“Preludio” di Livia Signorini. Le prime poesie di Livia De Stefani

Lontananza 

La meta era sempre il sentiero
sassoso, che andava il salita
incontro al pino. Ricordi?
Intrecciavo alle tue, le mie dita,
ai tuoi sogni il mio sogno e i pensieri.

Guardinghi e silenti eravamo
lasciando i compagni ai lor giochi;
e cauti, imboccando il sentiero
quasi fosse a noi nuovo. Eran fiochi
ad un tratto i richiami degli altri.

Ricordi? Udivamo soltanto
il breve crocchiare dei sassi
di sotto alle suole concordi.
Alla curva, attutivano i passi
l'erbe folte stellate di fiori.

La strada era lunga; a ogni svolta
il pino sorgeva, stagliato
nel vasto incurvarsi del cielo.
Era come uno spillo, appuntato
per saldare alla terra quel cielo.

Rivedo l'immagine bella,
così come allora — e non oso
pensare che il pino su, in cima,
etra solo un rilievo scaglioso
contro il bianco orizzonte lontano.

Rivedo il tuo volto — e non voglio
pensarti silente, distante.
Non era il tuo amore, uno spillo
che univa il mio cuore anelante,
al vasto incurvarsi del cielo?


Pane

Le larghe ceste son disposte in fila
sulla coperta grigia che ha scaldato
il pane bianco, mentre lievitava.
Le ceste son di vimini intrecciato

e sembrano votive urne, in attesa
del lume che darà loro la vita.
Il forno oscuro è stato acceso. Corre
lungo le sue pareti alta e ardita

la fiammata veloce, divorando
i fasci dei sarmenti. L'uomo attento
col lungo ferro rivolta la brace
e rinnova la fiamma. Un violento

riverbero danzante, tutto arrossa
il suo volto proteso e lo lumeggia
di vulcanica forza. Ed ecco infine
la volta di mattoni ora biancheggia

arroventata ad arte — ed è il segnale
per informare il pane. Ad una ad una
le forme chiare vengono disposte
con lesta mossa nella bocca bruna,

accompagnate dal silenzioso
amor di chi le fece e di chi attende.
Ora l'uomo richiude il forno e cura
di saldare il coperchio che difende

il calore fecondo, trasformante 
acqua e farina del buon pane nostro.
L'attesa si prolunga; il ferro arcuato
fruga ogni tanto il forno col suo rostro.

E infine si diffonde una fragranza
che ha già sapore, che s'insinua amica
fra i nostri denti, fra i ricordi nostri
e dice: Sono il premio della fatica.

Le ceste si ricolman tutte quante
del pane caldo. E sono urne votive
fatte belle dal lume che s'è acceso
dentro di loro e che le ha rese vive.

Quando nel 1940 Livia Signorini pubblicò il suo primo libro di poesie e l’unico firmato con il cognome del marito (probabilmente una sua scelta, ma su questo ritorneremo), l’editore che la sostenne fu Ciuni di Palermo, un editore che allora si stava occupando di pubblicare libri di storia oppure legati al folklore siciliano. In pieno fascismo Livia De Stefani usciva con un volume di poesia, le sue “prime prove” poetiche, in cui sperimentava come scelta di genere letterario, appunto, la poesia. Non fu la sola autrice a farlo, come già sostenuto qui, in un quadro di ricerca che dura da qualche anno, per me, sulla scorta di quanto evidenziato per Goliarda Sapienza. Per ritrovare le prime poesie di Livia De Stefani, allora, riapro Preludio, acquistato d’impulso diversi anni fa nel circuito dei libri usati, lasciato per lungo tempo sullo scaffale insieme ad altri libri, fino a quando il confronto con i testi di Poesie in diesis pubblicate nel volume Cliquot Viaggio di una sconosciuta (2018) è diventato un entusiasmante primo movimento del nostro gruppo alla scoperta delle autrici dimenticate. Perché Livia Signorini conosceva il proprio potenziale non solo poetico e aveva desiderato da sempre diventare una scrittrice, già prima di arrivare a La vigna di uve nere per Mondadori, nel 1953, come ha più volte ricordato la critica, Giulia Caminito e Clelia Lombardo di Ortique. Preludio riunisce dei testi che hanno, forse, alcune ingenuità stilistiche eppure alcuni versi danno già verifica di una consapevolezza e ci introducono al privato dell’io poetico, ci fanno entrare in uno spazio lirico senza mediazioni, in una storia: se pensiamo alla pratica del fare il pane, così importante per la nostra storia culturale, ci troviamo immersi in uno spazio intimo eppure pubblico, certamente reso sacro — come la storia anche religiosa di molte culture vicine e lontane ci insegna. Ciò che più interessa chi riconosce nella lirica una forma privilegiata di dialogo con l’autrice vuole restare al suo fianco e lei sa di prendere per mano lettrici e lettori, far loro scrutare da un punto di vista interno la sua scrittura. Chissà se poi, in un momento secondo, Livia De Stefani si fosse sottratta dall’idea di rivedere queste poesie ripubblicate insieme a molte altre da lei scritte poi, negli anni Cinquanta e Sessanta, più mature rispetto alle prove giovanili. Certo è che poter scoprire come lo stile di un’autrice evolva nel tempo e come si misuri con esso è un’operazione interessante, per chi studia e indaga e per chi ama la sua opera.

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