Elena Salibra e il Realismo Terminale. Intervista al poeta Guido Oldani, suo fondatore.

Elena Salibra è nata nel 1949 e scomparsa nel dicembre del 2014. Siracusana di nascita, dal 1972 ha vissuto a Pisa dove ha insegnato Letteratura italiana contemporanea all’Università. Ha pubblicato saggi di critica letteraria e le raccolte poetiche Vers.es (Diabasis 2004, cinquina del Premio Viareggio-Repaci 2004), Sulla via di Genoard (Manni 2007, finalista al Premio Mondello 2007), Il martirio di Ortigia (Manni 2010), La svista (A&B 2011, vincitore del Premio Contini Bonaccorsi), Nordiche (Stampa 2009 2014, vincitore del Premio Viareggio-Repaci 2014, del Premio Pisa 2014 e del Premio Contini Bonaccorsi 2015). Nordiche è in corso di traduzione in Austria.

Guido Oldani è nato nel 1947 a Melegnano, dove vive. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche, tra cui Stilnostro (1985) e Il cielo di lardo (2008). Nel 2010 esce Il Realismo Terminale, breve saggio legato alla poetica possibile nel terzo millennio. Nel 2018 pubblica La guancia sull’asfalto. Nel 2014 la poetica diventa movimento con il Manifesto breve citato nell’intervista. Il Manifesto sarà poi tradotto per gli Annali di Italianistica negli Stati Uniti, ma approderà anche in Russia e Cina, Paesi Arabi, Sudafrica, così come in Germania, Polonia e Svezia. Nel 1997 è stato invitato al “Convegno internazionale di artisti e poeti europei” alle isole Holland; nel 2000 alla Columbia University di New York, così come al convegno “Varcar frontiere” all’università di Losanna. Tra i premi alla carriera spicca quello del 2019 ricevuto dalla Repubblica Popolare Cinese. È stato invitato al Festival mondiale di poesia di Medellin in Colombia. Dirige la Collana Argani per Mursia ed è direttore del Festival Internazionale “Traghetti di Poesia”. Ha collaborato a quotidiani e periodici quali Affari italiani, Avvenire e Luoghi dell’infinito.

Francesca Fiorentin: Guido, lei è l’ideatore del “Realismo Terminale”, un’importante poetica nata nel 2010 e diventata movimento al Salone del Libro di Torino, il 10 maggio 2014, attraverso il lancio del suo “Manifesto breve”. Tra i firmatari di questo manifesto ci furono Giuseppe Langella ed Elena Salibra. Potrebbe dirci chi era Elena Salibra e perché la sua poetica contiene idee e stili rapportabili a questo movimento? Inoltre, in tutte le opere di Elena trovo un sapiente dominio di linguaggi diversi: il classico, il popolare, il gergo informatico e un inglese base. Fin dalla sua prima opera, Vers.es (2004), questa convivenza di differenti stili crea un contrasto che disorienta il lettore. Non si tratta solo della crisi della parola, ma di una sua vera esplosione. Può parlarci di questa esplosione?

Guido Oldani: La domanda posta è stata edificata in maniera per me stimolante. La carriera poetica di Elena Salibra è iniziata non precocemente ed è durata solo un decennio, a causa della sua scomparsa avvenuta anzitempo. Quando la incontro, siamo nel 2011, lei ha appena pubblicato la raccolta La svista, già sua quarta prova poetica. È un pubblicare serrato, quasi consapevole del poco tempo a disposizione. A mia volta, sono reduce dall’aver dato alle stampe Il Realismo Terminale (2010). È vero, nei testi della Salibra, il linguaggio è anche tecnico-scientifico, ricorre all’inglese, al francese, si avvale della cultura classica di antichi poemi, ma sa immergersi anche nella cultura popolare. La sua mescolanza di registri e di linguaggi ben si apparenta a quanto sostiene il Realismo Terminale: l’accatastamento dei popoli nelle metropoli e il rassomigliare sempre di più della natura ai manufatti. È a seguito di queste dialettiche interferenze tra il lavoro della Salibra e il Realismo Terminale, che si indurrà a presentare la raccolta citata presso la libreria dell’editore Mursia, in Milano, sede del venire al mondo della mia poetica. Successivamente le rilascerò un’intervista sul mio tema centrale, per la sua rivista Soglie.

L’eccellente caos poetico, ben controllato nei suoi testi, è perfettamente collimante con quanto il Realismo Terminale esprimerà attraverso la similitudine rovesciata. Il dialogo si fa sempre più intenso e significativo, tant’è che mi inviterà a tenere una lezione sull’argomento, ai suoi studenti presso l’Università di Pisa. Studenti che la amano e la seguono, in numero davvero sorprendente. Quindi Elena Salibra parteciperà al Festival “Traghetti di Poesia” in Cagliari, nell’estate 2012, poi al convegno dedicato al Realismo Terminale, lì svoltosi. Interverrà con un suo scritto, in collaborazione con il marito, il matematico Enzo Manca, pure fra gli attivi in quell’occasione. Da quel meeting ne uscirà la pubblicazione degli atti a cura sua e di Giuseppe Langella. Si avvia qui la collaborazione fra i due poeti nonché italianisti. Ulteriore passo, in questa effervescenza, avverrà a Book City, in Milano nel novembre 2012, presso l’Accademia di Brera, in confluenza con una mostra internazionale di pittura, promossa dal pittore Stefano Pizzi e dedicata al RT, così come un intervento musicale delle Percussioni Industriali volto a tal fine. Nell’estate del 2013, ci incontreremo al Festival del Mare in Lerici a cura della casa editrice Mursia e nel successivo inverno ancora a Book City, questa volta al Castello Sforzesco, dove interverranno, oltre a noi, Giuseppe Langella, Tiziano Rossi e Franco Loi, con l’attore Gilberto Colla. Oramai, il rapporto avviato in sede teorica con il RT è così maturo che, già a partire dall’inizio del 2014, parteciperà all’elaborazione del Manifesto Breve del RT, ancora insieme a Giuseppe Langella e al sottoscritto. Purtroppo, quando presenteremo nel maggio successivo al Salone del Libro di Torino il Manifesto breve del RT, perché questo sarà passato da poetica a movimento, Elena non potrà esserci per motivi di salute. In quest’anno viene alla luce la sua raccolta Nordiche, che non è una raccolta RT, ma dove ci sono piene le premesse per esso, da lei condivise. Mi verrebbe da osservare che la scrittura di Elena sia sempre più accesamente consapevole di ciò che ha comportato il passaggio del millennio. La poesia di questa autrice è un vero termometro di segnaletica della situazione andata a compimento. In sostanza, la sua adesione teorica al RT ha sigillato pienamente il suo lavoro poetico, attribuendogli di fatto una direzione interpretativa di sbocco. Elena è dunque non tanto una testimone della perdita di senso del nostro mondo contemporaneo, quanto una fertile indicatrice di un nuovo senso, già contemporaneamente in atto.

Nella foto: Guido Oldani con Elena Salibra

Francesca Fiorentin: Nell’opera Sulla via di Genoard (2007) il punto di osservazione della realtà sono le città, che troviamo qui numerose. Il parco Reale del Genoardo, voluto e realizzato dal primo re normanno in Sicilia, si trova appena fuori le mura della città di Palermo. Siamo sulla via di un paradiso della terra, secondo l’etimologia di Genoard (dall’antico normanno, gennet ol hard). “Genoard”, come vuole il titolo, senza la “o” finale, ripristina l’antico nome normanno, nella volontà di cogliere le antiche radici culturali. In nessuna città, sulla via della ricerca di una integrità culturale e linguistica, sarà possibile trovare questo paradiso naturale. Dovunque è confusione di lingue diverse. Riporto qui una poesia di Elena:

Ipotesi per La tigre e la neve

Guido i’vorrei che tu Mario poi Johnny
Salvini il folle e Dante e il burattino
di Collodi s’incarnino in Attilio
divino poeta che nella sua sfida
in versi ha raccontato la famigliare
saga della Maremma dell’Appennino.
ora assistiamo al primo ciac di un’altra 
storia meravigliosa dove ancora
un Attilio consuma prose e stanze
di canzoni seguendo rime e amori.
la tigre con la neve si addolcisce
nel visibilio di contrari pigri
intrecci del potere che il conflitto
del ventunesimo secolo acuisce
trafitto il cuore degli aedi dai canti
di pietà
per l’umanità sempre 
dolente in cerca di giocose gag

Perché questa nuova Babele?

Guido Oldani: Nella domanda si fa riferimento a un testo uscito nel 2007, perciò qui andiamo un po’ in retromarcia, ma le condizioni per la sua poesia e per il RT ci sono ormai tutte, essendo già scavalcato il millennio: perché Elena Salibra è un autore che, avendo prodotto in una sua prima maturità, ha la possibilità di sciacquare il suo lavoro completamente nelle acque del terzo millennio. Il riferimento è alla città di Palermo, ma non dimentichiamo che Elena ha ben conosciuto altre latitudini e nazioni, né va trascurato il fatto che la madre è stata una eccellente pittrice milanese. Come a dire che Elena da subito ha avuto a che fare con una dialettica culturale. Aggiungerei, come accennavo prima, che il rapporto con il marito matematico ha sicuramente facilitato la sua apertura verso il dato tecnologico-scientifico. Siamo, con Sulla via di Genoard, in un fortissimo legame con la cultura e la storia della tradizione, ma il linguaggio è così sporto verso l’avanti da rendere ben difficile la reimmersione della poesia di Elena in ambito solamente novecentesco. Qui, in questa raccolta, la mescolanza dei saperi e delle frequenze audiometriche culturali dà a pieno la misura dei passi in avanti, felici e affrettati, che la poeta sta per compiere nei pochi anni che ha ancora a disposizione. Passi, non dimentichiamo, che la staranno conducendo di botto, verso l’incontro con il RT. Il variare stilistico in atto in questo periodo della sua opera, così come il divaricare per subito riaggiustare le modalità comunicative, fanno sì pensare a una sorta di sisma dell’espressione, di un terremoto del proporre. Si può parlare di una scissione in tutto ciò? Se dovessimo guardare al suo spostamento teorico in atto verso il RT, direi proprio di sì. Come a dire che constatato l’effetto, si può ben dare una denominazione alla causa registrata. Scissione, credo, che volge alla frattura, con quest’ultima che si appalesa come felix culpa. Che dire allora di questa poesia “Ipotesi per La tigre e la neve”? La partenza è dantesca, ma subito stravolta già nel primo verso, dove accanto al nome di Mario, forse Luzi, appare quello di Johnny (?). Anche accostare il nome di Salvini a quello di Dante non sarebbe semplice, senonché c’è di mezzo il burattino di Collodi che tutto giustifica. Ma questa che sembrerebbe una “rissa in galleria”, si appiana su Attilio, certamente Bertolucci, nobile poeta che ci conforta ma riconduce in pieno ’900, con le sue saghe familiari, maremme d’Appennino e poi ancora stanze di canzoni e rime e amori. Ma ecco ancora un ulteriore colpo di scena, perché la tigre si stava addolcendo con la neve, ma vengono alla luce potere e conflitto e questo XXI secolo del RT (dico io). Con la parola cuore ci si sposta verso la pietà, “per l’umanità sempre/ dolente in cerca di giocose gag”. È come se la pietà recasse con sé un dolore circense. Mi pare un testo in cui le vertigini sono quelle delle montagne russe. Fatto di tenerezze e sciabolate, inferte da una poeta che ha capito benissimo che il Novecento non c’è proprio più ed è tutto affidato solo al ricordo.

Francesca Fiorentin: Ne Il martirio di Ortigia Caravaggio e Sant’Erasmo si presentano come l’alter ego del poeta. Il quadro che si intitola Il martirio di Ortigia, opera di incerta attribuzione a Caravaggio, rappresenta il martirio di Sant’Erasmo. Caravaggio come profugo e Sant’Erasmo come vittima del cristianesimo, eviscerato dall’imperatore romano, sono due figure della condizione esistenziale di Elena. Possiamo ritrovare in Elena, attraverso il racconto poetico delle numerose città del mondo in cui ha vissuto, la stessa condizione di profugo del Caravaggio? Elena ha creato una triade “esistenziale” (poeta, Caravaggio, Sant’Erasmo) dove le tre figure si scambiano di posto e si confondono. Che valore possiamo dare a questa identità? Riporto qui la poesia:

…anche mio

tenebrosa la sera ci coglie ancora
attaccati alla tela che racconta
del martirio d’ortigia.
ci sei mi guardi m’attrai
dopo le tue abluzioni tra l’eunoè
e il lete. Poi mi oblii dentro il cassetto
del canterano a mare come un sogno
scaduto. se rassetto quei bei versi
ora rifletto sui limiti
della mia carne tra i clivi dei climiti
il nuovo amore cercando per farne
un impasto di sudori
a olio che macchiano 
il mistero di ortigia. stenditi con le braccia
alzate infisso schiodato
pareggia le dita ai confini della luce
col volto purificato fatti mio
consolante martirio

Guido Oldani: Con la terza domanda siamo a Il martirio di Ortigia (2010). Rispetto alla precedente risposta, facciamo un nuovo avanzamento di marcia e arriviamo alla soglia dell’incontro di Elena con il RT. Ricordo che lei mi parlava spesso di questo libro, il cui titolo già mi affascinava. Mettere insieme il martirio di un santo, Sant’Erasmo, con la figura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, con tanto di viscere del martire esibite, non lascia certo indifferenti. Vedere la poeta fare la spola fra i due personaggi citati, per dar conto del suo lavoro poetico, è sicuramente un momento di attendibilità del fare poetico stesso. Siamo di fronte a un episodio trinitario composto dai due già citati e lei. L’efferatezza della situazione acuisce la levatura della possibilità di scrittura. Non credo che Elena abbia espresso tanto la sofferenza per l’abbandono della sua città natale, quanto un emblema insostituibile, come giro di boa per andare verso l’ultimo quadriennio della sua vita, in cui il respiro poetico le si era completamente ampliato e rafforzato. Non mi dispiace pensare a uno scambio vicendevole delle parti fra i tre soggetti. Sicuramente questo quadro non è stato scelto a caso. Certo quelle viscere sono radici, ma forse sono quelle dell’Occidente che quasi, si perdoni il motto, verrebbe da dire non è più un accidente. Qui, ai piedi di questa splendida iconografia, si potrebbero fare alcune considerazioni. Se si va a confrontare la nota biografica della poeta, si vede che il medagliere è tutt’altro che avaro. Si noterà in particolare che l’ultimo libro, che ricordo benissimo, è stato ripetutamente sottolineato dal consenso premiale. Ebbene, credo che questa sia stata un po’ un’arma a doppio taglio. Gli accorti giurati delle varie premiazioni sicuramente hanno apprezzato la scrittura di Elena, ma il timore è che l’abbiano consolidata più come una propaggine del Novecento che come un detonatore per il terzo millennio. A me e a noi realisti terminali interessa il suo nome in prospettiva. Ecco perché Giuseppe Langella l’ha portata, come firmataria del Manifesto breve del RT, nei libri di testo per i licei e nei manuali di italianistica contemporanea destinati all’università. Si capisce come, con questa mia rammemorazione ci si possa avviare più a una prospettiva di futuro che non a un nobile soffermarsi negli anni passati di già.


Per approfondimenti sul Realismo Terminale:
– Guido Oldani, Il Realismo Terminale, Mursia 2010.
La faraona ripiena, a cura di Elena Salibra e Giuseppe Langella, Mursia 2012
– Guido Oldani, Dopo l’Occidente. Lettera al Realismo Terminale, Mursia 2021
http://giuseppelangellaopere.weebly.com/il-realismo-terminale.html
http://guidooldani.it

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