Livia De Stefani: poesie ritrovate

Alcune delle poesie di Livia De Stefani pubblicate postume nella raccolta Poesie in diesis (Editrice Ianua 2001) erano già apparse, in forma diversa, su «La Fiera Letteraria» negli anni Cinquanta, quando presumibilmente l’autrice le aveva scritte. La pratica di anticipare testi che poi sarebbero diventati una vera e propria raccolta in libro è comune a molte autrici e molti autori del Novecento (e non solo), spesso invitati da altri intellettuali e autori a rendere noto il loro lavoro in rivista. Come accade oggi accadeva allora.
I quattro testi che condividiamo oggi sono accluse, poi, all’edizione di Viaggio di una sconosciuta (Cliquot 2018). Non poco significative, le varianti ai testi presentano diverse immagini, scelte che incidono sul ritmo, un lessico su cui è stata affrontata una ricerca; in quattro immagini, alla fine, un confronto con il testo pubblicato in volume nel 2001.

(at)

***

Racconto 

La nostra casa è sempre là, sul mare,
fra i pini ed i carrubi ora cresciuti,
che profumano il vento.
Varcandone la soglia, non più amanti,
ma sposi ci sentimmo: quieti e attenti
alle piccole cose.
Alitavano i mobili fragranze
e le mura ricordi: di confetti
di ideali stagioni, di bambini.
Provvisori non più. Saldi e concreti
ci sentimmo. Legati da un passato
ch’era il nostro avvenire
in quel breve presente.
Nel letto apparecchiato con i lini
simile ad un altare consacrato,
puri ci addormentammo.
Fiduciosi nel tempo avanti a noi.
Era pur breve, ma sembrava eterno:
gonfio di primavere, estati, autunni,
quella notte d’inverno.
Destandoci, al mattino c’era il sole.
E il mare accoccolato tutt’intorno
alla nostra collina.
A colpi regolari, gli operai,
martellavano l’aria cristallina
curvi sopra la roccia da scalcare
nello scabro giardino.
Con cauteloso sguardo patriarcale
guardammo ad uno ad uno gli alberelli.
Erano l’ombra fresca pei nipoti
fresca ombra agli agosti.
Custodivano aromi campagnoli
le pentole e i tegami.
Fieri socchiudevamo quei coperchi,
come astucci preziosi.
Tentammo d’invitare dentro casa
un canino randagio. Volevamo
farlo antico nel cuore.

Rotolarono i giorni, quattro in tutto.
Tondi e perfetti come quattro cerchi
su di un piano di marmo.

Ora io son sola. Fuori la tempesta
morde gli scogli, lotta con gli olivi,
sbatte contro i carrubi.
La casa sembra immensa.
Sono sola. Ma il bene di quei giorni
che trascorremmo uniti, reca ancora
doni imprevisti. Ecco che sento
muover passi di bimbi per le stanze
là dove struscia fra i mansaldi infissi
il furioso libeccio.
Friggono padellate nuziali
dietro ai vetri percossi dalla pioggia.
Odo risa cordiali
nel gorgoglio dell’acqua che s’ingolfa
dentro i tubi di latta, alle grondaie.

Eppure è vero: un canino randagio
mi chiamò dalla furia della notte.
Implorava piangendo adagio adagio,
con umiltà e pazienza.
Ed io non lo raccolsi. Per timore
che aprendo la vetrata sul giardino,
la tempesta in tenuta di gran gala
trascinasse al suo matto carnevale
la mia illusione ferma e disperata.

*

Ponza

Sotto l’ombra albicocca
della tesa di paglia
trascorre ammansita
l’estate marina.
Dalle gracili vigne appuntate
fra i bianchi macigni
muove verde memoria
di feconde pianure
che attorno a quell’ombra, nell’afa,
smerletta ariose frescure
di noci e castagni.
Stupisce quell’ombra, al mattino,
la eco straniera dei galli
e ancora al meriggio quell’altra,
di acerbe campane.
Ferme, le cicale addormentano
l’alterno schioccare dell’onde.
Dall’aria incendiata che balla
sui ciottoli, agli archi del mare,
asprigno s’effonde
l’odore del latte del fico.
Lontano, nel cielo sbiancato,
vapora celeste il Circeo.

*

Estate

Estate. Cicale.
Acuti del tiglio.
Trionfale ritorno dell’acque.
Angurie di vetro, ristoppie.
Le donne gravide, enormi.
Il basilico in fiore.
A stormi, i rumori
rasoiano l’aria
e addormentano il sole
quando dalle socchiuse persiane
avanza nella stanza
bandiere d’ergastolo.
Fermentano ai lenti meriggi
per stagni gibbosi di mostri,
in conchiglie fragranti di mare
gli umori del sesso.
A sera, sull’afa,
galleggia la malinconia
dei giorni lunghissimi, intenti
ad accorciare la via del ritorno.

*

Luglio in Sicilia

Fermo profumo veglia dal cerchio di oleandri
il sonno dell’orto nel sole. Scrosciano le cicale
come alte cascate, senza rompere
la quiete del meriggio.
Il cardo fiorito scintilla come stella d’inverno.
Dal labbro dei fichi distilla pigrissimo umore
e l’ape vi conduce l’impaziente batter dell’ali.
Grandina verde l’uva giovinetta
dalla pergola ricci alibrata
sui giochi dell’ombre dei pampini.
Intorno al basilico intento a covare il suo aroma
intrecciano bianche farfalle la chioma dell’aria.
Discende dai fior dell’olivo pulviscolo d’oro
e dalla palma il disegno di Dio.

Racconto, in «La Fiera letteraria», ANNO X/numero 16, 17 aprile 1955.

Tre poesie di Livia De Stefani in «La Fiera letteraria», ANNO XI/numero 33-34 – agosto 1956.

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I nostri articoli su Livia De Stefani:

Chiara Pini, Livia De Stefani e i tempi di una narrazione ancestrale. 3 poesie, 3 letture e parole in trama https://leortique.wordpress.com/2020/11/11/%e2%99%ab-livia-de-stefani-e-i-tempi-di-una-narrazione-ancestrale-3-poesie-3-letture-e-due-opere-visive/

Francesca Clara Fiorentin, Livia De Stefani, narratrice femminista ed ecologista ante litteram https://leortique.wordpress.com/2020/09/21/livia-de-stefani-narratrice-femminista-ed-ecologista-ante-litteram/

post collettivo: Livia De Stefani, Poesie in diesis https://leortique.wordpress.com/2020/07/01/livia-de-stefani-poesie-in-diesis/

I nostri podcast: https://soundcloud.com/leortique/sets/livia-de-stefani

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