Sara Zanghì, la ‘bambina settespiriti’ della poesia

di © Andrea Breda Minello

Sara Zanghì quest’anno avrebbe compiuto novant’anni, ma il tempo ci ha privati da tre della sua esistenza corporea. Lasciare andare una persona, dirle addio è uno strappo. Come sosteneva Brodskij la vera tragedia non consiste nell’elaborare il lutto delle persone amate, bensì la constatazione di rimanere e di dover continuare senza la loro presenza.

Sara è stata un punto di riferimento e la sua amicizia ha arricchito la mia vita, contribuendo a rendermi quel che sono e il bene profuso lo porto come dono nel giorno.

Invece, Sara Zanghì – poeta e scrittrice – è tutta da riscoprire. In attesa che vengano rieditate tutte le poesie, anche quel piccolo gioiello che è Fort-Da, con prefazione di Amelia Rosselli, ringrazio la redazione de Le Ortique per accogliere questa recensione che scrissi quasi vent’anni fa per il secondo libro poetico di Sara.

Ringrazio dal profondo del cuore e con affetto grande Mimma De Leo, storica delle donne, compagna di una vita di Sara Zanghì, per aver concesso di ripubblicare alcuni suoi componimenti.

Sara Zanghì, Una sospettata inclinazione, Roma, Empirìa, 2002

Sara Zanghì (1931) rappresenta nell’ambiente poetico contemporaneo un caso peculiare, se non unico (si pensi ai numerosi bravi poeti, parchi, o poco interessati, alla pubblicazione, “sotterranei”, poco visibili, ma attivi, vivi rispetto alle mummie delle grandi case editrici). Ha esordito in volume, dopo esser comparsa su riviste a partire dalla fine degli anni ’70, nel 1986, superata la soglia dei cinquant’anni.  Sempre coerente con sé stessa, è rimasta fedele alla sua personale Sospettata inclinazione. Ora, Empirìa riedita il suo secondo lavoro poetico, il quale da tempo risultava esaurito. Rispetto alla prima uscita (1995), oltre a una nuova grafica, la poeta ha aggiunto una cernita di componimenti, provenienti dall’introvabile Fort-da, libro che presentava, nella prefazione, la firma di Amelia Rosselli, e testi inediti riuniti nell’ultima sezione, Concedersi una pausa. Definito un vero e proprio “canzoniere amoroso” (Anedda), il libro è un racconto in versi, o se si vuole un esempio di poesia narrativa, che si svolge nelle terre del Sud, battute dal sole, provate dalla fatica, terre dove la bellezza delle cattedrali e dei retablos, dei capolavori architettonici, prova ne sia il primo testo della raccolta, si intrecciano, imprescindibilmente, al sudore, ai sapori, alla polvere, al sangue delle donne, alla loro carne (bellissimo il ricordo della madre, suscitato dall’immagine di un piatto di olive, mia madre a chiamarmi perché/ non dimori un’eternità nella dispensa). Viaggio sentimentale fra i più toccanti, che non nasconde, ma implora la luce a manifestarsi, vissuto fra la Spagna e la Sicilia: Toledo, Salamanca, Valencia, Palermo… Questa sospettata inclinazione forma con il romanzo, La cima della stella (Empirìa, 1998), un dittico, entrambi nati dalla stessa ispirazione, e non è un caso che taluni versi ritornino nella prosa, come nella bella poesia Forse un giorno saprai il nome dell’angelo vendicatore, o il conclusivo a p. 12, “l’eternità è per gli attimi che il tempo ha perduto”. Due donne si amano con l’innocenza che una tregua nella breccia del tempo è a loro concessa. Si ritagliano minimi spazi, tramite tappe esistenziali scandite dalla visione dei luoghi, da un pellegrinaggio, che richiede per essere compiuto il coraggio di sostenere uno sguardo a volte crudele, lacerante come quello dell’isola natale, “stazione di infami scorrerie”, tre giorni dopo la strage di Capaci, a volte disincantato, ma sempre vigile, attento e capace di stupirsi nel cogliere le gioie, i desideri, la brama di possedere i corpi, e bearsi di uno stato di grazia, raro, ma necessario – almeno per un attimo, possono dirsi vittoriose sul tempo, perché da dove sono giunte nessuno potrà togliere loro il ricordo dell’amore. I versi della Zanghì racchiudono in sé un rigore etico invidiabile, il quale richiama alla mente il poeta più amato, Antonio Machado, e non è un caso che venga citato più volte e sia posto in epigrafe al romanzo di cui si è detto. Affinità sono riscontrabili anche con l’altro grande spagnolo del Novecento, Juan Ramon Jiménez, soprattutto per il tema del recuerdo.

Da Fort-da, il titolo freudiano dà al lettore aprioristicamente un’importante chiave d’interpretazione: Zanghì sceglie 10 poesie fra quelle che, a suo tempo, Rosselli aveva individuato fra le più belle. E davvero alcune sono bellissime oltre a essere una testimonianza di un processo creativo, una svolta, fra questi primi testi e la produzione successiva.

Zanghì rende fiaba il suo mondo, il mondo dell’infanzia, mitizza le figure della madre e delle varie presenze femminili di una terra, la Sicilia, che rimane, tutt’ora, per la donna una genitrice ripudiata capace di vendicarsi, di ferire. “Dovrebbero saperlo/ gli usurpatori dei campi/ che quanto vive è/ per la memoria degli esuli”. Il poeta nasce ed è già in un altrove, non identificabile, straniante, in una patria che può essere mirata solo col ricorso, ancora una volta, al ricordo, che ci salva. Come in Olla romana si ha “dolore del ritorno”. Sono tutte storie di donne, come quella della nonna circassa che si ripresenta a Sara sotto le spoglie di ghiandaia o la bambina settespiriti (poesia bellissima) che come un’essenza, creatura celeste appare e dispare. La silloge si chiude con una preghiera, non a caso, rivolta alla grande “madre del cielo e della terra” perché infonda, in assenza del padre dolorosamente “ucciso”, “umile la grandezza di esistere”.

Concedersi una pausa è un titolo significativo per non essere sempre, all’altezza dell’indifferenza. Sono testi composti in anni recenti, alcuni sono un richiamo al primo lavoro, altri proseguono sulla stessa strada del canzoniere. Il poeta, ormai, non chiede più nulla alla vita, sereno si assume il compito di donare agli altri “grazia e maledizione”, “un pane e un’arancia”. Osserva gli esseri dimenticati o offesi dal tempo: l’abete, la biscia, la capra, la zingarella o la barbona. Bellissime sono le poesie a pp. 104 e 114, quest’ultima dedicata alla Rosselli. Anche se è fastidioso ricordare, e la memoria dispone assedi, Zanghì continua per la sua “invisibile traiettoria” perché “il seme se c’è/ cada lungo il cammino”. Non cede mai alla disperazione, un lume di speranza s’accende, sa che l’orizzonte non è più lontano degli occhi delle persone che amiamo.

© Andrea Breda Minello su “Daemon- Libri e culture artistiche” n°6, novembre 2002, pp. 36-37

***

.

Se un segnale fosse arrivato

sarei tornata con una veste

lunga, viola

come un tramonto d’inverno sul mare –

in dono un pane e un’arancia.

.

*

.

Gli ultimi mesi di Amelia Rosselli

.

Non soffio di vento

a piegare la cima dell’orizzonte

contro il cielo sporco

e la pozza di luminoso celeste

apriva voragini che non la spaventavano –

così assuefatta

alla nausea del posacenere

colmo, al niente, diceva del silenzio,

lo sguardo all’ombra meridiana sul cortile –

e il silenzio si annidava

nella spaziatura delle travi

si faceva pietra sul petto.

*

.

Pena per questo piccolo abete

imprigionato, vorrei trapiantarlo

sul pendio dove ho giocato e corso

la prima volta che mi confuse l’amore.

.

*

.

Non le orme delle volpi

non le ombre dei calanchi

è la memoria che assedia –

Ascolto la notte a porte

aperte, per non fingere

sbarramenti all’agguato

.

*

.

Come uccello migratore

.

Ho lasciato la casa il portico

il giardino e l’orto

e sono andata per mare.

Volevo ritornare

come uccello migratore

andare e venire

curare una nostalgia

e ripartire

al richiamo dell’altra.

.

*

.

La bambina settespiriti

.

mi riappare al tempo delle arance

la piccola testa fulva

tra i colori dell’agrumeto

la bambina settespiriti

sempre in bilico su un muro

un ramo un tetto

la bambina che non cadeva

come fossero ventose le sue

mani, i suoi piedi

la bambina-gatto sempre altrove

.

sempre a rigirarsi tra altre

popolazioni, alberi animali

diceva solo no

come del linguaggio degli umani

non le giungessero altre parole

la bambina mai chiamata per nome

visse su una rupe

e ripensando ai giorni delle attese

capì che la leggenda

aveva cancellato la sua storia

finì come gli uccelli

che volando muoiono

o nel sonno trapassando cadono –

invisibile la traiettoria del cammino.

.

*

.

E dunque passiamo

la più bella ventura è

avere le tasche bucate

che il seme se c’è

cada lungo il cammino.

.

Sara Zanghì (1931-2018) è nata a Castell’Umberto, in provincia di Messina, ed è vissuta a Roma. In poesia ha pubblicato Fort-Da (Il lavoro editoriale, 1986), Il circo smantellato (nel volume collettaneo Testarda tregua, Sciascia, 1987), Una sospettata inclinazione (Empirìa, 1995, 2^ed 2002).  I libri di racconti: Io e loro (Empirìa, 1992) e Non tutto è perduto (Empirìa, 2011). I romanzi: La Cima della stella (Empirìa, 1998, 2^ed 2006), Nebris (Empirìa, 2003, 3^ ed 2019 con prefazione di Paolo Di Paolo), Matilde, come una leggenda (Tufani, 2008), Bronte (Empirìa, 2013)

Sempre per Empirìa ha tradotto dallo spagnolo Antonio Gamoneda, Julia Otxoa, Antonio Gala, Luis Antonio de Villena e Luisa Etxenike.

Sempre per la casa editrice di Marisa Di Iorio ha inoltre curato l’antologia poetica al femminile, Fuori dal cielo (2006).

Inoltre è comparsa in numerose antologie di racconti tra cui: Amori: antologia di narratori italiani sugli amori del nostro tempo (2001) e Bugie: dieci racconti di narratori italiani (2004) a cura di Idolina Landolfi, Avagliano editore. Suoi testi sono comparsi nella serie di cinque volumi delle Principesse azzurre (Mondadori, 2003-2007), a cura di Delia Vaccarello.

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Un documentario su di lei a cura di Margherita Giacobino

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