Maria Fuxa, una voce dal silenzio

di Daìta Martinez

Febbraio, anni novanta del secolo scorso. Il mattino di un qualunque giorno scolpito sul bordo di una Palermo bagnata dal sole, sebbene sia inverno. L’azzurra iride del cielo, che sporge dalle bretelle di via Pindemonte, esplora i contorni dei passi, riga la mia attesa in una lunga corsa sull’inferriata dell’Ospedale Psichiatrico Pietro Pisani di Palermo immerso nel verde di ogni qualsivoglia speranza perduta dentro a nomi ricondotti a numeri, numeri tra altri numeri, di cartelle sanitarie a mistura dei senza identità, nomi privati di ogni compassione umana e di alcuna considerazione sociale.

Nel grigio di una logora divisa, quando non nella nudità sfregiata del corpo, la sezione donne è un antro infernale dal maleodorante linguaggio d’urina rimestato col codice dei disinfettanti imbarbariti da un tempo immobile, in quell’alternarsi senza tregua della notte e del giorno, alba e tramonto in un emisfero ritmico identico a sé stesso, scansione spazio-temporale di ogni naufragata dignità morale.

Il portone di ferro ha fisionomia stridente di un colpire alle spalle, agghiacciante, come lama che assorda dalle tempie lo sguardo impreparato alla coercizione dell’inferno.

Perché è proprio la profondità della geenna che si tocca appena dentro e appena dentro il cielo, il sole, quel bagliore cristallino di un’anticipata primavera accolta nel giardino della Vignicella si dirada in duri rimpiangi che si scontrano e si rincorrono sino a precipitare sul fondo di una infelicità sedata.

Il dolore delle assenti è un dolore prescritto muto.

Corpi che camminano e si fermano da un punto all’altro di stanzoni privi di senso.

Corpi di donne violate nel principio originario del loro essere donne.

Nulla di consolatorio, nulla che sia volto o parola, pur anche fuggente, di calore o d’amore.

“Raccilla una sigaretta, una sula e basta”, è la litania che, appena entrata, mi arriva in pieno viso.

Una litania ripetuta una, due, tre, infinite volte. Una litania di sirena sfigurata che immutabile risuona e a mani giunte invoca, quasi fosse una preghiera, un’offerta che possa consolarla dal pozzo terreno nel quale è immersa mentre le si avvicina, quasi a farle eco, una bambola rotta con le calze tutte buchi a mimare il buco tra le pareti del cuore.

Questo mondo, il mondo delle escluse dal mondo, è uno schiaffo che attraversa diretto la filigrana dell’indifferenza. Un mondo sfrangiato che scorge riparo nel sussurro tonante di una di loro, una esclusa tra le escluse, una poeta, Maria Fuxa.

Nata ad Alia, il 12 dicembre del 1913, Maria Ermengilda, è la prima di tre gemelle che sopravviverà, insieme a Nicoletta Ermelinda Maria, la sorella amata e poi riprovata per esserle stata “ladra” dell’unico uomo che la poeta abbia lasciato entrare nell’abitato rossore di sé, giovane incantata dalla primizia del seno rigonfio nel pudore dell’amore. Amore a lei luce nella oscurità che rende cieco il paesaggio umano, paesaggio ai suoi occhi di ragazza, sensibile e dalle percezioni extrasensoriali, già offeso dalle barbarie del primo e del secondo conflitto mondiale.

Amore tradito che la porterà a un tentativo di suicidio quando si lascerà cadere dal balcone del quarto piano dell’abitazione familiare, azione che la vedrà miracolosamente illesa ma con la conseguenza di un ricovero coatto in una clinica psichiatrica, il primo di una lunga e terminale serie.

Amore, luce melanconica negli anni da reclusa nella voliera dell’oblio.

«Amuri miu luntanu», scriverà Maria nella sua prima raccolta di poesie Voce dei senza voce, pubblicata nel 1980 da Editrice Asla Palermo.

Quantu è duci u primu amuri / ca nun si po’ scurdari mai…/ Tu eri tutta la me vita, / tu eri tutta la me gioia. / Ma tu, amuri miu, amuri beddu, / ca na soru snaturata mi traristi./ Di lu cori la paci mi livasti, / soru scillirata, senza sangu na li vini. // Nun riri cchiù sta vucca mia, / mòriri mi sentu araciu araciu, / comu na cannila sbattuta di lu ventu. / Luntanu ti purtasti l’amuri miu / e strùggiri mi sentu st’afflittu cori . // Si putissi aviri l’ali / di stu locu marilittu / ca si chiama manicomiu / iu circassi di vulari; / pi munti e vallati / pi terra e pi celu, / st’amuri miu iu circassi… / «Unni si, amuri miu» / grirassi cu tuttu lu me cori, / «amuri granni, ma amuri trarituri! » / Quantu è duci u primu amuri, / ca nun si po’ scurdari mai.

(Quanto è dolce il primo amore / che mai si può dimenticare … / Tu eri tutta la mia vita, / Tu eri tutta la mia gioia. / Ma tu, amore mio, amore bello, / con una sorella snaturata mi hai tradita. / Mi hai tolto la pace dal cuore, / sorella scellerata, senza sangue nelle vene. // La mia bocca non ride più, / mi sento morire piano piano, / come una candela sbattuta dal vento. / Ti sei portata lontano il mio amore / e sento struggere il mio afflitto cuore. // Se potessi avere le ali / da questo luogo maledetto / che si chiama manicomio / io proverei a volare; / per i monti e le vallate / per la terra e per il cielo, / ti cercherei amore mio … / «Dove sei, amore mio» / lo griderei con tutto il mio cuore, / «amore grande, ma amore traditore!» / Quanto è dolce il primo amore, / che mai si può dimenticare.)

L’amore predato dalla sua identica tessitura biologica, da quella sorella insieme a lei germogliata all’alba di un piccolo paesino montano delle Madonie. Un’alba siciliana che allatta al seno l’oracolo del primo vagito e che fende il tempo bianco della neve dove tutto è candido. / Per assaporare purezza (Lasciatemi almeno la speranza, Editrice Asla Palermo, 1984, p. 54). Purezza, la divina messaggera sul viso di una bambina / che ha sete di una riposante / carezza (Paesaggi dell’anima, Editrice ASLA, Palermo 1990, p. 94).

Ed è, infatti, una carezza che Maria lascia con la sua scrittura, una carezza che, però, riesce nell’intento di sovvertire il destino di un abbandono diluito con il sale sulle ferite pioventi pietas tra i lamenti di una esistenza rivoltata nel supplizio di uno spazio misurato da sbarre che silenziano lo squarcio nell’organza dell’inganno volto a contemplare i tratti di una realtà che sin dall’infanzia la prepara all’assenza cosicché la sua stanza divenne il suo mondo (ivi, p.19).

Il vuoto conseguente a una mancanza è una fitta che la Fuxa sente penetrarle il cuore a soli cinque anni quando, per decisione del padre, la famiglia si trasferisce a Palermo. La città rimescola il timido sguardo della nostra che, negli anni della giovinezza, troverà difficoltà ad entrare nel ritmo di un movimento urbano riflesso sulle strade quando esplode il sole. Il soffio dello sguardo ne avverte la paura e gli occhi le si abbagliano di nostalgica tensione ripiegata negli intrecci della memoria, per tutta la sua esistenza. Le immagini, i ricordi, il sapore della distanza, sosteranno nell’animo orientato a quella casa d’infanzia arroccata sui monti, perduta casa che è stata culla dei suoi sogni e di una vita che non conosce ombre / ma solo dolci rintocchi / di festose campane, / fremiti furtivi, attese / trepide nel silenzio della sera… (Voce dei senza voce, p. 41).

Insieme alla sorella conseguirà il diploma all’Istituto magistrale De Cosmi del capoluogo siciliano, tuttavia entrambe, diverse per temperamento e desiderio, vivono il loro rapporto nell’alternanza di sentimenti accorti nella nebulosa di una attività psichica tesa all’emancipazione che reclama il diritto ad essere per sé e che, quindi, a sé l’introversa Maria rivolge nella necessità di una andatura privata rifilata in uno spazio di scrittura e silenzio nel silenzio della sua solitudine. Un silenzio sensibile, meditativo, respirato in profondità sino al fondo più profondo del suo io. Il cosmo era nel suo io.

La ragazza nella sua stanza divenuta cosmo gustava il silenzio. Il silenzio non era però vuoto, buio. Almeno non lo era sempre e necessariamente. Quel silenzio cominciò ad animarsi. Contemplando, era come se ogni piccola cosa avesse acquistato personalità (Paesaggi dell’anima, p.19). Maria ne percepiva il richiamo, la sua eco, come se l’eco le portasse sin nell’intimo la storia (ivi, p.19) di ogni più minuto oggetto compagno delle sue ore solitarie abitate nel guscio di quella sua stanza-cosmo.

Ognuna di quelle creature aveva il suo mondo da raccontare. Così il tavolino e la sedia narrano del bosco in cui erano nati, cresciuti… quando erano tronchi e rami di albero, dei lunghi viaggi e delle mille persone incontrate… (ivi, p. 20)

Ricerca una tangibilità che possa contenerla e che la sappia snodare dal torpore di un reale da lei non pienamente avvertito se non nello slancio sostanziale che le sopraggiungeva dalle note libellule svolazzanti / in libertà  (ivi, p. 22), e dalla poesia necessaria per risorgere a sé stessa Risorgere… / per vivere, per respirare e divenire cosmo… / Risorgere… / scompariran le ombre / e rifulgirà sempre / la luce… (ivi, p. 23)

La narrazione della sua poetica è la narrazione della sua storia articolata nel passaggio da un tempo all’altro del suo vissuto da sempre svolto in un continuo rivolgersi a sé, a Dio, nell’intento preciso, mai risolutivo, eppure pieno di attesa e amore, di trovare risposte agli interrogativi che incrociano le ombre della sua mente. Un vissuto separato dall’altrui comprensione eppure ostinatamente salvato e protetto dalla sua di comprensione che per quanto lacerata dalla complessità e dalla viscerale fragilità che è in lei come cristallo, ha la resa di cardine portante verso un incisivo atto di accusa dinanzi al disumano abuso protratto dai cultori del dominio psichico nell’angusta morsa del disinteresse sociale.

Il mio fiore / appena sbocciato / si è già reclinato / sul fragile stelo (ivi, p.25)

Un fragile stelo definitivamente reciso in manicomio, “per il suo bene”, non essendo la sua stagione sensibile capiente di quella fioritura essenziale nell’affrontare l’improvviso di un temporale emotivo.

Contemplare i tratti della sua parola, quindi, induce a fare i conti con la miseria della nostra ipocrisia.

I testi si rendono testimonianza della sua battaglia a riguardo delle emarginate, le sue compagne, le sperdute senza più voce nell’infuocato tempio dell’abbandono. La loro presenza è fatta vita da Maria che le restituisce un corpo, un nome, una identità e che per loro erge una minareto di parole che riferiscono alla sua e alla loro libertà inchiodata alla croce del martirio che rotola dai chiodi della disgiunzione sulla prima inclinazione del mattino e sino a dove l’aria si arresta nella spessa e anacronistica cortina della notte, la sempre notte che geme per ostinata volontà dell’edulcorata società, la vera ammalata di volgare formalismo amorale.

Nelle pagine di prosa autobiografica la Fuxa scrive che, oramai smagrita e psicologicamente scoraggiata, si sente a brandelli, abbandonata dalla società che le ha tolto tutto e senza che lei ne avesse colpa: invece di farla sentire sé stessa, di darle vigore e dignità, invece di aiutarla a capire cosa è avvenuto nel suo intimo, invece di tentare con lei di capire il senso di tante esperienze, la società ha saputo solo darle una ‘gabbia’. E ad ogni accenno di ribellione la risposta è sempre unica: medicine. È come se le dicessero: “Non c’importa nulla del tuo dramma… Peggio per te… Lasciaci solo in pace…  (ivi, p. 31).

Reclusa per oltre cinquanta anni nel luogo della pazzia, in luogo della sua imputata pazzia, schizofrenia la diagnosi, la Fuxa troverà riscatto e conforto nella poesia, la sola speranza sempre più speranza, alla quale affida tutto il suo mondo mentre tutto intorno è un’ombra senza ore, ombra aguzza e fredda come fredda è la spalla lacerata della notte, angusto rifugio nell’ampiezza del dolore.

Matruzza mia, comu sugnu stanca / prima ancora d’agghiurnari! / Ogni jornu mi susu araciu araciu / quannu li malati ancora dòrminu. / Dòrminu?! Avutru chi dormiri! / semu alluppiati cu li pinnuli… / Tutta la notti, ‘ni stu cammarunni, / quinnici malati: una runfulia, / n’autra si firria smaniannu, / c’è cu chianci comu ‘na canuzza / quannu ci mori lu patruni; / mi sentu sula sulidda / e mi strinciu nica nica / ‘ni stu lettu c’assumigghia / a ‘na cruci di ferru: / di sta vita scunzulata / nun ‘ni pozzu ‘chiù; /

sta matina mancu la forza sentu di susirimi / ‘pi cuminciari sempri a stessa vita… / «Susìtivi… susìtivi» grira l’infirmera / «sùbbitu picchì è tardu… susìtivi, susìtivi… » / Lu cammaruni diventa un manicomiu: / cu tira li cuscina, cu strazza li linzola, / cu si scummogghia tutta… / Arrivanu li cati e li vastuna, / portanu li scupi, li pezzi e l’acqua. / «Avanti… avanti… travagghia tu… / pigghia stu catu» Guai se nun si travagghia! / Ci trattanu comu scecchi e comu muli, / comu porci semu arriduciuti! / Ah! casuzza mia bedda e ciavurusa / sciacquata e pulita comu ‘na batìa, / tuttu lu jornu ti chianciu e ti disìu… / Si putissi… si putissi pigghiassi sti vastuna / e rumpissi tutti cosi: li cucchiarazzi fitusi, / li camelli chi pisanu comu lu chiummu… / e ghitassi ‘n terra ddi piattazzi nìvuri / grirannu: «Marilittu stu manicomiu! / basta!… accussì si trattanu li cristiani?! / c’avemu fattu di mali?» / Signuri miu, nun ni pozzu ‘chiù, / chianciu già di prima matina… / stannu megghiu assai li carcirati! Chianciu già di prima matina

Voce dei senza voce, p. 79

(Come sono stanca, madre mia / già prima del farsi giorno! / Ogni giorno mi alzo piano piano / mentre le malate ancora dormono. Dormono?! Altro che dormire! / Siamo addormentate con le pillole… / Tutta la notte, in questo stanzone, / quindici malate: una russa, / un’altra si rigira smaniando, / c’è chi piange come una cagnolina / quando le muore il padrone; / mi sento sola soletta / e piccola piccola mi stringo / in questo letto che assomiglia / a una croce di ferro: / di questa sconsolata vita / non ne posso più; / questa mattina non sento nemmeno la forza di alzarmi / per cominciare sempre la stessa vita… / «Alzatevi… Alzatevi» grida l’infermiera / «Subito ché è tardi… alzatevi, alzatevi… » / Lo stanzone diventa un manicomio: / chi tira i cuscini, chi strappa le lenzuola, / chi si scopre tutta… / Arrivano i secchi e i bastoni, / portano le scope, le pezze e l’acqua. / «Avanti… avanti… tu lavora… / prendi questo secchio» Guai se non si lavora! / Ci trattano come asini e come muli da soma, siamo ridotte come maiali! / Ah! casa mia bella e odorosa / sciacquata e pulita come una abbazia, / ti desidero e ti piango tutto il giorno… / Se potessi … se potessi prendere questi bastoni / e rompere tutte cose: i cucchiai sporchi, / i camelli che pesano come il piombo… / e per terra butterei tutti quei piatti neri / gridando: «Maledetto è questo manicomio! / basta!… questo è il modo di trattare le persone?! / che male abbiamo fatto?» / Signore mio, non ne posso più, / piango già di prima mattina… / meglio di noi stanno i carcerati!)

Le sue parole sono un lascito di storia agita nella sofferenza, storia deprivata di umanità ma che ciò nonostante trasuda umanità nell’immerso suo figurare l’inesprimibile di un vissuto al margine, custodito nel non artefatto di un linguaggio sfumato nella controluce di una forza, che la si potrebbe esprimere insita e resistente, tesa a preservare la delicata e armoniosa risonanza di un canto poetico dal passo lieve e commovente che libra di luce oltre la gabbia nel verso proteso ad accogliere una mano di amorevole conforto lei che è conforto a ogni creatura privata della possibilità di gridare alla vita il suo diritto alla vita, la sua presenza.

Anni novanta del secolo scorso, febbraio.

È il mattino di un qualunque giorno ma che un qualunque giorno non è se una donna, una poeta, si avvicina e dolcemente ti invita a sé: “Vuole ascoltare una mia poesia?”

Con la chiusura dell’Ospedale Psichiatrico, 1997, avvenuta a seguito della Legge Basaglia, Maria Fuxa, delicata nel modo di donarsi all’altrui benevolenza ed elegante per intima conformazione, ha scorso l’ultimo tempo della sequela terrena ospite, a Palermo, in Casa famiglia per il disagio psichico.

L’otto marzo del 2017 le è stata intitolata la Biblioteca comunale di Alia, e il 22 novembre del 2018, quaranta anni dopo l’approvazione della Legge Basaglia, le è stato dedicato il Giardino didattico-sensoriale del padiglione 29 dell’ex manicomio. È il giardino che l’ha vista varcare l’ombra della contrazione verso un piccolo chiarore di cielo stringendosi al ciatu della poesia: Quando ti accorgi di avere ben poca voce per urlare e distruggere le spesse mura della sofferenza, l’unica cosa che ti resta da fare per sopraffare la mostruosa ombra della solitudine e dell’incomprensione è aggrapparti. Io mi sono aggrappata all’ispirazione del mio animo, la poesia … Mi ha resa felice sapere che l’indifferenza dei volti può essere spezzata con una frase gentile … Non ci tengo ad essere catalogata, la mia poesia segue semplicemente la corrente del cuore (La voce della crisalide. Sulla vita della poetessa Maria E. Fuxa ed altre cronache, Maria Teresa Lentini, Mohicani Edizioni, 2019, p. 161)

© Daìta Martinez

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