«Donne scrittrici, grandi e ignorate» di Milena Milani

su «La Stampa», 21 ottobre 1985

Fu Nobel Grazia Deledda, forse lo sarà la Gordimer, certo lo meriterebbe anche la Bellonci

E le donne? Le hanno ignorate, non le hanno prese in considerazione. Non hanno ritenuto di dover dare eredi a Grazia Deledda, che fu Nobel letterario nel 1926.
Eppure scrittrici importanti ce ne sono ovunque, che danno del filo da torcere ai colleghi maschi, ma i giudici del premio Nobel hanno agito più o meno come la maggior parte degli uomini del nostro pianeta. Le donne sono una realtà di cui anch’essi parlano con il contagocce, minimizzandone l’apporto culturale, l’estro e la fantasia.
Sì, ogni tanto, anche a queste donne viene assegnato il premio Nobel della Letteratura, ma per il 1985 si è pensato al francese Claude Simon, anche se è astruso, anche se i suoi lettori non sono numerosi. Eppure, In Francia, almeno due scrittrici avrebbero meritato questo riconoscimento: Marguerite Yourcenar e Marguerite Duras, due personalità notevoli, due temperamenti di primissimo ordine. La Yourcenar è nata nel 1903, vive sulla costa atlantica degli Stati Uniti, a Mount Desert. I suoi libri sono pubblicati da Einaudi e da Bompiani ora appariranno saggi e l’opera omnia.
La sua celebre biografia Memorie di Adriano, scritta nel 1951, non passa di moda, è come un romanzo, un saggio storico, ma è anche opera di poesia.
La Duras ha circa dieci anni meno della sua collega, da ragazza visse a Saigon, in Indocina, e da quell’esperienza di un mondo coloniale di frontiera nacque Una diga sul Pacifico che la rivelò a metà degli Anni Cinquanta.
Lo lessi quel romanzo appena uscì. Avevo conosciuto la Duras a Parigi, e mi fece grande impressione. Era un libro contro l’ingiustizia, contro il cinismo e la corruzione, dominato dalla figura di una madre indomita. L’anno scorso, a Venezia, alla Biennale Teatro, rividi la Duras. La sua strada letteraria è andata molto avanti, ha ottenuto il Goncourt con L’amant (Einaudi), ha lavorato per il cinema (ricordo il bellissimo Hiroshima man amour), ha scritto opere teatrali, si è occupata di regia.
Stranamente, però, i meriti delle donne vengono sempre misconosciuti; i loro nomi sono come meteore che passano. Nel firmamento letterario gli scrittori maschi sono invece stelle fisse, sono loro che brillano. Credo che, prima o poi, bisognerà affrontare questi problemi. Ma, di sicuro, non è facile, è la società che deve rinnovarsi, e ci vorrà un tempo infinito.
Anni fa, a Stoccolma, conobbi Anders Ostérling che, allora, era segretario generale del premio Nobel. Gli feci un’intervista per il settimanale Tempo illustrato dove lavoravo. Parlammo anche di scrittrici, di poetesse. Della letteratura italiana non sapeva quasi niente, c’era l’intoppo della traduzione, fu prima che vincesse Salvatore Quasimodo. Mi disse che raramente i vari enti culturali nazionali segnalano un nome femminile.
Io gli parlai di Maria Bellonci, piemontese di origine, abitante a Roma, che già nel 1939 aveva pubblicato il famoso Lucrezia Borgia (adesso negli Oscar Mondadori), ma Ostérling rispose che negli elenchi non c’era. Quindi il discorso cadde; sarei curiosa di sapere se qualche comitato italiano ha mai proposto il suo nome. Per me la Bellonci è una scrittrice validissima […] e il suo personaggio che resiste attraverso gli anni è degno del grande grande premio. «Un eros soffia da Lucrezia — disse Maria Bellonci — un eros non soltanto sensuale, ma quello di ogni accensione».
Spesso le donne scrittrici hanno, nelle loro pagine, un fuoco sacro. Penso a Anna Maria Ortese, anche lei ideale candidata al Nobel, al suo II porto di Toledo ristampato quest’anno nella Bur di Rizzoli, «ricordi della vita irreale» dice un sottotitolo, la storia di una giovinezza che è tutta uno scintillio, una vibrazione in un posto terribile e meraviglioso come Napoli. Ma tutti i libri della Ortese potrebbero entrare nella lista del Nobel, dal mitico Angelici dolori all’Iguana, da Poveri e semplici, che ebbe il premio Strega nel 1967, a Il treno russo [Pellicanolibri, n.d.r.], a tanti altri. Mi auguro che per l’anno prossimo questa scrittrice venga proposta ai giurati svedesi, ma chissà se è tradotta, chissà se i nostri editori si rendono conto dell’importanza e della necessità delle traduzioni. Questi giurati leggono davvero? E se leggono, perché non hanno tenuto conto di Nadine Gordimer? Stavolta non avevano l’handicap della lingua, la Gordimer è tradotta ovunque, recentemente a Capri ha avuto il premio Malaparte, il suo romanzo Luglio uscito l’anno scorso da Rizzoli si è venduto bene anche da noi. Molti ricorderanno in copertina il suo volto sensibile, quegli occhi malinconici e penetranti. La Gordimer, nata nel 1923 a Springs nel Transvaal, abita a Johannesburg, i suoi libri sono messi al bando nel suo Paese, perché trattano dell’apartheid e di altri argomenti scottanti, sociali e politici, che ci coinvolgono tutti. C’è una frase prima dell’inizio del romanzo Luglio (che è il nome di un servitore negro) che mi ha colpito. È di Antonio Gramsci, dice: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere». Dovrebbero meditarla, lassù a Stoccolma.

© Milena Milani

***

Leggendo nella moltitudine degli scritti di Milena Milani, soprattutto quelli giornalistici, si ha come l’impressione di immergersi in mari profondi, con tesori sui fondali. In questo articolo che lei scrisse nel 1985 leggiamo un’invettiva al sistema dei Premi, in particolare del Nobel, e un suo slancio nel concentrare gli sforzi a difesa di diversi nomi validi, italiani di scrittrici oggi più o meno not(issim)e e di straniere altrettanto famose.
Sul blog ritorniamo spesso su Milani perché il suo punto di vista è arricchente, trasversale e aperto al mondo della letteratura e delle arti, i due poli del suo stesso universo; proprio da uno di essi parte una considerazione centrale sul “fuoco sacro della letteratura delle donne”, sull’essere “spesso [artiste] meteore” contrapposte alle stelle fisse degli autori: un destino che, purtroppo, visse anche Milena Milani, incapace di resistere al nostro tempo più vicino, congruo al “tempo infinito della società incapace di rinnovarsi”, in una sorta di profezia autoavveratasi per lei. Forse la sua anima plurima e realmente talentuosa, in grado di adattarsi a tante inclinazioni, incarnarle tutte fino in fondo e con l’attenzione di chi, magistralmente, sa definire le cose con pochi tratti, la aiutò a sopportare un mondo (italiano) soffocante, giudicante e chiuso alla sua intraprendenza ma anche alla sua personalità incontenibile.
Va detto che, come autrice, scrisse molto di donne: i suoi personaggi femminili (lo scopriamo) compaiono in racconti e romanzi e nelle sue pagine diaristiche o saggistiche, anche se sono gli autori i più “trattati”, forse per una prossimità minore alle artiste rispetto all’universo maschile, con cui lei venne a contatto anche nelle Gallerie gestite insieme a Carlo Cardazzo. È utile evidenziarlo perché esistono dei dati oggettivi biografici che dimostrano come Milani fosse ben inserita in un ambiente vario (e in più d’un ambiente) a prevalenza maschile, in cui lei resisteva e animava spesso i giochi (ad esempio nei salotti culturali di Cortina), e un ambiente in cui incontrava poche donne (Monica Vitti e Marta Marzotto sono oggetto dei suoi testi, per ricordare due nomi importanti); per destino, apparentemente, lo stesso entourage pare abbia dimenticato la sua figura dopo la morte, o non coltivandone la memoria abbia fatto sì che fosse dimenticata non ristampando i suoi libri, soprattutto.
Avendo cognizione della produzione di Milena Milani, dei suoi contatti e dell’appartenenza di cui oggi possiamo riferire non stupisce nemmeno che, in un articolo sul Nobel apparentemente semplice lei proponga una rassegna non nuova oggi eppure per il 1985 non scontata, che parte da Deledda per richiamare Maria Bellonci e Anna Maria Ortese, due nomi di scrittrici italiane che Milena Milani amava, passate alla storia forse più di lei. La prima inventrice del Premio Strega [si veda l’intervista di Clelia Lombardo a Giulia Caminito], premio con Milani nella giuria degli «Amici della domenica» dal 1956 – dato non poco rilevante, che segna una conoscenza lunga e articolata –; la seconda nota già negli anni veneziani, vera ispirazione per la scrittura del romanzo Storia di Anna Drei (come hanno scritto Roberta Rossi e Sabina Ciminari), e immersa in numerosi tentativi di ripubblicazione negli anni Ottanta, non sempre facili da gestire, come evidenzia l’epistolario di Ortese con Beppe Costa.
C’è un ritorno, nel panorama di Milena Milani, di due lanterne letterarie, come se a tracciare la via della luce dei riconoscimenti potessero essere due nomi stimati – e fa riflettere che non ci sia Elsa Morante, morta proprio nell’85, e neppure l’amata Alba de Céspedes, di cui scrisse pagine lusinghiere (Cliquot ha recentemente postato una pagina da Umori e amori del 1982, qui). Una lettura critica, la sua, dove si imperniano, sia in ciò che c’è sia in ciò che non c’è, alcune domande ancora oggi valide: perché le scrittrici arrivano difficilmente ai premi nazionali e ancor meno agli internazionali? (Fa eccezione, fortunatamente, la poesia, in anni più recenti). Dove si rompe il meccanismo di stima e reciprocità di un certo ambiente, che accoglie e respinge? Qual è il peso dell’editoria (Bellonci era Mondadori; Ortese stava per approdare ad Adelphi)?
Milani non sembra approfondire, anzi: riferisce per proprio gusto, come un’autrice deve fare. La sua è una posizione netta ma non senza impegno dal momento che riconosce e vive il ruolo che sta incarnando. Comprende e restituisce il proprio punto di vista da conoscitrice dei testi, non solo delle persone; resta su un piano di validità – anche se ci si chiede quale peso avesse Maria Bellonci e quale fosse il suo potere “politico” nell’ambito dei premi.
Milena Milani è una defilata nella politica di allora e non fa della lotta la propria bandiera; in effetti scrisse in un articolo: «Le donne per non essere vittime della loro condizione femminile devono usare la loro intelligenza, ma se questa facoltà si ottunde, si appanna, esse continueranno a sbagliare obiettivi, comprese le loro rivendicazioni […] Insomma la donna ha un cervello e deve saperlo usare». Certo, il contesto era quello di alcune azioni terroriste compiute dalle femministe cinesi che volevano liberare la vedova di Mao (siamo nei primi anni Ottanta), ma la posizione di Milani pare sfondare una parete molto più spessa che non riguarda soltanto il fatto in sé e la violenza ma anche un certo “infantilismo” e “vittimismo storico”, congenito nelle donne. Aggiungeva: «invito le donne a approfondire la loro preparazione culturale, a cercare di elevarsi al di sopra delle futilità troppo scopertamente femminili, che le hanno interessate per secoli» (sempre nel suo volume dell’82). Le scrittrici sono le più elevate per Milani? O devono compiere altri passi verso un sistema da ribaltare, non soltanto verso una società da cambiare?
Le “grandi e ignorate” restano poco supportate al Nobel (e altrove) anche alla fine del Novecento in cui Milani scrive, focalizzando un contesto che può far riflettere su altre forme per trattare del problema da più direzioni, partendo da poche ma preziose informazioni che costruiscono un tassello del puzzle, un altro passo per definire l’immagine intera.

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