Laura Di Falco, una voce per Ortigia

Nell’incipit de L’inferriata, il romanzo più noto di Laura Di Falco, candidato al premio Strega nel 1976 da Eugenio Montale, crolla al suolo un meraviglioso lampadario di vetro di murano gioia degli occhi al primo risveglio del mattino degli antichi marchesi… Una caduta di garofani gialli e di rose di vetro dello stesso colore, variegate da un leggero tono amaranto, che all’apertura delle imposte rispondevano ai raggi del sole con uno scintillio perfino crudele.

Un corpo scintillante che va in rovina e i cui pezzi andati in frantumi saranno contesi dalle donne di famiglia. Ma in questo romanzo che cosa si rompe, quale organismo si logora? Attraverso la scrittura quale mondo si apre davanti ai nostri occhi, così vivo anche a distanza di anni?

Difficile dire come si arrivi a scegliere un’autrice da conoscere più in profondità rispetto ad altre, farne cioè lettura e rilettura per assorbirne il ritmo, la voce. E volerne sapere di più, immaginarne le vicende private, i passaggi di vita. Mi piace, quando questo accade, trovare delle connessioni invisibili, fili che legano oltre il tempo e lo spazio, rintracciare simbolicamente dei nessi che abbiano a che fare con la mia privata esistenza. Quel qualcosa che scopri dopo, che stupisce, fa sorridere, fa dire: guarda un po’ che coincidenza.

Laura Di Falco è una di queste autrici, è nata a Canicattini Bagni il 3 settembre del 1910, da Francesco Carpinteri, un ingegnere, e da Clelia Alfieri che apparteneva a una famiglia di proprietari terrieri. Il 3 settembre è la data del mio onomastico, mi chiamo Clelia. La famiglia di mia madre ha vissuto il terremoto del Belìce e in fatto di pezzi e cocci ne so qualcosa. Ecco fatto. Ma al di là di questo, che è soggettivo gioco di fantasia, Laura Anna Lucia Carpinteri sposata Di Falco è una delle voci della letteratura del ‘900 che merita di uscire dall’oblio e trovare, di nuovo, a pieno titolo il posto che le spetta.

Lo sguardo lucido, impietoso, a tratti visionario, di Laura Di Falco ci proietta in un universo narrativo in cui le trasformazioni storiche, sociali, di costume del secolo scorso compaiono, in larga misura, attraverso la vita delle donne. In situazioni e contesti diversi, nei suoi romanzi ci sono madri, figlie, amanti, parenti, amiche, nemiche che subiscono condizioni di arretratezza culturale, che si ritrovano a vivere in ambienti asfittici e ipocriti, che cercano una forma di liberazione che si consuma nella solitudine.

I legami familiari e i relativi modelli tradizionali fanno spesso da sfondo alle vicende e nelle conflittualità tra genitori e figli si articola il desiderio di evolversi e di configurarsi in rinnovate fisionomie identitarie. Nella narrativa e nei romanzi di Laura Di Falco il cammino dell’emancipazione, così irto di spine, consegna le vite dei personaggi allo smarrimento, talvolta alla immoralità, a relazioni uomo-donna vissute ossessivamente, a ripiegamenti in forme di accettazione e sottomissione, a turbamenti che sono spirituali e carnali al tempo stesso.

Compare, inoltre, nell’opera della Di Falco un richiamo evidente al Meridione e in particolare alla Sicilia che in quanto terra tragica e contraddittoria diviene metafora di forti conflitti interiori e che rappresenta la società italiana di allora, come di oggi del resto, dilaniata tra tensione civilizzatrice da una parte e prospettive future stravolte da corruzione e disastri ambientali dall’altra. Come scrive Nadia Terranova, che più volte ha parlato dell’opera di questa scrittrice consigliandone la lettura: «L’inferriata andrebbe studiato anche solo per come racconta l’inizio della decadenza dei centri storici nelle città italiane» (su Robinson 27 febbraio 2021).

Per saperne di più sull’autrice ho voluto, innanzitutto, chiedere a Fausta Di Falco, titolare della casa editrice VerbaVolant e pronipote di Laura. Le ho posto delle domande su chi sia stata la zia, cosa ricorda di lei.

«Laura Di Falco era la zia di mio padre, la moglie del fratello di mio nonno. Aveva scelto di utilizzare come “nome d’arte” il cognome del marito. Quando ero piccola lei viveva, già da tanti anni, assieme a marito e figlia, a Roma. Quindi le occasioni di incontro non sono state molte. Ricordo in ogni caso una giornata passata a casa sua, tra i suoi quadri e le collezioni dello zio che, per lavoro, viaggiava per il mondo. È stata la prima volta in cui ho visto i suoi quadri; Laura era infatti anche una pittrice e alcuni suoi lavori decoravano le pareti della sua casa romana.

L’idea di ripubblicare i suoi romanzi è nata qualche anno fa. Durante le fiere del libro è capitato più volte che, venendo a conoscenza del mio cognome, dei lettori mi chiedessero se fossi parente della scrittrice Laura Di Falco e si dispiacevano del fatto che le sue opere, così interessanti, fossero ormai quasi introvabili. Per questo motivo, ovviamente confrontandomi con la figlia di Laura, abbiamo deciso di riproporre alcuni suoi testi. È stata un’operazione interessante per diversi aspetti; infatti, per portarla a termine, abbiamo dovuto consultare l’archivio di Laura Di Falco che è stato donato al Comune di Canicattini Bagni. E questo ha fatto sì che conoscessi io stessa molto meglio la vita e le opere di Laura.

Il primo romanzo che abbiamo ripubblicato è stato L’inferriata. La scelta è caduta su questo sia per motivi affettivi (è stato il primo che ho letto), sia perché è stato vicino a vincere l’ambito Premio Strega, sia perché è ambientato nella “mia” Ortigia. Adesso posso dire che si è trattato di un’operazione riuscita che ha dato occasione a tante altre persone di conoscere o riscoprire un’autrice di talento e molto piacevole da leggere».

Laura Di Falco, quindi, dopo i primi anni vissuti a Canicattini Bagni, si sposta a Siracusa per frequentare il liceo classico Tommaso Gargallo e a diciotto anni va a vivere a Pisa per studiare filosofia alla Normale dove si laurea nel 1932. Che una ragazza siciliana andasse a vivere lontano da casa era, a quell’epoca, un fatto fuori dalle regole e non fu certo facile, ma per Laura la città di Pisa diventa il luogo in cui poter stabilire relazioni e amicizie in un ambiente letterario stimolante e con personalità di spicco che le consentono di ampliare la sua cultura e aggiungere alla sua formazione un tratto nazionale. Torna a Siracusa, dopo la laurea, in veste di insegnante e quindi si trasferisce a Roma dove insegna presso gli Istituti Magistrali, dato che il regime fascista non consentiva alle donne di insegnare nei Licei. Ma nella capitale entra in contatto con artisti e intellettuali, vive con il marito Felice Di Falco con il quale condivide le idee antifasciste, per un certo periodo l’attività politica e l’appartenenza al Partito d’Azione, i viaggi. E dall’unione nasce una figlia. Laura sceglie di usare il cognome del marito per firmare le proprie opere. Quando Laura Di Falco comincia a pubblicare è il 1948, con la novella La passeggiata a metà Aprile pubblicata sul quotidiano La Nazione di Firenze, e nel 1950 un suo racconto appare su Il Mondo, diretto da Pannunzio. Comincia quindi a frequentare il salotto letterario di Maria Bellonci con la quale, nel tempo, stringe un legame d’amicizia ed entra a far parte degli Amici della domenica, così definiti dalla stessa Bellonci:

La storica lavagna del Premio Strega con i finalisti del 1960, tra i quali c’è Laura Di Falco.

Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo.

E al momento di costituire la giuria del Premio Strega si stabilì che tutti i componenti del gruppo che si era formato con tanta naturalezza nel 1944, unito in uno spirito rinnovatore […], avessero diritto al voto.[1]

Con il romanzo Paura del giorno, uscito nel 1954 per Mondadori, Laura Di Falco ottenne uno straordinario successo di pubblico e critica. Secondo Eugenio Montale «si rivela in quest’opera prima un talento narrativo più che notevole». Seguirono Una donna disponibile (Sciascia Editore, 1959), finalista al Premio Strega l’anno successivo e vincitore del premio Erice Venere d’argento nel 1961. Tre carte da gioco (Rizzoli, 1962). Le tre mogli (Rizzoli, 1967), il cui premio Nino Savarese le valse la cittadinanza onoraria della città di Enna. Miracolo d’estate (Rizzoli, 1971), infine L’inferriata (Rizzoli, 1976). Autrice di altri romanzi e oltre quaranta novelle, ha sempre incontrato il favore dei critici più severi come Eugenio Montale, Aldo Bocelli, Carlo Muscetta, Walter Mauro e Mario Sipala. Significativi anche i premi che le furono conferiti: il premio Savarese, il premio Sybaris Magna Grecia, il premio Vittorini.

Ne L’inferriata, come spesso accade in letteratura, si ritorna al luogo d’origine per farne paesaggio interiore così colmo e denso di significati da rendere la narrazione un mondo indimenticabile. Il lampadario che compare nell’incipit del romanzo, seppure …ridotto a un mucchio di rottami; così com’era esso faceva sempre parte di quel mondo proibito ai più costituito dagli ultimi palazzi nobiliari rimasti ancora in piedi nell’isola di Ortigia, sangue e cuore della vera Siracusa, definita dai suoi stessi abitanti, ora con orgoglio, ora con affettuoso compatimento, lo Scoglio… rivela la complessità di una realtà che si frantuma tra passato e presente.

La storia, infatti, è ambientata nell’isola di Ortigia, che dopo la colonizzazione greca venne collegata alla terraferma utilizzando un accumulo di terreno realizzato artificialmente. L’isola, detta “lo Scoglio”, è stata poi collegata alla città da un ponte soprannominato “u rettifilu”, il rettifilo. C’è già, in questo andare e tornare, in questo spostarsi o restare “attaccati” (inevitabile pensare a Verga e all’ideale dell’ostrica), la tensione del romanzo che a vari livelli incarna lo strappo interiore dell’andare via o del restare, di chi è lontano e desidera il ritorno, di chi vuole fuggire, o fugge e non trova quello che desiderava. Il cuore antico della città di Siracusa, Ortigia, raccoglie il fascino delle stratificazioni storiche sin dal tempo dei greci, le acque, la vegetazione, gli animali e le pietre che fanno di questo un luogo unico al mondo. Eppure, come accade troppo spesso in Sicilia, è descritto come luogo di abbandono e di mancanza di cura, di degrado che schiaccia chi lo ama e ne rende dolorosissimo il viverci.

La vicenda del romanzo, ambientata alla fine degli anni sessanta, vede protagonisti uomini e donne di varie generazioni a confronto. Diletta è la giovane figlia di Emma, donna di nobili origini, ansiosa e senza gioia, e di Gino De Marco, di ben più umili origini ma che salva la famiglia della moglie dalla miseria. Vivono nel grande palazzo che mantiene il fasto ormai tramontato della nobiltà a cui non intende rinunciare la nonna marchesa, generalessa dell’esercito familiare, disseminato fra i vari palazzetti della vecchia Ortigia attraverso varie figliolanze e complicati intrecci di parentele; sovrintendente agli avvenimenti non solo interni ma anche esterni al palazzo, nell’arduo compito, assurto ormai a missione, di tenere alto l’ultimo prestigio della nobiltà dello Scoglio, contro l’espandersi prepotente della città nuova di cemento oltre il ponte della Darsena.

La giovane Diletta incarna lo slancio e la ricerca di un nuovo modo di vivere e rappresenta, anche, un nuovo modello di donna, caparbia e indocile, pronta a sovvertire le regole. Si ribella al mondo ormai vecchio e retrogrado in cui vive la sua famiglia e, con un silenzio ostinato e la minaccia di non concludere l’ultimo anno di scuola fino al diploma, ottiene di fidanzarsi con Mario, ragazzo la cui estrazione sociale non è certo degna del suo rango. Ma ben presto deve fare i conti con se stessa, con la delusione che prova quando il suo fidanzato si integra rapidamente e accoglie la logica formale e di maniera del casato. Chi invece s’inserì a suo agio nel gruppo fu proprio Mario, come se si fosse trattato del suo ambiente naturale. Egli entrò nel salone con la faccia sorridente sulla tela chiara dell’abito estivo. Rivolse a tutti un sorriso (mai Diletta lo aveva sperimentato così espansivo)… si diresse verso la nonna seduta sotto lo stemma baronale e le baciò la mano; poi, come la cosa più naturale del mondo, le posò le labbra sull’architettura dei capelli…

Diletta si disorienta, il sentimento d’amore che animava la sua ribellione svanisce all’ombra di una forma di opportunismo di classe, i volti si trasformano in maschere e la smania di immaginarsi diversa cerca nuove soluzioni che la tormentano. Le tante altre figure e personaggi del romanzo si intrecciano in un insieme corale. Compaiono zie, cognati, amici di famiglia che vanno a palazzo per guardare la tv (si cita l’allunaggio dell’Apollo Tre, evento probabilmente trasfigurato dall’autrice poiché non corrisponde per datazione agli avvenimenti storici relativi alle imprese spaziali), invitati a pranzi che diventano sempre più sporadici per mancanza di denaro, scenari che hanno fatto accostare la narrativa di Laura Di Falco a quella di De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Pirandello. I tratti veristi che l’attaccamento alla “roba” richiama possono far pensare anche all’opera di Maria Messina, un’altra autrice poco ricordata, che nel romanzo La casa nel vicolo (prima pubblicazione nel 1921 e poi con Sellerio) mette dolorosamente in luce come è “roba” anche la vita e il corpo delle donne di cui il protagonista don Lucio pretende il possesso. Le due sorelle Antonietta e Nicolina, l’una moglie, l’altra cognata-serva, vivono infatti isolate, costrette a soddisfare e servire l’uomo-padrone in una prigionia dagli esiti tragici.

L’inferriata richiama quel periodo della storia d’Italia in cui avanza il boom economico, l’industrializzazione, l’ottimismo del progresso mentre a Ortigia si assiste al disfacimento dei palazzi nobiliari e delle strade, le coste vengono devastate, le raffinerie insozzano le spiagge e ammorbano l’aria, sul litorale di Priolo si accumulano veleni. Eppure… La progettazione più importante, dice un architetto tornato a Siracusa per certi affari, sarebbe appunto quella del villaggio turistico con una serie di case albergo che si snoderebbero in un complesso a forma di ferro di cavallo nell’ambito appunto del vostro agrumeto…

Un sud che si sgretola come l’arenaria a causa di logiche di un potere arrivista e corrotto, che non salva la bellezza del passato ma che guarda a facili guadagni e al sacco del territorio. La parte nuova della città tutta cemento dove le case hanno i termosifoni e ogni comodità è l’abbaglio del rinnovamento mentre le memorie si tramutano in fantasmi tra le rovine della città vecchia. Nel romanzo si contrappongono quindi l’aggrapparsi cieco ai privilegi di classe che nega la rinascita necessaria e nello stesso tempo lo smarrimento del vivere in un tempo incerto mortificato da nuovi mali. …quel rivolgersi verso il passato le comunicò lo stesso sgomento di quando tentava di proiettarsi nel futuro…

Come ha ben messo in evidenza Ludovica Zaccaria nella sua tesi magistrale, poi pubblicata da VerbaVolant nel 2015, “Dall’isola alla capitale. La narrativa di Laura Di Falco”, L’inferriata condensa in sé temi e generi.

«Il romanzo, imperniato sulle vicende dei componenti di una nobile famiglia che vive “nel più bel palazzo di Piazza Duomo”, è costituito da quattro nuclei narrativi e tematici perfettamente legati fra di loro: la vicenda del capo-famiglia Gino De Marco e del suo agrumeto; la storia della figlia Diletta e del suo fidanzamento con Mario Denaro; la metafora della “malattia” di Ortigia; e le quattro rievocazioni storiche che si riferiscono al passato di Siracusa (le storie di Massimiliano Erculeo, di Nike e Verre, di Santa Lucia ed Eveno, del Vescovo Sofronio)».

Sono, questi ultimi, inserti in cui Laura Di Falco tratteggia scorci storico-visionari spingendo la narrazione verso il fantastico mischiando i generi. Diletta, nell’ansia di cercare una via di fuga dalla realtà stringente e soffocante ma nello stesso tempo nell’incapacità di una scelta radicale, in molte occasioni si ritrova ad aggirarsi per le strade e i meandri di Ortigia e ne rievoca, quasi ne “vede” le storie del passato che simbolicamente rappresentano il presente. La prima rievocazione è relativa all’epoca dell’imperatore Massimiliano Erculeo che diviene fantasmaticamente il padre Gino De Marco, la seconda è relativa alla festa di S. Lucia, martire promessa in sposa a un uomo avido che richiama quindi la figura del fidanzato di Diletta, Mario Denaro. L’inferriata del titolo del romanzo è proprio quella della chiesa di Santa Lucia da cui le monache, in occasione della festa della santa, facevano volare le colombe che invece, con le ali mozzate, precipitavano sulla folla. La terza rievocazione, quella di Nike e Verre, si lega alla storia triste di una cugina di Diletta, Liliana, che viene abbandonata dal marito il quale si impadronisce delle ricchezze di lei e finisce poi con l’essere allontanata da tutti perché disonore per la famiglia. La quarta rievocazione, quella dell’assedio arabo di Siracusa dell’879 d.C. raccontato dal monaco Teodosio e del vescovo Sofronio, narra della distruzione di Ortigia e del massacro dei suoi abitanti.

In questo romanzo così complesso, paesaggi, spazi e luoghi descrivono le azioni dei personaggi. Le cose si incarnano, transitano talvolta nel divino, si mischiano in forme di animalizzazione …portoncini chiusi per sempre con i legni in croce inchiodati, né delle occhiaie delle finestre senza vetri…; Un micio, bianco come neve, balzò sul cornicione e dopo un lungo miagolio sedette immobile. Alla luce del cielo senza più il sole diventò di marmo…; …sembrò volare fra i massi, che sporgevano dalla terra bianchi come ossa di giganteschi animali disseminati lungo la collina…; Il sole venne fuori completamente dal mare, e sotto i raggi ancora radenti l’isola di Ortigia apparve come un roseo crostaceo tirato appena fuori dal guscio…

La creatura-Ortigia assume le sembianze delle persone che la abitano, delle vicende che dal lontano passato arrivano al presente, dello stratificarsi delle epoche, della decadenza. Brevi storie si intersecano e si mischiano con le altre. Come un corpo che inesorabilmente si disfa, cede all’indifferenza e alla mancanza di rispetto e conforto, la città crolla nelle sue parti di pietra, si snatura nell’avanzare di una corruzione avida e ottusa. In un impianto narrativo in cui i singoli personaggi si illuminano attraverso le contrapposizioni di caratteri e mentalità, anche gli arredi, il televisore davanti al quale ogni sera si raccolgono gli amici della marchesa, il palazzo, il freddo dei saloni, lo scirocco, la pioggia, i vicoli, i crolli, le macerie, i piatti e le pietanze, ogni cosa ha colori e ombre.

E l’isola di Ortigia nella sua bellezza struggente sembra richiamare il mistero del vivere e del morire.

La mattina del tredici di maggio un cielo azzurro da cartolina illuminò Ortigia, che sembrò affiorata a un tratto dal mare come una conchiglia frastagliata dalle viuzze, visitate anch’esse da quella luce abbagliante. L’isola si poteva paragonare a una bellissima donna colpita da malattia mortale che vuole ancora risollevarsi dal letto, chiamate a raccolta le ultime forze e nascoste le piaghe sotto splendide vesti. La natura e la primavera almeno per quel giorno avevano cancellato il ricordo delle case in rovina, per sostituire le immagini della vita che sempre si rinnova. Il mare, forse ancora più azzurro del cielo, era quello stesso che, pur con i danni e l’abbandono dello Scoglio, avrebbe seguitato ad attirare forestieri per essere ammirato almeno una volta nella vita…


[1] Sulla presenza delle scrittrici candidate al Premio Strega si rimanda a un prezioso lavoro portato avanti da Giulia Caminito e Giorgia Tolfo (https://www.youtube.com/watch?v=Nmu2efHoIAE).

One thought on “Laura Di Falco, una voce per Ortigia

Add yours

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

Blog at WordPress.com.

Up ↑

Create your website with WordPress.com
Get started
%d bloggers like this: