#LeggiMilena #9 | Milena Milani, “A Venezia, la luna”

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

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Alle tre di notte, se non si può dormire, che cosa si deve fare? Ci si alza e si gira per le stanze.

È una notte di luna piena e, anche se non accendo la luce, ci vedo benissimo. Questa è una casa con tutte le finestre senza imposte esterne, ci sono soltanto i doppi vetri, in camera da letto ho messo carta blu con le puntine, come al tempo di guerra, con l’oscuramento. Ma nelle altre stanze lascio che il sole entri liberamente, bene inteso quando il sole c’è.

Per ora, in questo mese, da quando sono ritornata a Venezia, il sole c’è sempre. È un ottobre insperato, in cui sembra continuare l’estate. Di mattina presto, dubito un po’, c’è foschia nell’aria, ho timore che il sole non ce la faccia a venir fuori, poi verso le undici, verso mezzogiorno, il cielo si rischiara, improvvisamente diventa azzurro, sempre di più, sinché spalancando i vetri sento il calore del sole sulla pelle, addirittura che brucia.

Dalle finestre vedo il campanile di San Marco e le cupole della Basilica che risplendono come fossero d’oro, sul campanile scorgo la gente che è salita sin lassù per godersi lo spettacolo di questa città distesa tra le acque. La mia nuova casa è in posizione privilegiata, a un passo dalla piazza, e poi oltre tutto è in alto, senza abitazioni di fronte, soltanto tetti più bassi, su cui passeggiano i gatti.

A Venezia ho cambiato casa più volte, se le conto devono essere sette, e sempre c’è stato un traffico spaventoso, i traslochi sono una avventura da queste parti. L’ultima volta, quando imbarcammo tutte le nostre cose per venire sin qui (abitavamo allora a Santa Chiara, sul Canal Grande, una casa che ora hanno demolita), ricordo che con mia madre quasi ci veniva da piangere, mentre in un mattino livido e nebbioso di novembre, guardavamo la barca carica di mobili che si allontanava sul Canale.

C’erano due ragazzi che la conducevano e, per le scale, portando giù la roba, avevano mandato in frantumi la grossa stufa di terracotta che ci scaldava in inverno, mentre cassettoni e tavoli avevano preso colpi terribili, senza contare una valigia carica di libri che si era sfasciata. Ora quei mobili che viaggiavano sull’acqua, mi facevano una pena enorme, e il lungo tragitto che dovevano compiere mi sembrava che sarebbe stato eterno.

Sarebbe pazzesco raccontare le successive avventure per portare ogni cosa sin quassù, ricordo che mi venne la febbre, e anche mia madre non stava meglio; così ci mettemmo a letto appena i ragazzi se ne furono andati e nella casa nuova c’era un caos.

Nei giorni successivi, ci buttammo ai lavori manuali, come io di solito li chiamo, e devo dire che provavo un gusto speciale nel mettere in ordine, nel lucidare, nell’aggiustare le nostre cose per le stanze. È un gusto non paragonabile ad altro, e non vale nessuna pagina scritta. È veramente il piacere di creare intorno a noi un ambiente che rispecchia noi stessi, i nostri gusti, i nostri bisogni. Era bellissimo mettere a posto un mobile, una lampada, uno scaffale, e poi cambiare ogni cosa, sostituendo altre cose alle prime, provando e riprovando.

Finalmente tutto è stato sistemato, ora è passato già del tempo, giorni e mesi vanno via, e la nuova casa sta diventando vecchia. Voglio dire che diventa vecchia perché la mia irrequietezza la fa diventare tale, non perché invecchi veramente. È bianca, chiara, fresca, sempre piena di luce.

Ora che è notte e c’è un grande silenzio (ho sentito suonare le tre, da vari campanili nei dintorni), sto a guardare la luna.

È quasi completamente rotonda, sta immobile, come sospesa. Una stella lucente è un po’ più in basso, non so davvero che stella sia, l’astronomia è una scienza che mi ha sempre sgomentato. Venezia sta dormendo, i colombi e i gatti sono scomparsi, non vedo nessuna finestra con la luce accesa.

Forse c’è qualcuno come me che guarda la luna stando al buio? Sarei curiosa di saperlo.

La luna è come una sfinge che mi prende in giro, la sua luce è così irreale, mi guardo le braccia, le mani che hanno un colore spettrale, non sembrano appartenere al mio corpo, avere sangue che circola. Anche il mio viso, avrà lo stesso colore, la stessa intonazione tragica e immateriale.

Immagino la bocca un po’ livida, gli occhi, i capelli immersi in questo chiarore sovrumano, persino pauroso. La luna mi impedisce di dormire, sentivo la sua presenza anche nella mia stanza con la carta blu ai vetri. Per questo mi sono alzata e non ho sonno.

Starò alla finestra sinché la luna resterà nel cielo: non posso allontanarmi. La vedrò scomparire inafferrabile ed enigmatica, e non potrò raggiungerla.

© Milena Milani

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Apparso in «Stampa Sera», 31 ottobre-1 novembre 1956.

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