Giorgia Stecher a due voci

di Anna Maria Bonfiglio e Clelia Lombardo

Di Giorgia Stecher, di questa poeta dal cognome straniero ma nata e vissuta a Messina, poco rimane nella memoria collettiva. Una dimenticata. Io l’ho conosciuta in modo fuggevole, l’ho incontrata in pochissime occasioni ed ero ancora troppo giovane. Seguivo le grandi, allora, non solo d’età, leggevo e frequentavo i reading poetici. Ma il ricordo di lei c’è e nel cercare di riportare alla luce la sua opera ho chiesto ad Anna Maria Bonfiglio che l’ha, certamente più di me, frequentata, di delinearne un profilo. Ne è nato così un dialogo, fra Anna e me, nel desiderio comune di ricostruire, almeno in parte, il percorso umano e poetico di questa artista.

[Clelia] «Anna» chiedo, «cosa ricordi di Giorgia?»

[Anna] «L’ho conosciuta nell’ultimo scorcio del Novecento per mezzo dell’amico comune Carmelo Pirrera, scrittore e editore di una piccola casa editrice di nicchia, Il Vertice, per la quale entrambe avevamo pubblicato. Sin dal primo incontro, fisico e dialettico, provai per lei stima e simpatia, Giorgia era schietta e semplice, arguta e spontanea, graffiante e autoironica, come del resto si evince da tutta la sua produzione poetica, e fra di noi fu subito intesa. La sua poesia e il suo approccio con l’ambito culturale al quale entrambe aderivamo erano affini al mio sentire e volli presentarla ufficialmente al pubblico palermitano in un incontro presso l’associazione culturale ASA che in quel momento presiedevo. Fu un felice momento, la sua opera venne presentata da Emanuele Schembari, poeta e critico, e dalla giornalista Marianna Bartoccelli, e Giorgia riscosse un successo personale. Da quel momento si instaurò fra noi un rapporto amicale, seppure a distanza, essendo lei residente a Messina, fatto di condivisione di intenti. Ci rivedemmo in occasione dell’uscita del suo Album, una raccolta di ritratti in poesia pubblicata dall’amico comune Carmelo Pirrera, di cui Giorgia mi regalò una copia con dedica autografa. Il nostro fu un incontro che serbo ancora nel cuore, interrotto purtroppo dalla sua malattia, di cui seppi troppo tardi, e dalla sua scomparsa.

A Giorgia Stecher non mancarono consensi e apprezzamenti da parte di scrittori, critici e intellettuali, cito per tutti il poeta Dario Bellezza, che scrisse la prefazione alla sua raccolta Quale Nobel Bettina. Bellezza parlò in quello scritto di poesia “né femminile né femminista”, ricordando probabilmente gli esordi della poetessa nell’area del femminismo. In realtà il concetto di femminismo che possiamo riconoscere nella poesia stecheriana è quello della rabbia per una condizione di femminilità tenuta sotto il vetro delle convenzioni e dell’ottuso perbenismo. La poetica di Giorgia Stecher e il suo stile includono un “quotidiano” che non ha niente di retorico né di patetico, ma si definiscono in un quadro di memoria ironica e talvolta corrosiva, in un dettato moderno e tuttavia rispettoso del canone metrico, essenzialmente endecasillabico, che gli conferisce armonia e suggestione emotiva. Poesia che prende alla gola come un’emozione troppo forte, che è vita anche nella negazione, soffio dell’anima e grido della materia».

Presentazione (1987) del libro di Giorgia “Quale Nobel Bettina”. Da sinistra: Emanuele Schembari, Giorgia Stecher, Carmelo Pirrera, Anna Maria Bonfiglio, Marianna Bartoccelli.

[Clelia] «Le notizie biografiche su di lei» insisto, «non sono ricche di particolari».

[Anna] «È nata nel 1941 (a volte si trova altra data) a Messina, in una famiglia di origine svizzera essendo il nonno paterno, Franz Stecher, uno zurighese trapiantato in Sicilia. Nella città peloritana ha lavorato a lungo nel settore dell’intervento sociale per le periferie urbane, con un interesse particolare per la condizione femminile, e in seguito in un ente per l’edilizia pubblica, infine nel sindacato.

Ha collaborato con il quotidiano La Gazzetta del sud e con molte altre riviste di taglio letterario.»

[Clelia] «Comunque ha scritto e pubblicato, vogliamo ricordare i suoi lavori?»

[Anna] «Suoi scritti furono inclusi in numerose antologie fra cui La Spiga (Firenze, 1977), Poesia Femminista Italiana (Savelli, 1978), Effe (1978), Rosa senza ragioni (Il Vertice, 1986) e sulle riviste Cronorama, Sintesi, Controvento, Prometeo.

Nel 1978 pubblica a Firenze la raccolta Dialoghi e soliloqui (Città di Vita 1978), cui fanno seguito Qualcosa di sbagliato (Il Vertice 1981), e per la stessa casa editrice Non la terra (1983), Quale Nobel Bettina (1986), inserito poi nel volume collettaneo Gli eredi del sole, Fotograffiti (serie Minerva 1989), Album (1991); nel 1996 esce postumo Altre foto per album, curato da Giorgio Linguaglossa con il quale nel 1995 aveva firmato, assieme a Dante Maffìa, Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna, il Manifesto della Nuova Poesia Metafisica».

[Clelia] «Ho cercato tra i miei libri» dico ad Anna Maria, «e oltre a un paio di volumi da te citati, ho trovato un preziosissimo pieghevole della serie Minerva, Sirene, Il Vertice, del 1991».

In quegli anni Carmelo Pirrera pubblicava Issimo, rivista di poesia e prose brevi, e raccolte poetiche in pieghevoli, accompagnati da disegni in bianco e nero.

In Sirene, compaiono sei poesie in cui il vivere, di ogni giorno e di ogni notte, è intessuto di un sentire sottopelle. Un mistero che ci accompagna e si tramuta in scelte, in indecifrabili passaggi interiori. L’essere quel che si è, senza riuscire a capire fino in fondo le ragioni che ci animano. C’è il Sud come condizione esistenziale e le tante persone che lo abitano.

Messinesi

Abbiamo il mare negli occhi

e il sibilo del vento nelle orecchie

sorde ad altro richiamo. Il sole

ci addormenta nel meriggio

                                          e non ci sono

facili risvegli se non per quelli

che se ne sono andati e che

                                       ad ogni ritorno

si danno molta pena d’informarsi

dello stadio del sonno e della lissa.

Il conflitto tra l’andare e il restare, lo strappo dell’animo che non si placa è stato tema ricorrente nel sentire e quindi nella poesia di Giorgia Stecher. È dominante nella raccolta, già citata, Non la terra, silloge dedicata a Bartolo Cattafi e Alfonso Gatto, così come l’autrice dichiara in apertura del volume …due indimenticabili maestri e amici con i quali condivido il tormento/ amore per il sud…

Nei versi la Terra è e non è. Una dimensione, un aprirsi a nuove prospettive e richiudersi subito dopo. La Terra che è luogo della speranza di fuga e mantenimento di un punto di vista, … quella montagna verde oltre lo stretto/ eterna meta/ a cui mi piace tendere le braccia. Un riconoscersi nell’essere in tensione verso qualcosa che appare e scompare, la condizione del desiderio inesausto.

È Messina, città natale, che abbaglia e stordisce, che forse promette uno stato di torpore che lenisce i dolori.

Messina

Se tu fossi nato qui

al riverbero di questo mare turchino

che lo scirocco perennemente increspa

con infaticabile respiro

forse capiresti questa nostra

mania di vivere sul bagnasciuga

tra l’azione l’incuria

e la forte propensione allo sbadiglio.

Altrove dove la tramontana

sferza il viso ai passanti

e le brume diffondono

provvidenziali grigiori

si va di fretta per procacciare

colori alla giornata

ma qui nell’abbaglio del sole

l’unica tentazione è nel dormire

come gatti al calore

gli artigli sono solo per l’incauto

che osi turbare il sonno.

La Terra è una condizione di mezzo che comprende entrambe le sponde del tempo, un tempo interiore che dilania, che mantiene il prima e il dopo.

Tornando da Parigi

Eppure ci fu un tempo in cui

ho amato le valigie il miniconfort

dei vagoni letto i filari di vigne

visti dal treno gli incontri

casuali le stazioni. Ci fu un tempo

in cui ho sognato binari strade

senza ritorno ali di jet che mi

catapultassero lontano.

Chi l’avrebbe mai detto che poi

arrivasse un giorno in cui partendo

io non chiedessi che di ritornare

perché il partire più ambito non è

per altri luoghi ma è il partire

da sé dai propri spettri.

Dopo la lettura di quest’ultima poesia prendo una pausa, la questione dell’andare e del ritornare, così come quella relativa al tempo e alle conseguenti considerazioni esistenziali, impongono il silenzio, una elaborazione lenta. Poi, chiedo ad Anna:

[Clelia] «Ma se volessimo raccogliere delle indicazioni sulla intera poetica di Giorgia Stecher cosa potremmo considerare?»

[Anna] «L’opera poetica di questa autrice volge in tre direzioni: la prima è quella dei suoi inizi, nella quale è presente l’impegno per la comunità sociale e per la condizione della donna nel campo del lavoro»

i padroni del tempo

hanno mani giganti

per ghermirti le ore

che sarebbero tue

se non ti fossi lasciata incastrare

dai truffaldini contratti

E si inceneriscono i giorni

nelle incombenze inutili

mentre fuori l’estate ritorna

a te sempre più estranea

(Pubblicata sulla rivista femminista Effe)

[Anna] «La seconda è quella che supera l’istanza sociale e si attesta sul registro dell’introspezione e sull’osservazione ironica della realtà personale e sociale»

Il vestito stirato

i capelli laccati

la borsetta

nessuno sospetta

cosa corrode il fondale

l’ira che sale sale

e se trabocca

tutta scompiglierà

la messa in scena

(da Quale Nobel Bettina)

[Anna] «In terza istanza sta la poesia che fa della Stecher una delle poetesse del postmodernismo più compiuto. Oltrepassata la soglia della sperimentazione modernista degli anni ’70, aderente alla istanza femminista, e riconciliata dalla parificazione con il corrispettivo maschile, la poesia stecheriana scavalca sia l’etichetta di poesia “al femminile” sia quella di opera engagée e si appropria di una cifra personale “classica” nella struttura formale e “moderna” nel dettato linguistico.»

[Clelia] «Se dovessimo scegliere una raccolta per approfondire l’analisi sulla poetica di Giorgia Stecher, quale sceglieresti? Tu, Anna, quale prediligi?»

[Anna] «In tutta la produzione, da Non è la terra alla postuma Altre foto per album, quella che segna l’apice del suo percorso poetico è, a mio avviso, Quale Nobel Bettina, pubblicata a Palermo nel 1986. Nella prefazione che l’accompagna Dario Bellezza definisce Giorgia Stecher “un nome sicuro della nostra poesia al femminile (…) Un’anima romantica che si esprime in un tessuto linguistico moderno e aggiornato che sul ceppo gozzaniano innesta la lezione di Montale.” Di poesia “femminile” si parlava allora riferendosi a un modo sentimentalistico di scrivere e confinando il mondo delle autrici in una sfera di intimismo e di emozionalità; mentre alla poesia definita “femminista” si attribuiva un valore di rabbia e di rivendicazione. La poesia di Stecher, pur avendo aderito marginalmente ai due canoni sopracitati, non appartiene del tutto a nessuna delle due categorie.

Quale Nobel Bettina è un testo strutturato in cinque parti. Nella prima, Qualcosa di sbagliato, emerge il racconto di un mondo personale che, abbandonate le fantasie giovanili, si àncora a una realtà spoglia di ogni smaniosa ambizione, tesa piuttosto a una visione lucida e disincantata della vita. Nella seconda sezione, Donne, viene messa a fuoco la condizione di una femminilità soffocata dalle convenzioni dalla quale scaturisce la rabbia e un’ironia amara per avere perso il tempo giovane nell’obbedienza a comandamenti codini. Al centro delle cinque sezioni sta il poemetto Dalle nebbie, un prezioso interludio costituito da un incontro con qualcuno che avrebbe potuto significare qualcosa d’importante ma che si è esaurito ancor prima di essere vissuto completamente: una pagina poetica che oggi, a una lettura a posteriori, ci permette di scorgere in filigrana i presagi del male che avrebbe stroncato Giorgia. Il testo si apre con una visita medica, Der professor si presenta alla paziente con il piglio burbero del serio professionista, ma i versi suggeriscono che ci sia dell’altro. E tutti i frammenti che seguono sono in metafora il racconto di una storia sentimentale dentro la quale serpeggia la luce malinconica di un vicino tramonto. “Voglio essere viva sulle ali/ del mondo ora che il tramonto/ si attarda nella piega dell’occhio/ che la gola s’increspa nel riflesso/ sfrontato dello specchio (…)”.

Nelle ultime due parti del libro, Chissà chi muove i fili e Cadono le lesene, la malinconia di un’età che non è più giovinezza e non è ancora vecchiaia si misura con una condizione temporale priva di illusorie vanità. Quello che fa di Giorgia Stecher un modello di poeta nella raggiunta maturità di stile è la cifra originale della sua scrittura. Nella libera composizione dei versi non vi è mai sbavatura, la discorsività dei testi non abbandona mai il ritmo musicale sostenuto dalla metrica quasi perfetta e, segno distintivo e inconfondibile, tutto è retto da una gradevole e controllata autoironia».

[Clelia] «Anche la raccolta Album richiama la predilezione di Giorgia nel disegnare relazioni e affetti».

[Anna] «La raccolta Album del 1991, poi rieditata con l’inserimento di nuove poesie nel 1997 dalle edizioni. Lo scettro del re, è un nostalgico reportage sulle figure parentali e amicali dell’autrice attraverso il quale rivive il mondo che l’ha circondata e nel quale ha vissuto in presenza e in memoria di chi l’ha preceduta. Dai testi contenuti nel volumetto, modulati su tonalità di malinconica ironia ed espressi secondo un perfetto ordine metrico, viene fuori un sottotesto che ci consegna alcuni elementi di un’autobiografia intima: la ribellione della madre (Da un’altra/ gabbia poi fuggisti e fu/ una gara tra galline e galli/ per gridare allo scandalo inaudito) e la stessa reazione del soggetto narrante al cospetto della foto di colui che aveva amato e da cui si era staccata (Non avertela a male se non ho/ neanche il tempo di guardarti/ Eufemio dalle belle mani a me allacciato/ la tua presenza…è diventata eterea…aleggia sopra gli arredi…fa capolino dall’ammicco di questi nostri figli/ inconsapevoli). Due figure maschili, padre e compagno, che risultano assenti e mancanti alla donna Stecher, se in un’altra poesia leggiamo:

Se un giorno mi diranno che lassù
nel paese dove ti sei rintanato
tra grovigli di case e andirivieni
di barche ci hai lasciato le penne
in tardivo trapasso
sarà forse uno spasso
guardare la mia faccia indifferente.
Questo succede quando ci sono assenze
che non lasciano vuoti perché
non alternate da presenze. Della
presenza tua (si fa per dire)
si accorse solo mia madre e qualche
fantasma ormai fuori servizio. Se
una scintilla di noi sopravvivesse
a te stesso soltanto mancheresti
assente come sempre ad ogni appello.

da Poesie sparse(non raccolte in volume)

[Anna] «Appare verosimile che la poesia si riferisca a un padre distante la cui assenza è assoluta, mai interrotta nel tempo, in conseguenza della quale la sua definitiva scomparsa dal mondo sarebbe passata inosservata. L’autrice adotta un tono sarcastico, impietoso nell’espressione “sarà uno spasso guardare la mia faccia indifferente” ma attenuato dalla motivazione “questo succede quando ci sono assenze non alternate da presenze”. Sempre nei testi di Stecher ritroveremo il suo sguardo disincantato e il verso ironico dal retrogusto amaro, elementi che connotano la sua cifra stilistica, unica e riconoscibile.

Giorgia Stecher muore il 24 aprile del 1996. Aggredita da un male incurabile, dopo vani tentativi di vincere la malattia, si ritira in un ospedale di Trento, presso cui si recava per le cure, dove finisce i suoi giorni».   

Frammento VI

…ma certo che verrei nella tua casa

con gran fruscio di ali

pietra levigata alla facciata

torre chiare nel bianco del divano

trave lucente specchio ed abbaino

per guardare la luna.

La storia di barbablù

che mi racconti

mi rasenta le labbra

nel sorriso.

La morte che mi prometti

è un bel regalo

impacchettato in carta di stagnola

Frammento VII

Voglio essere viva sulle ali

del mondo ora che il tramonto

si attarda nella piega dell’occhio

che la gola s’increspa nel riflesso

sfrontato dello specchio

e giovani valkirie già a migliaia

solcano il globo con piede trionfante.

Posso essere viva ora nella luce

ammiccante della luna solo se tu

i pensieri sincronizzi sopra

l’onda dei miei e affidi la tua voce

al forte vento che fa tinnire

i vetri della casa.

(da Quale Nobel Bettina)

Tramonti

Come s’imbruna il dorato riverbero
del mondo e come le campane smettono di suonare!
Il tramonto comincia
con questo inabissarsi delle luci
con queste piccole porte che si chiudono
tante le mani che già si ritraggono
lasciando segni nell’aria del loro
breve cenno di saluto e se appena
ti volti più non li vedi i visi
i luoghi le sagome le orme…

(da La musa dentro, Blu di Prussia Ed., 1993)

© Clelia Lombardo e Anna Maria Bonfiglio

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