Maria Fuxa nel racconto di Anna Maria Bonfiglio

Su Le Ortique abbiamo raccontato della poeta Maria Fuxa con un lungo e approfondito studio di Daìta Martinez. Per continuare a conoscere vita e opera di questa autrice dimenticata, abbiamo chiesto a Anna Maria Bonfiglio, che l’ha conosciuta, di offrirci il proprio contributo di poetica e di ricordi commoventi.

Maria Fuxa, in seconda fila, nel pubblico. Foto dall’archivio privato di Anna Maria Bonfiglio.

Maria Ermenegilda e Nicoletta Ermelinda sono le figlie gemelle, sopravvissute a un parto trigemino, di Beatrice e Edgard Fuxa, nate ad Alia, entroterra del territorio palermitano, il 12 dicembre del 1913 e sin dalla prima infanzia destinate a contendersi l’affetto e l’attenzione dei genitori. È Nicoletta quella che cattura maggiormente l’interesse del padre: è intelligente, vivace e brillante negli studi; anche Maria è una brava scolara, ma ha un carattere differente, chiuso, malinconico, soggetto a frequenti incubi notturni che inquietano i genitori, tanto da decidere di affidarla alle cure di un medico. I Fuxa sono una famiglia benestante, il padre è insegnante, il nonno farmacista, vantano antenati di prestigio e un lontano parente garibaldino, per dare la possibilità alle figlie di continuare gli studi si trasferiscono a Palermo dove le ragazze conseguono il diploma. Maria si innamora di Mario e nella prospettiva di costruirsi una famiglia acquista una serenità che l’allontana dai suoi incubi e dalla sua instabilità emotiva. Ma in questo rapporto d’amore si insinua Nicoletta che alla fine sposerà Mario scatenando nella sorella un terremoto emotivo che la porta a scavalcare il balcone di casa e gettarsi giù; si salva ma le conseguenze di carattere psicologico la portano a un lungo ricovero in clinica psichiatrica con una diagnosi di schizofrenia e depressione. Uscita da questo tunnel e affidata, per ironia della sorte (o per giudizio dei medici), alla sorella che viveva con il marito a Milano, inizia a insegnare, si iscrive alla facoltà di Pedagogia e studia privatamente il pianoforte. È una donna colta, sensibile, dall’animo gentile, studiosa dei grandi autori di poesia, e forse avrebbe anche potuto coesistere con i suoi fantasmi e la sua depressione, se un bombardamento su Palermo durante il secondo conflitto mondiale non l’avesse rigettata nell’incubo della dissociazione mentale; a quel punto ricominciano le cure, elettroshock, shock insulinico e psicofarmaci finiscono per abbattere le forze di Maria che, dopo la morte dei genitori, viene internata in maniera definitiva all’Ospedale Psichiatrico di Palermo. Qui si acuisce e si formalizza in scrittura la sua sensibilità artistica che darà vita a quelle poesie che nel tempo la porteranno a riscuotere apprezzamento e a regalarle premi e attestati di merito.
È a questo punto della sua vita che ho conosciuto Maria Fuxa. Erano i primi anni ’80 del Novecento e Palermo era una fioritura di cenacoli, associazioni culturali e circoli letterari. Mi ero iscritta all’ASLA, un’associazione dove passavano tutti o quasi i poeti e le personalità della cultura palermitana degli ultimi anni dello scorso secolo, e ogni giovedì assistevo o partecipavo a eventi quali recital, conferenze, presentazioni di libri o di autori ancora inediti, musica, mostre e raduni. Maria Fuxa veniva di tanto in tanto per leggere qualcosa di suo, per ricevere un premio o per partecipare a qualche evento. Era già una donna anziana, magra, con il viso affilato e gli occhi un po’ incavati. Era timida e silenziosa, elegante nei suoi abiti di fattura classica, con la sua collana di perle e la sua borsa dalla quale tirava fuori i fogli con i suoi testi. Scriveva su fogli di carta leggera, quasi trasparente, a macchina, nella sua stanzetta che il direttore del frenocomio di Palermo, dove le era stata assegnata la cura dell’archivio, le aveva fatto approntare: un letto, una scrivania con una Olivetti 22, una sedia e una vetrinetta dove riponeva i suoi premi. L’accompagnava all’Associazione un’infermiera che faceva volontariato o qualche altro volontario, quelle, assieme a qualche rara passeggiata, erano le sue sole uscite. Leggeva le sue poesie con voce leggermente tremula ma anche con la sicurezza di chi sa che sta parlando di una condizione costrittiva che le taglia le gambe. Le sue poesie erano lo specchio di una vita non risolta, amarezza e rimpianto, ricordi di tempi migliori di quel suo presente di prigioniera. La sua condizione di internata in un manicomio mi colpì molto e, confesso, mi procurò un disagio emotivo che solo in seguito riuscii a mettere a fuoco: la sua carcerazione era un’altra faccia della mia, lei prigioniera di un contesto familiare e sociale che rifiuta la diversità psicologica, il disagio psichico di chi non riesce ad allinearsi ai canoni prestabiliti, io prigioniera delle mie gambe che mi impedivano di immergermi nella totalità dell’esistenza. Scrissi una poesia per lei, la chiamavo sorella, ma non gliela lessi mai né la lessi ad alcuno per il timore di suscitare quelle reazioni di pietistico compatimento che mi sembrava di riconoscere negli uditori quando Maria leggeva le sue. La poesia di Maria Fuxa era ed è una partitura di dolore e di rimpianto, un accorato ricordo della sua terra natia, quella Alia alla quale avrebbe voluto ritornare e che mai le fu concesso di fare se non per una breve visita, una potente accusa di tradimento da parte degli affetti più intimi; ma parimenti incarna la forza della speranza, la direzione dello sguardo interiore verso la bellezza della natura, il miracolo di potersi esprimere nella sua autenticità di creatura umana. Non era e non poteva essere una poesia filologicamente accurata per l’impossibilità da parte dell’autrice di potersi confrontare con i suoi contemporanei, sebbene fosse una donna colta e una lettrice dei classici del primo Novecento e particolarmente di Campana. Tuttavia i suoi testi viaggiavano e conseguivano molti riconoscimenti e premi in campo nazionale. Nel 1980 pubblicò con l’ASLA la sua prima raccolta, Voce dei senza voce e nel 1984, per le stesse Edizioni, Lasciatemi almeno la speranza; l’ultimo suo libro fu Paesaggi dell’anima, 1990, una narrazione in cui lei si esprime in terza persona, affidando il compito di raccontare al personaggio di Ester, figura biblica che si pose come tramite fra il re Assuero e il popolo ebreo per la liberazione di quest’ultimo, e che possiamo traslare nel suo desiderio di liberarsi dal giogo della propria condizione.
Smettendo di frequentare l’ASLA e frequentando nel tempo altri circoli, altre associazioni e altri gruppi della cultura palermitana non ricordo di avere mai più incontrato o sentito parlare di Maria Fuxa e devo ammettere che anche per me fu un ricordo sepolto fin quando, ordinando vecchie carte e riesumando antichi quaderni, non ritrovai la poesia che le avevo dedicato. Mi tornarono allora in mente quei tempi trascorsi e mi riapparve, sebbene in immagini sfocate, la figura di Maria. Solo allora presi coscienza del fatto che di lei avevo perso ogni traccia, che non avevo più avuto occasione o voglia o memoria di avviare una ricerca, di chiedere un po’ in giro sue notizie nonostante a nessuna delle mie conoscenze avevo mai sentito pronunciare il suo nome. Per quanto ne sapessi Maria era lettera morta. Solo qualche anno dopo, ebbi notizia dall’amica Clelia Lombardo che ad Alia, per iniziativa di Francesca Albergamo, si progettava di avviare un premio letterario intestato alla sua memoria e da allora il nome di Maria Fuxa ritornò ad essere presente fra quelli che l’avevano conosciuta e la sua poesia cominciò a essere riscoperta.
In tempi recenti Maria Fuxa è stata accostata ad Alda Merini, per motivi di carattere esistenziale più che per gli esiti poetici, e certo le due poetesse hanno in comune alcune caratteristiche se non altro per l’esperienza che le ha viste protagoniste e che ne ha determinato la poetica. Diverso è invece stato il loro percorso nell’ambito della “carriera”, se così si può dire, artistica. A un certo punto della sua vita la Merini è riuscita ad affrancarsi dalla sua costrizione e, grazie anche a una spinta mediatica, ha potuto vivere la sua vita, manifestandosi nella sua libertà di essere e di apparire. In più, Merini ha lasciato al mondo le sue eredi, quelle figlie che pur non tollerando del tutto alcune delle sue scelte di vita, hanno iniziato e continuano a percorrere un cammino di perpetuazione memoriale nei confronti della poetessa e della sua opera. Al contrario, di Maria Fuxa, poetessa della solitudine e dell’abbandono, creatura la cui vita ha subito una cesura che l’ha tagliata fuori da un futuro di donna e madre, poco si è parlato, quantunque le sue poesie siano state tradotte anche all’estero, e poco si è fatto per riportare alla luce, attraverso un lavoro di recupero e di revisione, la sua opera. I suoi testi riproposti con i dovuti accorgimenti, revisionati dal punto di vista della grafica e della punteggiatura e raccolti in un’unica opera ritroverebbero dignità letteraria nel catalogo di quegli artisti della parola che hanno dato significato e pregnanza al loro passaggio sulla terra.
Maria Fuxa si spegne a Palermo il 23 luglio 2004, in una casa famiglia dove era stata trasferita dopo la chiusura dell’Ospedale Psichiatrico a seguito della legge Basaglia. Nel 1997 aveva raccolto in dieci colli tutto il materiale relativo alla sua vita artistica, poesie e scritti vari, premi, fotografie e libri, e lo aveva donato ad Alia, dove per suo espresso desiderio venne sepolta.

SOLITUDINE

Solitudine,
o vasta e profonda solitudine,
tu mi appari come i verdi cipressi
e tieni prigioniera l’anima
che nell’amara angoscia
sembra pian piano scivolare.

Tu sei la mia ombra
e il mio silenzio.
A volte sparisci lentamente
e allora splende la speranza.
In te si adagia muto
ogni umano dolore
e ogni segreta speranza;
in te mi rifugio
nel silenzio mattutino…
o quando sorrido mestamente.

Solitudine, tu non hai nido
non hai un volto.
Coinvolgi e uccidi
ma sei anche luce, tenebre e mistero;
sei come l’acqua e il vento.

***

INCERTEZZA

Incerta io avanzo
tra due filari di tenebre,
mi guida l’oscurità
della notte…Fragile
il mio cielo, che sapora
di polvere e pietre.

Oh! L’alba…
Quando godrò la radiosa
alba? Nulla ho con me
come dono, se non un piccolo
cuore: mi han derubata
di tutto. Sarà di certo gradito
perché arde
ancora… Non l’hanno distrutto
le chiuse
porte e finestre…

Gli psichiatri non possono accontentarsi di prescrivere farmaci, ignorando o trascurando del malato problemi esistenziali, il suo mondo interiore, l’ansia e le attese. Il medico non svolge una professione come le altre, perché tratta con l’uomo sofferente, ancor più lo psichiatra che ha il compito di entrare nell’intimo della storia del malato: dovrebbe riuscire a far sua la grande sete d’amore, seguire i tortuosi sentieri in cui egli vive il suo tormento, parteciparne il pathos silenzioso.
(riflessione di Maria Fuxa sul malato psichiatrico).

 

© Anna Maria Bonfiglio

***

Riferimenti bibliografici per le poesie (per i quali si ringrazia Daìta Martinez)

Solitudine da Voce dei senza voce, Editrice ASLA, Palermo 1980, p. 23-24.
Incertezza da Paesaggi dell’anima, Editrice ASLA, Palermo 1990, p. 99.

One thought on “Maria Fuxa nel racconto di Anna Maria Bonfiglio

Add yours

  1. Cara Anna, anch’io ricordo le poesie di Maria Fuxa. Non so se ancora ho i suoi libri comprati all’ASLA da Ugo Zingales che mi parlava spesso di lei. La sua condizione un po’ mi intimoriva. Oggi penso che la sua poesia sia attualissima.
    La sua solitudine, l’ha espressa come condizione umana universale. Non è diventata Poeta per il suo animo travagliato e la vita da internata. Tutt’altro, proprio l’essere Poeta le ha consentito di tessere la vicenda umana con versi veri, intensi, richiamando l’attenzione sull’uomo e la sua solitudine, di ieri e di oggi.
    Grazie Anna di avermi dato l’opportunità di rivivere momenti belli e coinvolgenti.
    Un abbraccio a te e alla Vita.
    Una preghiera per Maria.

    Ciao
    Mariella

    Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

Create a free website or blog at WordPress.com.

Up ↑

Create your website with WordPress.com
Get started
%d bloggers like this: