Rossana Ombres: “Principessa Giacinta”, lo scardinamento del romanzo

di Jessy Simonini

Nel deserto di studi e ricerche su Rossana Ombres e nella scarnissima bibliografia di riferimento sull’autrice, se si escludono i rari contributi critici che si focalizzano in prevalenza sulla poesia, il discorso sulla forma-romanzo per Ombres si baserà sul testo nella sua esistenza materiale e sulle sue opere in una prospettiva storica, finalizzata a risituare la scrittura di Ombres in un preciso contesto, che si estende tra i primissimi anni settanta sino all’alba del nuovo millennio, con uno sguardo particolare su Principessa Giacinta, la sua prima prova narrativa.

Ombres arriva al romanzo tardi, quasi che la sua prosa rappresenti un “secondo mestiere” cui giunge soltanto dopo un lungo apprendistato poetico, principiato a metà degli anni Cinquanta con la prima raccolta in versi, Orizzonte anche tu del 1956. Decennio, quello dei Cinquanta, che è proliferante per le autrici italiane di narrativa: è del 1951 Le donne muoiono di Anna Banti e dell’anno successivo Quaderno proibito di Alba de Céspedes; del 1953 è Il Mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, mentre al 1957 risale L’Isola di Arturo di Morante. Non sono che alcuni, significativi esempi di una forte presenza di autrici nel panorama della narrativa italiana negli anni in cui Ombres inizia a muovere i primi passi nell’universo della scrittura.

L’esordio in prosa di Rossana Ombres non si situa tuttavia in continuità con le autrici qui citate, ma ci impone di tentare una rilocalizzazione e di impostare nuove coordinate critiche. Infatti, Principessa Giacinta, pubblicato da Rizzoli nel 1970 è un romanzo totalmente “altro” rispetto alla tradizione già evocata. Il tentativo di Ombres sembra quello, ardito, di costruire un nuovo linguaggio e di smagliare, dal di dentro, la forma-romanzo in quanto tale, definizione che sembra perdere di importanza e di significato. In linea con la temperie sperimentale dell’epoca, Ombres si allontana infatti dalla forma del romanzo tradizionale e segue il sentiero scosceso di una sperimentazione quasi travolgente e ustionante, che si esprime su tutti i piani: quello linguistico, quello stilistico, quello più marcatamente “diegetico” e di costruzione dell’intreccio narrativo.

Non che questa progressiva polverizzazione del romanzo rappresenti un elemento di grande novità o dalla portata sovversiva (per un’autrice che ci pare, almeno su questo piano, come tutto sommato impolitica), giacché proprio a quegli anni risalgono alcuni nobili tentativi di scardinamento: il Tristano di Balestrini esce nel 1966 per Feltrinelli, mentre La figlia prodiga di Alice Ceresa esce e vince il Premio Viareggio l’anno successivo. Ma se il gruppo ’63 si scioglie nel 1969, Ombres si affaccia comunque alla Neoavanguardia con certo interesse: lo mostrano in maniera trasparente anche alcuni testi contenuti Nell’ipotesi di Agar, sua raccolta di poesie uscita nel 1968 nella collezione “rosa” di Einaudi, oltre al romanzo del 1970.

Principessa Giacinta è in linea con alcune tendenze letterarie coeve. Utile notare qui la particolare forma assunta dal romanzo stesso, che si presenta come una conversazione interrotta o piuttosto una “sotto-conversazione”, per riprendere una definizione di Nathalie Sarraute. Sotto-conversazione che si esprime attraverso i tratti dell’interferenza, deformando l’ordinaria articolazione del linguaggio e del discorso, attraverso la rappresentazione, sul piano narrativo, di un flusso di coscienza (o di incoscienza), spinto sino ai margini estremi e debordanti del delirio mistico che occulta ogni possibilità di comprensione:

Sono Caterina e ho la pancia flaccida per aver partorito molti bambini e contemporaneamente sono una ex suora che dorme casualmente con Caterina e le tocca la pancia e la sente flaccida. […] Da qualche giorno solo al telefono o al Giornale sono io, appena fuori Caterina mi assorbe e io riesco a scartare di lei solo uno stupido tic trigeminale. Ci sono dei momenti in cui provo, essendo Caterina, una sfrenata antipatia per l’altra, ossia per me, e allora tento i rimedi gretti, casalinghi e monocordi di Caterina.

In questo apparente rifiuto o ribaltamento della forma romanzo tradizionale, Ombres opta per una narrazione in cui ogni punto di equilibrio viene spostato, ridefinito e pare impossibile orientarsi. La “storia” narrata si può comprendere solamente dopo un difficile tentativo di scavo, in uno strato sotterraneo che ci fa penetrare nell’universo delirante della narratrice, che parla alla prima persona, stretta fra tensione e attrito, fra la lucidità e la psicosi. E forse il romanzo raffigura proprio una psicosi, rivolgendo lo sguardo verso la vita organica e materiale, il mondo del corpo, la personale farmacopea della soggettività narrante. Soggettività che, almeno a tratti, possiamo identificare con Caterina di Bora, la sposa di Lutero, o come un personaggio che in essa si identifica o che da essa prende le mosse, come annunciato dalla stessa autrice in una breve avvertenza introduttiva: secondo Ombres il personaggio presentato “ossessivamente affonda” in Caterina e di questa Caterina, personaggio storico, assume talvolta l’identità malferma e imprecisa.

In questo primo romanzo, in parte coerente con gli indirizzi teorici della Neoavanguardia, vi è dunque il tentativo di riprodurre la psicosi stessa sul piano testuale; il delirio trova così domicilio nel testo: attraverso le interruzioni, le fratture, le frequenti visioni e lo spostamento dello sguardo, continuo e imprendibile, della stessa narratrice. Secondo Cesare Garboli: “si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una perdita di personalità organizzata, alla messinscena di un delirio” che si consumano nello spazio angusto di un appartamento da cui la donna non esce mai e comunica solo per telefono, o attraverso lettere (anch’esse riprodotte nell’ordito narrativo) che non sappiamo se effettivamente giungeranno mai a destinazione. Più nel profondo, per Garboli, Principessa Giacinta (titolo che potrebbe rievocare un’opera art nouveau di Alfons Mucha), sarebbe un ritorno all’universo dell’infanzia e alle visioni di quello che egli definisce “un embrione”.

Interpretazione stimolante, quella di Garboli che tuttavia, come quella di alcuni critici coevi (a Principessa Giacinta viene attribuito il Premio Sila nel 1971, e in tale occasione Carlo Bo la identifica come un’esponente “del più agguerrito sperimentalismo italiano”), non tiene in considerazione la dimensione del genere, da sondare con più precisione, giacché l’universo rappresentato da Ombres in questo suo romanzo dai tratti sperimentali è propriamente “femminile”, con un particolare interesse rivolto al corpo della donna, nella sua dimensione organica e materiale, quasi che il romanzo rappresenti anche la “memoria di un corpo” con tutta probabilità vittima di un incidente o di una forte sofferenza fisica o psichica. La corporeità trova una sua espressione nella scrittura, anche nella frattura profonda che si definisce fra l’io narrante e il resto del mondo, come luminosamente viene mostrato in questo estratto:

Mi ossessiona il pensiero che non potendo esiliarli sarò costretta a sopportare la mia inclusione in una comunità dove l’unico elemento eterogeneo, la calpestata minoranza, sono io: la maggioranza deciderà le nuove condizioni d’ambiente ed io, dinosauro o tigre dai denti a sciabola a cui non danno il tempo di figliare una mutazione adatta alla sopravvivenza, mi estinguerò. A meno di tentare con loro qualcosa come una solidarietà locale, per esempio eleggendoli a capostipiti: ecco qui la discendente meno gloriosa, la nipote che traligna- ci siamo! È la figura di un libro per bambini- e diventa un Gulliver balordo e ingombrante. Oppure,

Non mancano, poi, i riferimenti mitologici e religiosi che a un primo sguardo possono sembrare parte di un delirio mistico, ma che in realtà si inseriscono in una precisa genealogia di fonti e di “origini” da rintracciarsi pure ne L’ipotesi di Agar. La premessa dell’autrice si sofferma appunto sulle fonti, che “possono essere individuate nella predicazione dei Testimoni di Geova e dei seguaci della Chiesa del Regno di Dio”, ma che si ritrovano pure nella mitologia: dai riferimenti all’Armageddon ai Giardini di Tel Aviv (la questione ebraica è per Ombres una ricorrenza). Questa ricorrenza delle origini- origini plurime, dall’ascendenza ebraica alle origini calabresi di una parte della sua famiglia- è sempre da tenere in considerazione quando ci si avvicina alla produzione poetica o narrativa di Ombres, in quanto essa rappresenta un’essenziale chiave di lettura per comprendere alcuni aspetti centrali della sua poetica. Così è anche per Principessa Giacinta, dove questo sostrato emerge ripetutamente nel corso dell’ordito narrativo.

Sicuramente si può considerare Principessa Giacinta come un hapax in termini stilistici e poetici nella produzione narrativa di Ombres, giacché fin dal romanzo successivo, uscito alla fine degli anni Settanta, Memorie di una dilettante, vengono abbandonati schemi e stilemi della neoavanguardia, in favore di una lingua più limpida e di un’evoluzione narrativa lineare. Ma vi è comunque un elemento di continuità fra i romanzi: la rappresentazione quasi esclusiva di personaggi femminili, in prevalenza di estrazione borghese, che si situano al centro della narrazione. Centralità che si traduce spesso in un offuscamento dei personaggi maschili e in una riaffermazione di queste soggettività, di cui si mette in rilievo l’indipendenza e l’autonomia. È così in Memorie di una dilettante, pubblicato Rizzoli nel 1977, che mette in scena il rapimento della “signora Meana”, una donna della media borghesia settentrionale e della trasformazione avvenuta durante la prigionia. Ancora più evidente, con tutta probabilità, in Serenata, pubblicato nel 1980: accantonato definitivamente lo sperimentalismo estremo e soffocante del primo romanzo, ripristinata la chiarezza e la trasparenza della lingua e dello stile, l’autrice recupera anche una certa linearità nella narrazione, focalizzata sul personaggio di una giovane donna in carriera, responsabile editoriale di una grande casa editrice del settentrione. Il viaggio che deve compiere, per recuperare il manoscritto (inesistente) di un misterioso poeta meridionale, è prima di tutto un viaggio verso le proprie origini e le radici della propria famiglia, oltre che verso la scoperta della propria soggettività femminile, in un sud che molto deve, a nostro avviso, al realismo “magico” di alcune narrazioni precedenti.

Anche i due romanzi successivi si allontanano sempre di più dal primo progetto narrativo di Ombres. Notevole sottolineare, per l’ultimo romanzo, Baiadera, del 1997, la scelta linguistica operata dall’autrice, che ha deciso di riportare nel testo la propria personale “lingua del sogno”, un personale idioletto legato alla città di Casal Monferrato, dove Ombres ha passato la propria infanzia. Non si tratta del dialetto del Monferrato, ma piuttosto una lingua personale, unica, che ricuce insieme i ricordi d’infanzia ad una dimensione onirica: senz’altro l’interesse maggiore di Baiadera risiede in questa scelta linguistica e, di riflesso, stilistica, resa più agevole da un glossario che permette al lettore di orientarsi più efficacemente nel testo.

Nonostante i romanzi di Ombres siano molto diversi fra loro– prove narrative che testimoniano lo sguardo profondo e multiforme dell’autrice oltre alla particolare temperie culturale e letteraria della loro epoca- vi è un aspetto che accomuna le vertiginose e deliranti pagine di Principessa Giacinta con i romanzi successivi: non semplicemente l’interesse già citato per i “personaggi femminili”, ma uno sguardo particolare, obliquo sul mondo delle donne, che traluce un particolare orientamento da parte dell’autrice. Forse lontana dalle interrogazioni di quegli anni sul femminismo politico, Ombres imposta tuttavia un discorso profondo e incisivo sulla soggettività femminile, restituendole una corporeità e un’esistenza materiale.

È proprio su questo terreno che si esprime l’interesse e l’attualità delle prove narrative di Rossana Ombres: nel riaffermare (a partire da Principessa Giacinta) l’identità sessuata dei suoi personaggi, nel costruire personaggi femminili autonomi e, in molti casi, opposti all’autorità o alla comunità cui dovrebbero essere integrate, ecco che viene a definirsi una possibile resistenza alle strutture patriarcali dominanti e che si manifesta pienamente il possibile, taciuto “femminismo” ombresiano.

© Jessy Simonini

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Questo articolo è già apparso nel numero monografico dedicato a Rossana Ombres della rivista de Le Voci della Luna, nella sezione “Carte da slegare”.

Sabato 29 maggio, alle 17.00, sarà presentato questo numero della rivista sul canale YouTube de Le Voci della Luna: https://www.youtube.com/channel/UCnvddfx3lxNZnORkD-czSxw

Dialogheranno insieme: Andrea Breda Minello (poeta, traduttore); Beatrice Manetti (Università di Torino); Jessy Simonini (Le Voci della Luna); Francesca Zambon (Brown University)

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