Milena Milani e una vita che (si) racconta (a) Venezia

Se un primo passo per ricostruire il ruolo di Milena Milani negli anni tra la seconda guerra mondiale, il secondo dopoguerra e i decenni successivi, che segnano l’inizio della sua carriera poliedrica, è stato affrontato già con la lettura di una parte della sua poesia d’esordio, è altrettanto importante evidenziare che il suo rapporto quasi esclusivo con la città di Venezia, proprio in quegli stessi anni, prendeva forma in un susseguirsi di eventi, contatti e presenze, perché Venezia era una tra le sue case-rifugio predilette, insieme a Roma, Milano, e poi a Cortina, Parigi e Albisola.

La forza dirompente e l’esposizione tenace, caparbia e appassionata di questa scrittrice al mondo contemporaneo dimostra un’attitudine alla necessità di perseguire da un lato un mestiere di narratrice sui giornali per quasi tutta la vita, dall’altro di collocarsi nel mondo delle arti del secondo Novecento, con uno spirito combattivo e coraggioso che, tuttavia, non le ha risparmiato l’essere caduta in un oblio lungo.

Una prima prova del suo ruolo, nel panorama del secondo dopoguerra, è quella della sua longeva rubrica, tenuta sul quotidiano La Stampa (nell’edizione Stampa Sera) tra il 1950 e il 1964, un tempo di lavoro che coincide con l’immersione in una ‘dimensione di scrittura’ intersecata dall’uscita dei primi volumi per il Cavallino, ossia L’estate nel 1946 e La ragazza di fronte nel 1953; poi per Mondadori, con Emilia sulla diga nel 1954 fino a La ragazza di nome Giulio per Longanesi nel 1964, romanzo spartiacque, secondo il mio punto di vista, della sua carriera. L’attività di giornalista-autrice s’inseriva dunque all’interno di un’altra cornice: l’immissione e l’accoglimento nel sistema editoriale italiano concentrato tra Venezia e Milano, proprio tra il 1950 e il 1964.

Le copertine delle edizioni di racconti menzionate; Emilia sulla diga, in particolare, nella prima edizione nella collana «La Medusa degli Italiani» per Mondadori.

Alcuni dati di edizione contribuiscono a definire la rubrica di cui ci occupiamo oggi: in 14 anni l’autrice pubblicò 135 articoli-racconti su Stampa Sera. Di questi, soltanto alcuni trovano ambientazione nella città lagunare, e sono 24, dal 1951 al 1964: un numero esiguo se si pensa alla consistenza delle pubblicazioni. Molte narrazioni sono d’ambiente milanese, e proprio nella città di Milano Milani s’era stabilita con continuità dalla fine degli anni Quaranta; altri racconti riportano in Liguria; altri ancora, come accade anche nel volume Mondadori del ’54, vedono un’ambientazione a Cortina o, più in generale, in Veneto. Oppure si esce di confini nazionali, per leggere altri luoghi, come abbiamo avuto prova qui.

I racconti su Stampa Sera si presentano quasi come una sorta di ‘diario di viaggio’ continuo, lungo gli anni di andate e ritorni, avvii e nuove partenze. Soprattutto da dopo la morte di Carlo Cardazzo – nel 1963 – Milena Milani cerca e continua su una propria rotta indipendente anche dal compagno: stabilisce da sé, con l’autodeterminazione (per certi versi pre-femminista) che la caratterizzava, i confini del proprio mestiere di ‘giornalista-scrittrice’.

Non soltanto da Venezia ma con un baricentro sull’isola – quasi sempre – e in un Veneto amato e vissuto quotidianamente, Milena Milani ha strutturato una carriera eclettica, consacrata alla letteratura come approdo fecondo per mantenere una propria partecipazione alla vita cittadina, proponendosi come autentica testimone di più di mezzo secolo.

Volendo sintetizzare i temi principali delle prose veneziane, che assumono una forma tra racconto e pagina di diario, si può parlare di: la festa del Redentore; l’estate sulla spiaggia del Lido; a Burano e in Campo Santo Stefano o a Sant’Angelo; l’attraversamento della città sul vaporetto (il “vaporino”) o in barca, o in motoscafo. Nei suoi testi c’è il dialetto veneziano, la topografia dell’isola e ci sono alcuni tratti tipici: le fondamenta, il Bacino (di San Marco); c’è la Riva (degli Schiavoni); la laguna e i suoi canali; ci sono le gondole e i gondolieri. Tutto un mondo di personaggi comuni si affaccia qui, dai bottegai ai turisti, fino a giungere agli artisti; c’è anche la madre amata, con cui sussiste un rapporto complesso. Per di più è necessario specificare che la Venezia di Milani è una città poco o pochissimo narrata dalle scrittrici donne dell’epoca, una città di cui lei si fa quasi inedita testimone.

In ciascun racconto il rapporto con la città si rivela particolare, nel tentativo di ricostruire un’intimità di intenzioni narrative, tra stati d’animo, osservazioni, fotografie quasi neorealiste degli spazi: è un privato animato dal desiderio di definire i contorni del mondo circostante. Così accade in Notte con fuochi, che porta al ricordo di una festa del Redentore forse negli anni successivi alla guerra, dove un gruppo di ragazzi – tra cui Sergio e la protagonista – si incontrano vicino al noto “ponte di barche”:

Notte con fuochi

Salimmo in barca con un gioco di equilibrio.

Gianna gridava, ma era un grido senza spavento, di intonazione piacevole. Essa portava al collo, a doppio giro, certe palline rotonde di legno, colorate in rosso e verde, e altre palline simili, a grappolo, aveva alle orecchie. La sua grande chioma bionda spettinata le conferiva un’aria di gioia, quasi non avesse avuto il tempo di pettinarsi, per correre presto in barca.

Accanto a lei, la nostra amica americana, sorrideva timorosa e quando la chiamavano in italiano Caterina e non Katherine, ci guadava spaurita e gentile, come chiedesse scusa. Aveva i capelli neri e lisciati, il bel viso ovale, gli occhi con il taglio lungo e stretto. Io stavo volentieri con loro e trascuravo apposta Ugo e Roberto che ci accompagnavano e sembravano avere troppa condiscendenza per le nostre fantasie.

Ora, queste fantasie, erano piuttosto una sola, ed ero io ad averla. Nel trambusto e la gente che premeva sulla riva, dove tutti gridavano, io avevo voluto la barca con i lampioni colorati, e quando qualcuno ci indicava una barca che ne era priva, io mi impuntavo, dicevo di no. Finalmente vedemmo quella che ci piaceva: era più che una barca, un barcone, una sorta di grossa chiatta, con dentro allineate, lungo i bordi, file di sedie, e sopra aveva festoni di foglie e lampioni accesi che gettavano una luce irreale sui volti di coloro che già l’occupavano.

«Quella», io gridai, «quella va benissimo!»

Così vi salimmo e per raggiungerla scavalcammo altre barche, perché la nostra era in fondo, arrivata ultima. L’acqua era nera e ogni tanto un raggio azzurro del riflettore situato nell’isola scopriva un po’ di quel nero, tutto percorso da increspature e brividi.

Attorno a noi altre barche si avviavano veloci e altre lente, quali oscure, quali illuminate, e la gente che vi era sopra spesso cantava, si udivano suoni di fisarmonica. La grande volta del cielo, il mistero della notte, erano incurvati sull’acqua e lontano, a sinistra, incominciavano i fuochi. Io stavo seduta al mio posto e la vivacità di poco prima era scomparsa, guardavo smarrita quei colori che ricadevano a cascata nel cielo, e gli scoppi mi davano il senso di un colpo nel petto.

Due ragazzi con un lungo remo, uno a prua, l’altro a poppa, districavano la nostra barca dal groviglio di tutte le altre che premevano sui bordi e ci dirigevano nel posto migliore per osservare lo spettacolo. Uno di questo ragazzi aveva nome Sergio, ma era chiamato «Capo»  qualche volta un uomo seduto accanto a me gli gridava di portarci a destra o a sinistra, più avanti o più indietro. Sergio obbediva e la nostra barca pur così pesante e ricolma scivolava leggerissima sull’acqua.

L’uomo accanto a me teneva per le spalle una ragazza bionda, con due stelle bianche alle orecchie, ma ogni tanto si voltava dalla mia parte. Io ero stanca e infelice e Ugo che mi era vicino non se ne accorgeva. Spesso udivo la sua voce parlare in inglese con Caterina e ogni volta, ad ogni parola che io non capivo, una specie di rabbia mi si insinuava nel cuore. Allora apposta mi agitavo, mi sporgevo a vedere i fuochi, fingevo di avere spavento quando la barca si avvicinava troppo al ponte.

Questo ponte era lunghissimo e gettato da una riva all’altra, sopra vi passeggiavano i soldati con i moschetti, ed altri soldati stavano su piccole barche sorvegliando un passaggio dove l’arcata era più alta. La nostra barca tuttavia non poteva passare lì sotto, per avvicinarsi maggiormente ai fuochi, a causa di quei festoni di foglie e di quei lampioni appesi qua e là, che erano troppo in alto. Così, continuamente, era ricacciata indietro, e sempre, senza volerlo, il flusso dell’acqua, le correnti ci ributtavano verso il ponte, accanto al passaggio precluso.

Sergio con destrezza manovrava il remo all’indietro, e il suo compagno l’assecondava, l’uomo accanto a me ogni tanto gridava un ordine. Ormai la nostra avventura si riduceva ad un continuo movimento di abilità per non andare contro il ponte, per non essere buttati contro le imbarcazioni dei soldati, ed ogni volta la corrente ci riportava avanti, mentre lo specchio d’acqua si illuminava sinistramente, di rosso, di azzurro, di viola, di giallo, e gli scoppi mi laceravano le orecchie, io scorgevo, con una sorta di leggero, pazzo terrore, un soldato che mi puntava contro il moschetto.

in Nuova Stampa Sera. Torino, 13-14 novembre 1951.

*

L’autrice sembra rievocare in parallelo una condizione antecedente, che Venezia aveva tuttavia subìto solo parzialmente, essendo sempre stata una zona protetta dalla violenza militaresca anche durante il conflitto mondiale. La centralità assunta dall’esterno – le luci, l’acqua, i colori – attesta lo stile visivo, da ‘pittrice di prose’, che emergerà anche in un altro racconto:

Finestra sul cielo

Mia madre resta alla finestra anche quando io salgo sul motoscafo, e il motoscafo passa proprio sotto la nostra finestra. L’acqua del canale si gonfia sembra arrivare alle «fondamenta». Lì sopra, la nostra casa, piccola e vecchia, sembra un giocattolo, è un po’ storta, con i muri sciupati, il tetto leggermente a sghimbescio, tuttavia fa ancora la sua figura, e la finestra fiorita è realmente bellissima.

Lungamente, prima che il canale volti a destra, io guardo indietro, quel colore azzurro grigio della pietra, la facciata screpolata, il marmo bianco del cornicione, dove sono i nidi delle rondini e dei passeri, che la mattina scendono a cercare briciole di pane che io butto fuori. Ogni volta che mi allontano così, il cuore si stringe di malinconia, il volto di mia madre diventa sempre più piccolo e infine sbiadisce dietro le piante.

Anche la finestra diventa microscopica, e la mia casa addirittura piccolissima: tutt’intorno trionfa il cielo. Allora mi metto a guardarlo e quella luce diffusa ma entra dentro, attraversa gli occhi, penetra in me.

L’acqua batte ai piedi dei palazzi, il motoscafo va veloce, ed io sto vicino al guidatore, qualche volta lui mi cede il suo posto su uno sgabello altissimo, dentro la cabina. Mi succede di dimenticare la fermata dove debbo scendere, e spesso il bigliettaio mi fa pagare la multa, ma la pago volentieri.

Lui apre una borsa di cuoio, stacca un biglietto azzurro, dice: «La differenza, per quale fermata?» «La prossima», rispondo io, ma sempre vado più avanti.

L’acqua si fa nera, il canale si apre, tutto il cielo ingrandisce, diventa smisurato, qua e là per gioco se ne stanno isole con verdissimi giardini.

in Nuova Stampa Sera. Torino, 7-8 giugno 1952.

*

Il distacco dalla casa, qui, coincide con quello rivolto alla figura materna mentre la finestra si rivela non solo il tramite tra l’interno e l’esterno ma anche il limite tra il privato e un altro “privato” vissuto da fuori, nel rapporto con il cielo, l’acqua e le terre emerse (le isole). È sempre il “guardare” che rivela i dettagli, i quali diventano tasselli di una ricerca del sé e degli altri, come in un testo successivo, in cui si ha uno spaccato verso il Lido e il mare attraversando dapprima la città:

Il primo bagno

È giugno, la primavera nell’aria rende la gente felice, o forse sono io che credo di vedere tutti sorridenti, persino con gentilezza. Con mia madre sono a Venezia, abbiamo riaperto le finestre della nostra casa che di inverno furono chiuse, e i gerani, conservatisi verdi tra i doppi vetri, ora si affrettano a mettere fiori, per fare buona figura.

Questo cielo che io amo, mi lascia in cuore un’impressione di grandissima gioia il suo color non è quello di Milano, né di Genova o Roma, questo è un cielo veneziano e basta. Per descriverlo avrei bisogno di nuovi aggettivi, quelli correnti, abituali a me non servono, così mi accontento di guardarlo, di respirarlo. Che cosa è il cielo? Tecnici e studiosi potrebbero parlarmene con base scientifica, ma è impossibile spiegare questo azzurro diffuso, uniforme e mutevole, questa dolcezza di un leggerissimo vento che smuove nuvole vaghe, filamenti, fiocchi di nuvole.

Mi piace, in questi giorni, abbandonarmi a una pigrizia del corpo e dell’animo, adagiarmi nel contemplare immagini che il cervello riceve come un dono raro, bellissimo della vita.

Io e mia madre, vive tutte e due, godiamo di esserlo, i nostri piaceri sono sensibili e puri, come i nostri discorsi, le nostre passeggiate, i nostri sonni. Ritrovateci insieme dopo un distacco invernale, ci raccontiamo quello che avvenne, mia madre dice e non dice, io faccio lo stesso. In fondo, che importanza hanno le cose passate, quando come punto d’incontro abbiamo scelto una città diversa da tutte?

Sorridiamo per questo, e spesso, passeggiando in Piazza, lungo la Riva, oppure indugiando ai negozi delle Mercerie, salendo e scendendo ponti, i nostri discorsi si perdono, le parole volano, resta in noi quel sorriso, le labbra atteggiate alla gioia, appunto perché siamo a Venezia ed è primavera. Di notte, il nostro sonno è leggero, sotto le finestre nel Canale avvertiamo il rumore delle gondole che ondeggiano appena, e qualche canto che arriva dalla Fondamenta di fronte, una voce di bambino che piange.

Tra i vetri lasciamo le tende blu alzate, e di mattina, prestissimo, ci svegliano.

– Guarda – io dico – anche oggi il cielo è azzurro.

in Stampa Sera. Torino, 9-10 luglio 1954.

*

Milena Milani “dipingeva con le parole”, utilizzando il testo in termini figurativi com’era d’uso, ad esempio, anche da parte di Lalla Romano. Connotando elementi e oggetti – sempre colorati – faceva vedere al lettore quanto il suo occhio registrasse, spingendosi fino alla prosa poetica.

Il suo stile lirico, certamente formatosi grazie ai versi di cui era autrice, invita a leggerla, a riconoscere il suo io poetico anche nella narrazione e a scoprire una voce in grado di distinguersi nel panorama mainstream del suo tempo e del nostro.

© Alessandra Trevisan

***

Per le citazioni si rimanda a: A. Trevisan, Diario veneziano e altri racconti: la rubrica di Milena Milani sul quotidiano La Stampa. Con un affondo sul Premio Strega, pp. 185-208, in Atti di Convegno Venezia Novecento. Le voci di Paola Masino e Milena Milani a cura di A. Ceschin, I. Crotti e A. Trevisan (Edizioni Ca’ Foscari, 2020) disponibile qui

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