter fare niente.

Ogni tanto volto la testa a guardare una vecchia sveglia che ormai funziona malissimo, io mi ostino a caricarla, anche se le lancette vanno per proprio conto; la sveglia ha un battito robusto, un rumore preciso e vivo in questo silenzio. Sono sola da una settimana in una casa deserta. Rabbrividisco di freddo e di solitudine, senza fare nulla per liberarmi.

Quando arrivai, le prime ore trascorsero veloci e ansiose, spinta com’ero dal desiderio di vedere tutto in ordine; e mi gettai a cancellare ogni minima traccia di polvere: ne avevo un orrore fisico, preciso, e definibile. Le mie mani ne portarono le tracce a lungo, la pelle si inaridì, continuamente dovevo adoperare creme emollienti. Ora che tutto è a posto, ora che questa casa, dopo un’assenza di mesi, è resa di nuovo abitabile, i mobili splendono, gli specchi non hanno ombra, e i vetri delle finestre riflettono la luce di questo cielo, io mi aggiro per le sue stanze in un’irrequietezza che non trova pace.

Trascorro lungo tempo alla finestra sul Canale, osservo la gente che va e viene sulle Fondamenta, che passa il ponte, che sale in gondola. Qui sotto c’è un movimento continuo di vaporini e di motoscafi, acutamente le strida giungono sino a me, e in qualche attimo l’urlo della sirena prima che il vaporino si mette in moto, è come un grido umano, di un essere che chiede aiuto.

Venezia in inverno, con le giornate a volte piene di sole, a volte grigie di nebbia, e che improvvisamente al tramonto diventano gelide, è una città che riesce a sgomentarmi. Da una settimana mi ha tolto la capacità di concretare sulla carta i pensieri che si affollano nella mia mente. Pure, io venni qui con il preciso intento di stare sola, di lavorare, di non veder amici, di non avere distrazioni. Ogni giorno mi costrinsi al tavolo, ogni giorno rilessi le pagine scritte e interrotte, cercai di ritrovare un’atmosfera, di continuare un discorso, e sempre una impossibilità quasi tangibile, fece sì che io mi alzassi, oppure che rimanessi a contemplare me stessa senza forza.

Le idee, nel cervello, prendevano forma, le frasi si allineavano come sulla carta, ma giunta al momento di riempire quei fogli bianchi che stavano davanti a me, sentivo una nausea salirmi alle labbra, una sensazione di soffocamento; letteralmente l’aria mi mancava. Con che gioia allora correvo alla finestra, con quale ansia riposavo i miei occhi sull’acqua, o sul cielo, o sulle cupole che scorgevo qua e là tra i tetti.

«Venezia – dicevo a me stessa – vale bene una pagina e mille pagine di romanzo».

Succede a volte che una città, un solo nome di città apra nel petto un’oasi dove rifugiare noi stessi, così che ci ripieghiamo, o meglio, come uccelli che nascondono il capo sotto l’ala, anche noi nascondiamo le sensazioni che rendono dolce un attimo della vita. Venezia può rappresentare questa tregua nella vita di un essere umano: qualcosa come una pausa. Si è sospesi, si cerca un equilibrio che non si trova più. Le giornate conosciute sino a ieri sono mutate: tutto è diventato nuovo.

Per me, a ogni ritorno da queste parti, capita la stessa cosa; devo riabituarmi a considerare Venezia come una realtà positiva. Non riesco a persuadermene immediatamente, ci vuole tempo, a ogni istante ho bisogno di guardarla. È per questo che non posso stare a un tavolo, ferma in una stanza, immobile su una sedia, davanti a una pagina da scrivere.

Quante cose succedono nello spazio davanti alla finestra, sin dove arrivano i miei occhi! Laggiù l’acqua si scagliò ai lati di un motoscafo e ricadde luminosa, iridescente: il sole l’attraversava in quell’attimo. Era un sole freddo, invernale, i suoi raggi erano taglienti come lame, un po’ obliqui, crudeli. Nel cielo terso e gelido fumavano i camini di un grande palazzo oltre il Canale, il fumo era appena grigio, a volte quasi bianco.

Un gondoliere traghettava la gente sulla sua barca stretta, non era una gondola, era un sandalo. Stavano tutti in piedi, in pericoloso equilibrio. C’erano due ragazzi con berretti rossi, identici, forse fratelli. Sull’acqua galleggiava una scatola di cartone e verso la Fondamenta, accanto alla trattoria, anche molta verdura. Le donne di cucina avevano trovato più spiccio gettare in laguna, invece che aspettare lo spazzino.

A tratti qualche colombo volava davanti alla finestra. Aprii per gettare una manciata di riso, e come a un segnale ne arrivarono molti. Sembravano più grossi del solito, ma era il freddo che li costringeva a gonfiare le piume. Cautamente si avvicinò un gatto, era bianco e rosso, e strisciava ventre a terra. I colombi non dimostrarono paura, beccarono il riso sino all’ultimo granello, poi pigramente, senza fretta, si levarono a volo. Io risi per la delusione del gatto.

Tutto questo (immagini che passano e ritornano) succede più volte in una giornata, e sempre c’è del nuovo da vedere, perché ogni cosa a Venezia non si ripete. L’acqua non è la stessa, il cielo muta, i palazzi cambiano colore, e la gente, l’aria sono differenti da un minuto all’altro.

Nella mia casa che ho ripreso ad abitare, trascorro ore e giorni in cui mi esaurisco senza conclusioni, i pensieri vanno via attraverso i vetri, si riflettono nel cielo, sul tavolo ci sono i fogli bianchi. Ogni tanto in questo disincanto silenzioso, la sveglia fa sentire il suo rumore: le ore che le lancette indicano sono completamente sbagliate, di mattina è sera, di sera è notte, ma in fondo tutto è relativo. Qualcuno ha detto che il tempo è una convenzione, posso quindi sprecarlo senza pentimenti.

© Milena Milani

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Apparso in «Stampa Sera», 26-27 marzo 1958.

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