♫ Marta Fabiani – Maratona

di Marco Scarpa

Era il 1977 l’anno in cui questo libro usciva per la Cooperativa Scrittori. Più di quarant’anni. E non ha perduto un minimo dello smalto. Il linguaggio diretto, nessuna concessione al perbenismo, un pugno allo stomaco. Dire senza la necessità di trovare la parola pacata. Una scrittura non addomesticata la cui asprezza sta nell’adesione alla vita. Mi pare che si respiri una urgenza che molta poesia di oggi ha smarrito. Marta Fabiani non usava il cucchiaio per raccogliere le impressioni ma affondava il coltello nelle piaghe aperte.

E, ribadisco, era il 1977. Un anno di rottura. L’anno dell’avvento del punk. La Rai inizia con le trasmissioni televisive a colori. Elvis tiene l’ultimo concerto live della sua vita. Inizia la vendita dell’Atari 2600, l’antesignano dei videogiochi moderni. Inizia il processo per la strage di piazza Fontana. Insomma, di acqua sotto i ponti ne è passata. Ma certe poesie restano, fiere e forti, a rivelare come l’evoluzione sia una patina superficiale che ammanta la forma, cambia vestito al quotidiano, aiuti più che altro a cambiare la vista. Eppure l’essenza, le dinamiche umane, quel pieno di tragedie e irrisolti rimane insito nel dna.

Nel suo complesso questo libro è un flusso continuo, inesausto, ruvido. È uno specchio per alcune situazioni critiche, vicende di vita che aprono tagli. Al centro le donne, ferite, messe alle strette, usate, soggiogate e gli uomini, spesso aguzzini, padroni, schiavisti, supponenti e inguaribili dominatori. E una voce fuori dal coro che chiama a raccolta, eleva l’orgoglio femminile, dà due schiaffi a parole a chi le si para davanti.

Sono poesie che vanno dritte al sodo, crude e stanche di subire. Vitali, di e per una vita più degna, nel solco di una riappropriazione di un ruolo per troppo tempo denigrato. Vorrei poter dire che sono figlie di anni in cui altri temi erano argomenti chiave (dal potere decisionale in famiglia alle violenze domestiche, dalla rete di sostegno di associazioni e consultori alla possibilità di lavorare al pari dell’uomo e via dicendo) ma la verità è che i passi in avanti sono stati molti come molti sono stati i passi laterali. Lo spostamento del problema non sottintende una risoluzione. Quanto spesso si parla ancora oggi di femminicidi e soprusi e di mancate denunce e la scia impetuosa di frasi senza ritegno (se l’è cercata, sono tutte così e non vado oltre per decenza). Così quando in queste poesie Marta Fabiani ammonisce la donna di turno di essere cogliona, stronza o molti altri epiteti è un tentativo ultimo di provare a sensibilizzare le anime femminili dall’arcaica missione di volere/dovere servire più che emergere con il proprio io. A partire dal sesso/amore, spesso l’ecatombe della dignità più che il punto più alto della gioia di vivere. Momento topico in cui il servire sovrasta il godere.

A chiusura del libro, una serie di poesie che riprendono in mano i protagonisti di molte favole incastonate nella memoria di tutti. E altri affondi per disvelare e raccontare diversamente, cambiare l’ordine delle cose, virare le storie.

Questa poesia è fondamentale per più aspetti. La sua nudità la rende vera fino al midollo. I suoi temi la rendono essenziale faro nella notte della ragione. La sua scrittura senza mezzi termini, priva di orpelli e visioni incantate riesce ad elevare questo cumulo fumante di versi. Una scrittura “alta” e d’avanguardia senza dover ricorrere a stratagemmi intellettuali o perifrasi arzigogolate. Pane al pane, vino al vino. Un pugno allo stomaco, si diceva, come dovrebbe sempre essere quando si tratta di scrittura necessaria.

© Marco Scarpa

Il podcast de Le Ortique:

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