#LeggiMilena #4 | Milena Milani, La neve a Venezia

La rubrica #LeggiMilena è dedicata ai racconti di Milena Milani, per scoprire la scrittura di quest’autrice nella prima parte della sua carriera. Offrirò un racconto ogni primo lunedì del mese, nel tardo pomeriggio, per i prossimi mesi. (at)

Cominciò cosi: improvvisamente quel turbinìo di fiocchi bianchi che il vento faceva volteggiare a mulinello, prese ad adagiarsi sui tetti, prima in maniera quasi impalpabile, poi più decisa, continua, incessante, e nel volgere di sette-dieci minuti quei tetti rossi divennero bianchi.

Fu uno spettacolo singolare, da anni non ero a Venezia quando veniva la neve, e ora mentre una greve tristezza mi appesantiva l’anima, quella neve invece contribuì a sciogliere dentro di me ogni malinconia, tanto che estasiata mi misi dietro ai vetri a guardare.

In linea d’aria non ero distante da Tommaso, lui nel suo piccolo posto sotto la terra, io sopra, all’ultimo piano di un palazzo dal quale, appunto, si vedono i tetti. «Amore» gli avevo detto quella mattina, «avrai freddo là sotto», ma appena l’aria si addolcì e prese a nevicare, fu come se anche lui stesse più tranquillo e non avesse paura.

«Sono ritornata a trovarti» gli dissi dai vetri, «e adesso che nevica, verrò subito da te».

È inverno, poca gente va a trovare quei morti; la gente sta al caldo nelle case, negli uffici, nei caffè, nei ristoranti, nei cinema, la gente si preoccupa di nafta, carbone, legna, gas; corrente industriale; e ora che è Natale, la gente pensa ai regali, è giusto che sia così, tutto deve continuare.

«Anch’io farò un regalo a Tommaso, per questo Natale» pensai. Stavo ancora dietro i vetri a guardare come rapidamente i tetti diventavano bianchi, e la gioia dei ricordi degli altri inverni a Venezia, tanti anni fa, quando c’era la neve, ora diventava profonda. Dio mio, com’era bianca la città, com’erano strane le gondole scure imbiancate, e i ponti bianchi di marmo con sopra quella coltre candida, e io che andavo in quel bianco con un cappuccio bianco in testa.

Ricordo quel giorno quando ci incontrammo sul ponte dei Pittori vicino ai giardinetti reali, io venivo da calle Vallaresso, lui veniva da Riva Schiavoni; come gli piacque il cappuccio bianco, tra i piccoli fiocchi di neve che venivano giù fitti, come mi piacque lui con la sua lunga sciarpa avvolta intorno al collo, un berretto in testa, il cappotto con il colletto rialzato. Ci appoggiammo alla balaustra del ponte a guardare la laguna ed era uno spettacolo che non ho mai dimenticato. Lui aveva un cartoccio di caldarroste, com’erano buone e tiepide in quel freddo, sentivo sulle labbra, in bocca, nello stomaco quel piccolo calore, quel vitale calore.

«Tommaso, Tommaso» gli chiedo, «oggi non mi aspetterai al ponte dei Pittori? Oggi sono qui a casa e tra poco verrò da te, perché nevica, e a me, a te, piace la neve». Quest’inverno, in montagna, come eravamo felici, come ci piaceva camminare su quel morbido tappeto, con che entusiasmo un mattino ti mettesti a spalare la neve sulla terrazza. Andai a chiedere la pala al portiere, si chiamava Olivo.

Gli dissi: «Olivo, dammi la pala per spalare la terrazza». Lui fa: «Vengo io». «No» gli risposi, «facciamo da noi» e portai la pala a Tommaso che mi aspettava.

C’era tanta neve che arrivava alla ringhiera. Tommaso con metodo incominciò da un angolo, alzava la pala ricolma di neve, la buttava giù dalla terrazza, verso gli abeti, era un lavoro faticoso, ogni tanto smetteva, allora lavoravo io al suo posto. Lavorammo per tanto tempo, ma da un lato, a sinistra, lui lasciò come un alto rettangolo, di neve, o meglio come un cassone di neve, un blocco perfettamente squadrato, sembrava una bara. Quando lui partì e io rimasi in montagna, quella bara bianca non si scioglieva, altra neve ricopriva la terrazza, e né io, né Olivo cercavamo di toglierla, così che quella che aveva lasciato Tommaso finì con il confondersi quasi con l’altra, ma io, quando guardavo sulla terrazza, vedevo bene che lì a sinistra era più livida, più solida, più compatta, più alta, quasi come di ghiaccio, e non so perché sentivo un senso di sgomento, quasi un’angoscia.

Accanto alla finestra dove sto ora a parlare con Tommaso nella sua isola, c’è uno scaffale di libri e macchinalmente ho preso un libro, il primo di un’alta pila. «Jour de colère» si chiama, è un volume di poesie di Pierre Emmanuel, un mio amico poeta francese, Tommaso me l’ha regalato, c’è la sua dedica scritta a penna. L’ultima parte del libro si chiama «Aube». E c’è una poesia che molte volte ho letto, e i primi versi li so anche a memoria; incomincia così: «Aube tendre des morts saturée d’aubes rouges tu et sur nous», mi piace ripetere queste parole mentre sto a guardare la neve.

Adesso non è l’alba, ma è come se Io fosse, perché il cielo ha lo stesso colore perlaceo, non ci sono voci, non ci sono rumori, la neve continua a scendere persino dolcemente, senza più vento, senza più bufera. «Tenera alba dei morti… » ripeto, lo dico due, tre volte come dicessi una preghiera.

© Milena Milani

Apparso su «Stampa Sera», 21-22 dicembre 1963.

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