#LeggiMilena #6 | Milena Milani, Il mare

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

Mi stavo sbagliando: non era il rumore del mare.

Pure, poco prima, in un momento in cui c’era un grande silenzio attorno a me, ed io, con la mano destra, ogni tanto mi pigiavo sullo stomaco che faceva male (era un dolore sordo, che ritornava a tratti, proprio quando pensavo che se ne fosse andato), poco prima, quindi, avevo sentito distintamente l’acqua che batteva sugli scogli, oltre la finestra.

Era stato un battere lento e forte, come se l’acqua, avanzando da lontano, si preparasse con più vigore, con più impeto, a quel ricadere di schianto. Io avevo sentito in me un trasalimento che da molti giorni non conoscevo (ma in realtà, non da giorni, forse da settimane, da mesi), e subito il viso mi era diventato rosso, scottava. «Il mare», dissi, sottovoce, «il mare».

Questa sola parola sembrava appagarmi, persino il dolore allo stomaco era scomparso. Ad un tratto, lo squallore del pomeriggio, così triste e solitario in questa casa, era mutato; il tempo camminava indietro, io scoprivo me stessa e quello che mi era successo molti anni prima.

L’acqua cadeva sugli scogli, era uno schiaffo pesante, gonfio di spuma, e gli scogli lo ricevevano impassibili, inerti, lucidi, corsi da rivoli d’acqua. Fuori era buio, fuori si allargava un paesaggio noto, contemplato molte volte da bambina, acqua e scogli, terra di Liguria, che ora assai spesso mi ritorna nella memoria. La sera era cupa, ed io me ne stavo da quelle parti liguri, oltre pianure e montagne, ma non in casa come ieri, oggi o l’altro ieri; stavo da quelle parti senza timore del buio, senza freddo o sgomento; certe volte le onde raggiungevano il mio posto asciutto, con qualche spruzzo di spuma.

Che bellezza quelle ore passate all’aperto, senza orario, senza dover niente a nessuno, spiegazioni o cose del genere. Io dicevo da sola, a mia madre, rincasando tardi: «Sono stata a vedere il mare. Era grosso».

Mia madre non mi sgridava, anche se gli altri avevano mangiato e lei aveva tenuto tutto in caldo per me, non diceva nemmeno che non ci credeva, che avessi passato tanto tempo da quelle parti; mia madre sapeva bene che non mentivo, che non ce n’era bisogno. Così era bello, essere creduta subito, poter fare quello che sentivo, e come me gli altri della mia famiglia lo facevano tutti: nessuno trovava a ridire.

Quest’abitudine, quasi una forma di superiorità nei riguardi altrui, mi è rimasta da quei tempi, e devo ad essa certi inevitabili urti con la gente che assai spesso non capisce il mio modo di fare e nemmeno lo giustifica (ma dicendo gente, sbaglio, dovrei dire una o due persone che vorrebbero comandarmi). Costoro, certe volte, mi osservano stupefatti, quando tranquillamente affermo che, una data cosa, è così e basta, non accetto discussione, tanto non avrei argomenti per ribattere quanto essi eventualmente potrebbero obiettare; e allora, con occhio svagato e orecchio ancor più svagato, vedo e sento, lontanissimi, addirittura remoti, gesti e frasi; me ne sto per mio conto, chiusa in me stessa, e come compagno ho quel dolore di stomaco che rode, sempre fermo allo stesso posto.

Non giovano polverine, medicinali dal nome importante, od altro, e, qualche volta, una provvidenziale borsa d’acqua calda; io, in fondo, con il mio male ci sto benissimo. Conosco quando arriva, so il momento in cui passa e quello in cui riprende. Mi addormento con la mano appoggiata lì sopra a contenere il dolore, ad accarezzarmelo. Se mi assopisco un momento, subito il cervello vola ai luoghi perduti di bambina, mi raffigura scene come in quei tempi, così che è bello chiudere gli occhi e aspettare il sogno.

In esso, il mare, ha sempre gran parte, direi che ne è il fondo, immobile sotto il sole o gonfio d’ira che si getta sugli scogli, e tanta è la suggestione, che posso sentirlo anche ad occhi aperti. Infatti, poco fa, quando incominciai questo discorso con me stessa, mi parve di sentire l’acqua che si gonfiava sotto la finestra. Per questo sono andata avanti col pensiero, per questo ho seguitato nei ricordi; già mi ci stavo adagiando, e il mio male di stomaco, sul quale nulla può la mia mano che preme, pareva quietarsi un poco, quando, senza volerlo, gli occhi mi si sono aperti del tutto: la pupilla dilatata osservò ogni cosa qui dentro, la polvere sui mobili e sulle carte, un mandarino sbucciato sul piatto, le briciole del dolce. Tutta la casa, raccolta intorno a me, a chiudere nel suo silenzio ogni mio desiderio di fuga, di evasione, il telefono che non suona mai, la radio rotta da molti giorni, e io qui, senza nessuno.

Vastissima solitudine che non sapevo come riempire; anche un gatto che c’era l’anno scorso l’ho dato via, ad altri che lo curano meglio; e mia madre è troppo lontana; questa non è la città del mare, non è città di Liguria, qui non battono onde, c’è solo nebbia e freddo.

© Milena Milani

Racconto apparso su «Stampa Sera», 21-22 aprile 1952.

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