A proposito di un caso di letteratura lesbica sommersa: Natalia di Fausta Cialente

di Francesca Fiorentin

È il primo romanzo di Fausta Cialente. Uscì nel 1930. Si tratta forse del primo romanzo omosessuale o bisessuale italiano della letteratura “sommersa” e si presenta con due cautele: l’artificio letterario del doppio e un finale che rimane aperto, nonostante la dovuta scena finale d’amore fra i due coniugi, che secondo il mio punto di vista è diretta a soddisfare i gusti di un largo pubblico degli anni Trenta del Novecento. Ci sono due Natalie, quella che non apre l’animo a nessuno, lesbica, e la Natalia brava figlia di genitori borghesi (il padre è un ufficiale), con tutte le aspettative che l’ambiente dei primi del Novecento richiedeva a una figlia.
Natalia si innamora giovanissima, ancora bambina, di Silvia, giovane figura evanescente, che possiede il distacco emotivo di una dea. In Silvia il desiderio erotico si presenterà sempre come passivo, riflesso, accondiscendente al desiderio dell’amante. Il romanzo non ha mai una precisa indicazione spaziale dei luoghi; mai è fatto il nome di una città. Questa scelta crea la suggestione di un immaginario fiabesco.

Natalia venne pubblicato in Francia nel 1932, nella traduzione di Henri Marchand


Lo spazio scandisce il tempo, un tempo frammentato da rotture: allontanamento di Natalia da Silvia; loro nuovo incontro da amanti; ripiego di Natalia su un matrimonio di facciata, alla notizia del matrimonio di Silvia. Nell’animo di Natalia, a questo punto, sorgono disperazione, gelosia e vendetta: scrive infatti a Malaspina, l’uomo che aveva rifiutato pochi anni prima, che vuole andare via di casa. Si fidanza con lui, e da sposa beve dalla natura delle campagne in cui vivono oblio e oblio; e bianchezza diventa tutta la memoria del passato. È incinta, e si vergogna del suo passato «istinto perverso» (p. 180). Il bambino nasce morto e lei si comporta come una persona impazzita. Impazzisce perché attorno a lei, in famiglia, si fa un muro di silenzio, nessuno osa dire che il bambino è morto; nessuno lo dirà mai e lei diventa troppo stanca per chiederlo; si nutre dell’illusione che nulla sia avvenuto, è sospesa nel vuoto e nel silenzio, fino a considerare gli altri ostili. Allora prende la decisione di scomparire. Va a trovare la famiglia, il terzo giorno avrebbe dovuto essere raggiunta da Malaspina, secondo gli accordi con lui, ma parte prima, ingannando i familiari, dicendo che sarebbe tornata da Malaspina in treno. Invece sparisce nel nulla.
La morte del bambino ha risvegliato i sensi di colpa di Natalia. Il lettore può solo immaginare questi sensi di colpa: possiamo pensare che siano l’aver taciuto il suo amore omosessuale, la sua sessualità lesbica, che ora sembra ricadere sopra la sua testa come il segno di una vendetta. Come se il suo corpo di femmina non avrebbe dovuto partorire figli e non può partorire figli, nella sua natura; avrebbe dovuto scegliere di essere nascostamente lesbica, e zitella, sarebbe forse stato meglio. E con questo cresce anche il senso di colpa di non poter più dare gioia a Malaspina, di non poter più restare nel matrimonio. Si autopunisce, sparisce, vivendo come un’estranea nel mondo. Viene trovata da un amico del fratello, Valdemaro, una sorta di poeta fallito, in un bar, ingaggiata come attrice in un gruppo teatrale, al quale racconta di essersi sempre mantenuta. A un certo punto lo spazio si contrae e compare Malaspina. Dove era il bar? E come è comparso Malaspina?

Natalia (terminato nel 1927 ma stampato nel 1930), vince il Premio dei Dieci, presieduto da Massimo Bontempelli


Natalia e il marito vanno in un albergo a dormire a causa della bufera, dove si ripresenta la stessa scena inventata da Natalia in una lettera al fratello, quando molti anni prima voleva scaricare Malaspina: rumori sul pianerottolo, la stessa stanza senza una sedia. Un déjà vu che sembra preludere la fine del loro matrimonio, e invece Natalia si spoglia e il libro si chiude con la percezione di una ripromessa di amore tra i due coniugi, molto flebile, posticcia forse per soddisfare un pubblico omofobo. La passione lesbica di Natalia non si contrappone alla ragione o alla coscienza come qualcosa di impuro, non crea un conflitto con la ragione ma con l’ambiente sociale e familiare. D’altra parte, sembra essere la sua volontà a renderla, in una fase della vita, eterosessuale. Da sposata, sceglie e riesce ad essere eterosessuale. Come se si potesse scegliere. La geografia emozionale cambia come cambiano i paesaggi, da una città senza nome a una campagna senza nome. Ci sono due testi, due fasi della vita, quello della protagonista omosessuale, e l’altro di lei eterosessuale. Assurdità e verosimiglianza creano quell’insensatezza che appartiene al romanzo fin dalla sua nascita. Per la caratteristica frammentazione dell’io, Natalia è un romanzo modernista.


Non si riuscirà mai a capire chi è Natalia. Oggi potremmo definirla una bisessuale. Ma è facile per noi contemporanei dare delle etichette, ora che la liberazione sessuale femminile ha fatto dei passi; allora non esisteva una consapevolezza sociale della “normalità” di altri tipi di sessualità.
Proprio qui il lettore può diventare un romanziere e scegliere di persona il senso della trama.
Le pagine finali inquadrano una coppia che ritorna insieme, in un luogo (un albergo), dove molti anni prima Natalia aveva rifiutato quello che sarebbe poi diventato suo marito. Questo amore tra due sposi, eterosessuale, si situa in un luogo dove la memoria rema contro la possibilità di quell’amore. È forse plausibile che questa ombra sancisca l’impossibilità di una “integra” e “totale” eterosessualità?
Si arriva a sfiorare la tematica del doppio in letteratura. Da lesbica Natalia diventa la remissiva eterosessuale, moglie di un contadino. La parola lesbica non viene mai scritta. Siamo forse di fronte a una bisessualità vissuta in due fasi distinte della vita? Gli opposti caratteristici della bisessualità non si presentano contemporaneamente, e seguiranno le coordinate città e campagna, mondo che cambia e mondo tradizionale. Era forse più accettabile parlare di bisessualità nel 1930, quasi che il saffismo fosse una fase “superabile” attraverso la volontà?

© Francesca Fiorentin

Renata Asquer, ritratto di Fausta Cialente.
Frontespizio di La triplice anima, Interlinea, 1998.

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