“Scrivere le Nuove lettere portoghesi è stata una delle cose più importanti della mia vita”

[intervista apparsa sul portale portoghese di informazione alternativa Esquerda.net il 25 ottobre 2020 a cura di Mariana Carneiro – traduzione e note a cura di Alice Girotto]

Il 25 ottobre 1973 ebbe inizio il processo alle “Tre Marie”, autrici del libro Nuove lettere portoghesi. In quest’intervista concessa a Esquerda.net, Maria Teresa Horta parla del processo di creazione letteraria, della persecuzione che subirono e del movimento di solidarietà che intimorì il regime fascista.

Nel maggio del 1971 Maria Teresa Horta, Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa iniziarono a scrivere, a sei mani, le Novas Cartas Portuguesas (‘Nuove lettere portoghesi’). Per la scrittura collettiva, si accordarono di partire dalle lettere d’amore indirizzate a un ufficiale francese da Mariana Alcoforado, pubblicate in Portogallo in edizione bilingue dall’editore Assírio & Alvim con il titolo Cartas Portuguesas (‘Lettere portoghesi’) e tradotte da Eugénio de Andrade.[1]

In Nuove lettere portoghesi Maria Teresa Horta, Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa sfidano la dittatura, l’ordine patriarcale e le convenzioni sociali del paese. Nell’opera vengono denunciate le diverse oppressioni subite dalle donne, il sistema giudiziario che perseguitava le donne scrittrici, così come la guerra coloniale e la violenza fascista. Esattamente 47 anni fa, il 25 ottobre 1973, ebbe inizio il processo alle “Tre Marie”. In occasione di questa data, Esquerda.net ha intervistato Maria Teresa Horta, che ringraziamo per la disponibilità e la gentilezza.

Come conobbe Maria Isabel Barreno e Maria Velho da Costa, le altre due “Marie” con cui avrebbe scritto le Nuove lettere portoghesi?

Io ero giornalista al quotidiano A Capital, dove coordinavo il supplemento letterario “Literatura e Arte”, e un giorno intervistai Maria Isabel Barreno. Da quel momento diventammo amiche. Nel frattempo, Fátima [Maria Velho da Costa] pubblicò Maina Mendes. Quando lo lessi, parlai con Isabel, che mi disse che lei e Fátima erano molto amiche e lavoravano insieme all’Istituto nazionale di ricerche industriali. Mi diede subito il contatto di Fátima per poter organizzare un’intervista. Chiacchierammo per sei ore, uscì da casa mia alle sette di sera passate. Dopo quest’incontro iniziammo, tutte e tre, a incontrarci tutte le settimane. Sentivamo che avevamo molte cose da dirci. Avevamo molto in comune. Isabel veniva in macchina con Fátima e venivano a prendermi al giornale. Pranzavamo sempre al Treze, nel Bairro Alto a Lisbona, dove, all’epoca, si incontravano i giornalisti. Durante i nostri incontri, parlammo varie volte di scrivere qualcosa insieme. Era un progetto che continuavamo a rimandare. Con la pubblicazione del mio libro Minha Senhora de Mim (‘Mia padrona di me’) tutto cambiò. Smettemmo di essere solo le amiche che si incontravano per parlare di letteratura, della dittatura e della situazione delle donne e iniziammo a scrivere un libro insieme: le Nuove lettere portoghesi. Era il maggio del 1971.

Il libro Minha Senhora de Mim fu ritirato immediatamente dalla polizia politica (PIDE) e le valse, oltretutto, un pestaggio. Può parlarmi un po’ della persecuzione che subì?

Le Nuove lettere portoghesi non esisterebbero se non esistesse il libro Minha Senhora de Mim. La mia vita cambiò radicalmente quando lo pubblicai. La PIDE lo ritirò otto giorni dopo e Snu Abecassis, fondatrice della casa editrice Dom Quixote, fu chiamata dal direttore del Segretariato nazionale di informazione. Moreira Baptista le proibì di tornare a pubblicare una mia opera. “Qualsiasi libro?”, gli chiese Snu, al che lui rispose: “Se il libro si intitola La storia del piccolo maggiolino ed è firmato da Maria Teresa Horta, le faccio chiudere la casa editrice”. A quell’epoca, Moreira Baptista già mi odiava. Ero l’unica donna direttrice di un circolo cinematografico e i circoli erano centri di grande resistenza politica. Un giorno andammo al Palácio Foz, sede del Segretariato, a protestare perché Moreira Baptista aveva proibito un ciclo di film di Visconti che stavamo organizzando. Quando mi vide, chiese cos’è che stava facendo lì quella ragazzina. Gli spiegarono che non ero una ragazzina, ero una scrittrice, sposata, e direttrice dell’ABC. Mi guardò e disse: “Povero paese il nostro, in cui ci sono già donne direttrici di cineforum”. A partire da quel momento diventò il mio peggior nemico.

Dopo il ritiro di Minha Senhora de Mim, divenni bersaglio di una persecuzione feroce. Fu un processo di umiliazione pura, una cosa vergognosa, offensiva. Dovetti cambiare l’utenza telefonica di casa e metterla a nome di mio marito Luís [de Barros]. All’epoca, era rarissimo che l’utenza telefonica fosse a nome di una donna. Chiamavano alle cinque, alle quattro, alle tre del mattino per insultarmi e minacciarmi. Era inconcepibile. Dicevano cose come “Dovrebbero violentarti per vedere se ti piace”. Quando telefonavano di mattina o di pomeriggio, a volte, era mio figlio Luís Jorge che rispondeva e doveva sentire tutte quelle ingiurie su sua madre. Era di una violenza atroce. Oppure rispondeva mio marito, al quale dicevano che doveva “mettere la moglie al suo posto”. In redazione, le centraliniste dovettero istituire il triage delle telefonate, tale era il numero di persone che chiamavano e mi cercavano.

Una sera uscii di casa, nel quartiere popolare di Arco do Cego, per incontrarmi con Luís. Iniziai a salire in direzione della statua di António José de Almeida per prendere un taxi. Era un percorso abbastanza solitario. Improvvisamente, un’auto accese i fanali, iniziò a muoversi verso di me e salì sul marciapiede dove stavo camminando. Dall’auto uscirono due uomini, mentre un terzo rimase al volante. Mi gettarono a terra e iniziarono a picchiarmi. “È per imparare a non scrivere come scrivi”, dissero. Allora capii che non si trattava di una rapina, erano fascisti. Apparve un signore che abitava lì nel quartiere, padre di una mia amica. Chiese “Cosa sta succedendo?”, mentre correva verso di me. Gli uomini entrarono nell’auto e sparirono. Il signore mi portò all’ospedale e sua moglie chiamò alla redazione del Diário de Notícias. Qualcuno doveva avvisare mio marito di quello che era successo. Venne da me subito profondamente turbato. Mi medicarono e mi diedero i punti.

Tutto questo per un libro! E un libro bello, che non è neppure il più erotico che ho scritto e in qualche punto è quasi ingenuo.

È in seguito allo scandalo provocato da Minha Senhora de Mim e alla persecuzione da lei subita che decideste di sfidare il regime fascista e scrivere, a sei mani, le Nuove lettere portoghesi. Come nacque quest’idea?

Circa una settimana dopo l’aggressione, andai a pranzo con Isabel e Fátima. Incontrai per prima Fátima. Quando mi vide, rimase indignatissima per il mio stato, per quello che mi avevano fatto. Di fronte al subbuglio provocato dal libro, allo scandalo che si generò e per il fatto di essere stata inseguita, minacciata e picchiata, Fátima lanciò la sfida: “Se una donna da sola provoca tutta questa confusione, questo subbuglio, questo scandalo, cosa succederebbe se fossimo in tre?”. L’idea mi piacque subito. Nel frattempo, arrivammo al Treze, dove Isabel stava scrivendo su un foglio. Le parlammo dell’idea di scrivere un libro insieme, molto entusiaste. La sua reazione fu: “Che rompiscatole, ne inventate sempre una. Proprio adesso che sto scrivendo A Morte da Mãe (‘La morte della madre’)…” (un libro magnifico). La settimana dopo, quando ci incontrammo di nuovo, Isabel aveva già un primo testo, la prima lettera. Fu così che nacquero le Nuove lettere portoghesi.

Conosciamo la “maternità” solo di questo stesso testo. Del resto, vi siete reciprocamente promesse che non avreste mai rivelato chi aveva scritto che cosa. Com’è stato questo processo letterario collettivo?

Oltre al nostro pranzo settimanale al Treze, decidemmo di incontrarci una volta alla settimana in casa di una di noi. L’idea era di alternare di volta in volta il luogo, solo che la stragrande maggioranza delle volte finimmo per riunirci a casa mia. Definimmo diverse regole. Ognuna di noi doveva dare alle altre una copia, battuta a macchina, di quello che avevamo scritto. Durante i nostri incontri non discutevamo solo della costruzione letteraria del libro, parlavamo anche di altre questioni che sorgevano man mano nel corso del processo. Sostanzialmente, discutevamo di tutto. Dovevamo leggere il nostro testo a voce alta alle altre e qualsiasi testo poteva essere rifiutato. Non era affatto il caso di “Io scrivo e voi sopportate”. Poi avevamo dei rituali scherzosi. All’inizio e alla fine dicevamo sempre determinate parole, come se fossero password. Era una specie di gioco. La nostra generazione lo faceva spesso, usavamo parole di cui solo noi sapevamo il significato.

Qualcuno dei testi è mai stato rifiutato?

Neanche uno.

E modificavate i testi le une delle altre?

No, mai, né volevamo farlo. Se non eravamo d’accordo, ne discutevamo lì. Cercavamo di convincere l’autrice del testo a cambiarlo. Chiaramente potevamo rifiutare il testo nella sua interezza, ma di fatto non lo facemmo mai, né mai nessuna di noi disse che non le piaceva il testo di una delle altre due. E tutto questo era la verità. Discutevamo molto dei testi e dello sviluppo della storia. Era dai testi che stavamo discutendo in un dato giorno che partivamo per nuovi testi. Spesso avevamo visioni diverse e scrivevamo testi che andavano in direzione contraria a quella che un’altra stava seguendo, ma lo facevamo in modo letterario, non in modo critico.

Era una vera sfida…

Assolutamente sì! Stavamo lì a discutere ore e ore. Ognuna parlava del testo delle altre e ognuna di noi difendeva il proprio testo. Fu molto intenso.

Ricordo di averla sentita dire che scrivere quest’opera è stata una delle cose più divertenti e avvincenti che ha fatto nella vita. Mi può spiegare perché?

È stata davvero una delle cose più importanti e divertenti che ho fatto nella vita. Ridevamo così tanto! Eravamo tutte molto scherzose. Il libro è pieno di umorismo. Quando affrontiamo il discorso della mascolinità, non c’è niente di più devastante che usare l’umorismo per far arrabbiare quelle creature.

Era una battaglia politica che stavate ingaggiando…

Era fortemente politica e fu un processo politico, anche se i fascisti hanno sempre tentato di far credere che era una questione di morale e buoni costumi. Molte persone sapevano già che stavamo scrivendo il libro e lo consideravano come una specie di vendetta. Non contro gli uomini, ma contro chi ci chiamava in tribunale e ci proibiva di scrivere, come già era successo con Natália Correia.[2] E questo è uno dei motivi che spinse così tante persone a offrirsi successivamente come testimoni della difesa.

Quanto tempo impiegaste per scrivere il libro?

Nove mesi, dal 1° marzo al 25 novembre del 1971. Ce ne rendemmo conto solo quando stavamo preparando le copie del libro da consegnare alle case editrici. Eravamo a casa mia. Natália Correia della Estúdios Cor, Leão de Castro della Europa-América e Pedro Tamen della Moraes Editores rimasero nel salottino al piano di sotto, aspettando le copie del libro per prenderne una e decidere se volevano pubblicarlo. Mentre preparavamo i mucchietti chiesi quanto tempo ci avevamo messo per scrivere le Nuove lettere portoghesi. Arrivammo quindi a questa conclusione: nove mesi, il tempo di una gravidanza. È impossibile che sia un caso.

Quale fu la reazione degli editori al libro?

Leão de Castro, proprietario della casa editrice Europa-América, mi telefonò per spiegarmi che non poteva pubblicarlo perché gli avrebbero fatto chiudere e non sarebbe riuscito a pagare i tipografi. I proprietari della casa editrice di Pedro Tamen non accettarono di pubblicare le Nuove lettere portoghesi. Natália disse invece che, se non le avessero avallato la pubblicazione, si sarebbe licenziata. I proprietari della Estúdios Cor, che più tardi furono sentiti durante il processo e rifiutarono qualsiasi responsabilità, diedero comunque indicazioni a Natália di tagliare alcune parti, ma lei chiese a uno dei tipografi di pubblicare l’opera integralmente. Natália fu la prima persona a essere interrogata durante il processo. Volle assumersi tutta la responsabilità, affermando che, se esisteva qualcuno a cui attribuire la colpa per quel libro magnifico, era lei. Noi lo avevamo scritto, ma era stata lei a pubblicarlo. Se non fosse stato per lei, il libro non sarebbe mai stato pubblicato. Tutte le case editrici si sarebbero rifiutate di farlo. “L’unica responsabile del fatto che il libro sia finito nelle librerie per essere venduto sono io”, sottolineò Natália. Facemmo subito molto rumore in tribunale per cercare di dire che non era vero e ci fu ordinato di tacere.

Era una donna coraggiosa…

Natália era una donna straordinaria. La persona più coraggiosa che ho conosciuto. Una persona intelligente, solidale, che scriveva bellissima poesia. Era davvero una gran donna.

I fascisti considerarono il contenuto delle Nuove lettere portoghesi “irrimediabilmente pornografico e attentatore della morale pubblica” e minacciarono una pena fra i sei mesi e i due anni di carcere. Eravate già consapevoli delle conseguenze che avreste affrontato con la pubblicazione del libro? Pensavate che la persecuzione si sarebbe spinta fino a quel punto?

Eravamo curiose. Credo che sia la parola adatta. Non siamo mai state donne paurose, men che meno di scrivere. Fu, questo sì, una grossa sfida. Del resto, il libro parte dalla sfida di Maria Velho da Costa: “Se una donna da sola provoca tutta questa confusione, questo subbuglio, questo scandalo, cosa succederebbe se fossimo in tre?”. Non ci eravamo mai proposte di scrivere un libretto con tutte le attenzioni.

Stavamo sfidando il regime fascista ed eravamo assolutamente consapevoli del pericolo che stavamo affrontando. All’epoca, tutto era considerato sovversivo. Tutti noi, di sinistra, vivevamo in pericolo. Gli agenti della PIDE potevano fare quello che volevano, come arrivare alle sei della mattina a casa mia, entrare e prendermi per il collo, con il volto addossato contro la parete. Uno dei compiti di quei signori era andare a casa della gente a quell’ora. Faceva parte dell’intimidazione e del terrore permanente. Ognuno di noi aveva un “signor agente” che ascoltava le nostre chiamate. Mi ricordo di una telefonata con [José] Cardoso Pires[3] in cui mi disse “Bene, adesso parliamo al signor agente che ci sta ascoltando”. [ride] Oltre al fatto che, prima di noi, Natália Correia era già finita in tribunale ed era stata condannata per aver scritto la Antologia de Poesia Erótica e Satírica (‘Antologia di poesia erotica e satirica’).

Quello che non ci aspettavamo era tutta quella violenza, tutto l’apparato. Sentimmo cose incredibili e spaventose, anche durante le sessioni in tribunale. Già mentre stavamo scrivendo il libro Isabel e Fátima si separarono dai mariti. E non fu una coincidenza, è tutto legato alle Nuove lettere portoghesi. In questo periodo così breve le nostre vite ne risentirono, anche prima della PIDE, della polizia e del processo. Le nostre vite cambiarono completamente anche per altri aspetti: conoscemmo persone impensabili, come la Duras o Simone [de Beauvoir], uscimmo dal Portogallo…

Ci fu un tentativo implacabile di umiliarvi e intimidirvi e di fingere che non si trattava di un processo politico. Foste addirittura interrogate dalla polizia del buon costume, come le prostitute. Questo tentativo fu esplicito durante il vostro processo?

Vollero proprio umiliarci, schiacciarci. Fu sinistro. Dovemmo presentarci alla polizia del buon costume. Non ammisero mai che era un processo politico, dissero che ciò che era in causa era un attentato alla morale pubblica. Ci trattarono come delle svergognate. Tutto questo è molto importante per capire che le Nuove lettere portoghesi furono considerate gravissime per essere state scritte da donne. E le donne dovevano essere umiliate.

Quando arrivammo alla polizia del buon costume ci ordinarono di sederci, noi e i nostri avvocati, in una stanza dove c’erano delle signore. Poco dopo una di loro, la più vecchia, si alzò e venne a parlare con noi. “Voi, ragazze, siete qui a far che?”, chiese. Il mio avvocato, Francisco Rebelo, le spiegò che eravamo lì perché avevamo scritto le Nuove lettere portoghesi. Rimase molto ammirata. Ci disse che quella stanza non era per le scrittrici, era la stanza delle prostitute, e che non dovevamo stare lì: “Uscite e andate in un’altra stanza, ce ne sono varie disponibili”.

Girò il dito nella piaga. Vollero metterci nella stanza delle prostitute per cercare di umiliarci ed erano convinti che avremmo parlato, che una di noi alla fine avrebbe parlato. Prima ci sentirono insieme, poi ci chiamarono una alla volta, con il rispettivo avvocato. Quando sentirono me, mi dissero che dovevo vergognarmi, che sapevano che ero stata io a scrivere il libro. Non credevano alla storia di un libro scritto in tre, non esisteva. Fu a quel punto che Francisco Rebelo se ne uscì con quella battuta infelice: “È una specie di cadavre exquis”.

Durante l’intero processo non prendeste mai in considerazione la possibilità di smettere di scrivere o, più tardi, di ritrattare?

No! Scrivere questo libro è stata una delle cose migliori delle nostre vite. Com’era possibile? Quel processo letterario fu inedito nel nostro paese, né trovammo niente di identico in altri paesi. Stavamo facendo una cosa unica: tre donne, tre scrittrici, tre amiche che si riuniscono per parlare e scrivere di quello che volevano in un paese fascista. Il fatto che non avevamo paura fu una delle cose che più li fece infuriare. Pensavano che, essendo donne, eravamo esseri fragili e che ci avrebbero terrorizzato. Ma non ci riuscirono. Quando andammo in tribunale non eravamo piene di paura. Eravamo decise.

Il vostro atteggiamento durante le sessioni in tribunale era una delizia, con un’aria convinta, padrone di voi stesse…

Elegantissime, sempre. Ma dovevamo sistemare Isabel prima delle sessioni, perché a lei queste cose non interessavano. [ride] E arrivava in ritardo. Il giudice doveva aspettarla. Le facemmo promettere che l’ultimo giorno sarebbe stata splendida e, infatti, fu così.

E non era solo il fatto di essere elegantissime, ostentavate anche un sorriso in viso.

Nonostante tutta la violenza che subimmo, di fatto non lasciammo mai trasparire intimidazione. E molto di ciò che ci circondava risultava addirittura comico: dall’assistente che trascriveva tutto quello che veniva detto, perché non veniva registrato niente, e interrompeva costantemente per chiedere se “sutura” si scriveva con –s o con –ç, al procuratore che sembrava essersi provato gli interventi prima di andare in tribunale… Tutto questo ci faceva ridere. [ride] Non ricordo di aver avuto paura nemmeno una volta, neppure quando uscii di casa per andare in tribunale pensando che il giudice avrebbe letto la sentenza.

La prima volta che siete comparse davanti al giudice avete avuto il privilegio di assistere a situazioni piuttosto ridicole. Può parlarmi di quel momento?

La prima sessione si svolse al primo piano del tribunale della Boa Hora, nel luglio del 1973. Il giorno dopo iniziavano le ferie giudiziarie, perciò per tre mesi non tornammo in tribunale. L’inizio ufficiale del processo venne fissato per il 25 ottobre, con un giudice e un procuratore diversi. Esattamente il giorno prima di questa prima sessione rimasi senza avvocato. Alla fine fu Duarte Vidal, avvocato di Isabel, a rappresentarmi. Il procuratore si entusiasmò a tal punto che iniziò a parlare senza fermarsi e sempre più forte, per spiegare perché eravamo in tribunale e quanto quel libro fosse orribile e nefasto. Tutto avveniva a porte chiuse, senza pubblico, perciò non so bene a chi stava cercando di spiegarlo. Sembrava che avesse provato il suo intervento a casa con la moglie, per confermare che gli veniva bene. Il giudice teneva già le mani in fronte, quasi a dimostrare di essere già stanco di ascoltarlo. A un certo punto, il procuratore, vestito con quella tunica nera, prese un esemplare delle Nuove lettere portoghesi e lesse un passo. Ne approfittò per dire che non eravamo delle signore, perché una signora non avrebbe scritto una cosa come quella. Pensava che ci stava offendendo tantissimo. Il passo che scelse fu il seguente:

Fragili sono gli uomini di questo paese di nostalgie identiche e paure e avvilimenti. Fragilità camuffata in vari tentativi: sfidando tori in piazze pubbliche, per esempio, corse di macchine e lotte corpo a corpo. O mio Portogallo di maschi che ingannano l’impotenza, animali da monta, stalloni, pessimi amanti, così frettolosi a letto, attenti solo a mostrare il cazzo.

Fu la ridarella totale. Gli avvocati scoppiarono a ridere, anche noi scoppiammo a ridere. Il giudice tentò di dissimulare la risata mettendosi la mano davanti alla bocca. Fu una cosa ridicola. La sessione finì lì, anche perché, non appena terminò la sua rappresentazione teatrale, il procuratore uscì dalla porta. Isabel, con quell’aria tranquilla che aveva sempre, ci chiese di coprirla mentre raccoglieva il libro dal pavimento. La guardammo, con i suoi due metri di altezza, e le spiegammo “solo se una di noi si mette a cavalcioni dell’altra”, ma non sapevamo fare queste acrobazie. [ride] Alla fine trovammo un altro modo. Quando arrivammo accanto al libro ci fermammo, Isabel si abbassò e lo prese mentre la coprivamo. Il giudice vide, è impossibile che non abbia visto, ma non disse nulla. Siccome Isabel non aveva neppure la borsa, uscì dal tribunale con il libro in mano. Questo esemplare adesso si trova a casa di suo figlio, al quale ho raccontato questa storia.

Durante l’intero processo godeste di appoggi molto importanti, com’è il caso di Maria Lamas. In che modo venne coinvolta nel processo?

Quando Marcelo Caetano autorizzò Maria Lamas[4] a tornare in Portogallo, per dimostrare che era molto benevolo, il processo delle Nuove lettere portoghesi era all’inizio. Lei insistette per essere fra i miei testimoni. All’epoca non capii perché, solo in seguito venni a sapere che Maria Lamas era una delle donne che partecipava alle riunioni a cui andava la mia nonna Camila e alle quali mi portava quando ero piccola. Visto che avevamo già molti testimoni e c’era un numero massimo consentito, Paulo e Carmo si rese disponibile a cedere il suo posto a Maria Lamas. C’è un episodio molto bello durante il processo. Siccome era molto sorda, il giudice ordinò di mettere una sedia accanto al suo banco e fu lui a farle le domande. A un certo punto le disse: “Allora, la signora pensa che le donne sono oppresse?”. Lei rispose: “Se io sono oppressa? Ah, molto, dottore, dalle mie figlie”. Penso che sia la cosa più stupefacente. Naturalmente scoppiò una risata generale. [ride]

A un certo punto lei, Isabel e Fátima decideste di inviare all’estero tre libri delle Nuove lettere portoghesi, accompagnati da tre lettere: a Simone de Beauvoir, a Marguerite Duras e a Christiane Rochefort. Perché queste tre figure?

Sì, decidemmo di inviare i libri quando la situazione era già abbastanza pericolosa. Non appena il libro venne proibito, Duarte Vilar, che era già amico di Isabel e fu il suo avvocato, le disse che dovevamo divulgare quello che stava succedendo e le chiese se aveva conoscenze fuori del paese. Lei rispose di no, ma che le avevo io, in particolare di gruppi che lavoravano con Simone de Beauvoir. Un amico di Isabel si offrì di portare tre libri e tre lettere nel suo viaggio a Parigi. Fu molto coraggioso, sapendo del pericolo che correva. All’epoca, quando andavamo all’estero, i nostri bagagli erano perquisiti da cima a fondo. Se la PIDE avesse visto una cosa del genere l’amico di Isabel sarebbe stato arrestato immediatamente.

Quando parlammo delle femministe alle quali avremmo inviato i libri, c’erano due figure che emersero subito. Una di loro era Simone. Chi meglio di Simone de Beauvoir? Assolutamente nessuno! Era la donna e la grande scrittrice più conosciuta un po’ in tutto il mondo e un’indiscutibile femminista. Sapevamo anche che c’erano diversi gruppi di donne che lavoravano con lei, di cui uno latino-americano, che poteva tradurre le Nuove lettere portoghesi. Marguerite Duras era, e continua a essere, la mia passione. È un punto di riferimento per la mia vita. Una donna molto difficile e favolosa. Simone era già molto meno irriguardosa. Christiane Rochefort scriveva molto sulle donne. Ma, di fatto, le due donne che fecero di più per il libro furono Duras e Simone.

Ci fu una grande mobilitazione internazionale…

Sì, impressionante! Simone de Beauvoir fece cose meravigliose. Distribuì opuscoli dappertutto, raccolse firme per una petizione che fu consegnata all’ambasciata del Portogallo a Parigi il 3 luglio 1973. Nel documento, donne di varie nazionalità protestano contro il processo istituito contro di noi. Simone organizzò e si mise a capo, nel gennaio del 1974, di una specie di “processione delle candele” al crepuscolo, in un’allusione a Fatima. Mobilitò donne e uomini, scrittori, giornalisti, attrici… La notte del 21 ottobre 1973 l’attrice femminista Delphine Seyrig realizzò una lettura-spettacolo sulle Nuove lettere portoghesi al Palais de Chaillot. Il video di questa iniziativa si trova nel Centro audiovisivo Simone de Beauvoir, a Parigi. Questo spettacolo fu poi replicato in paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Simone garantì inoltre la traduzione in francese del libro, che finì per essere tradotto in molti altri paesi. Per sfortuna dei fascisti, il processo coincise con la prima conferenza internazionale di donne, che si svolse a Boston fra il 3 e il 5 giugno del 1973. Le Nuove lettere portoghesi furono il tema centrale di questo incontro e vennero adottate come la prima causa femminista internazionale. Le donne si impegnarono ad appoggiare la nostra lotta nei loro rispettivi paesi e le azioni internazionali di solidarietà iniziarono a moltiplicarsi. Fu magnifico!

In Portogallo questo appoggio fu divulgato e apparve nelle notizie?

No. Nessuno voleva sapere alcunché del femminismo. Si diceva che il femminismo era una cosa disgustosa. Non dimentichi che ancora oggi c’è un professore della facoltà di Giurisprudenza che dice che le femministe sono naziste… All’epoca nessuno diceva questo, ma le femministe erano considerate delle pazze. I giornali portoghesi non seguivano neppure i processi e, se si fossero arrischiati a farlo, sarebbero stati censurati.

Ma la mobilitazione internazionale alla fine fu fondamentale, no?

Lisbona si riempì di femministe! “Stanno venendo tutte qui?”, chiese il giudice a Duarte Vilar, spaventatissimo. Venne la televisione americana, il che era impensabile all’epoca. Senza la mobilitazione di Simone e di chi si unì a lei saremmo state arrestate subito. Fu grazie alla mobilitazione internazionale che il giudice accettò di sentire così tanti testimoni e che infine rinviò la lettura della sentenza. Se la sessione non fosse stata rinviata, saremmo finite nel carcere femminile delle Mónicas fino al 25 aprile. Guardi, sarebbe stata un’esperienza in più… Avevo già chiesto a mio marito di portarmi in prigione qualcosa per scrivere, una matita e la stilografica, e che parlasse con mia madre per scegliere i vestiti. Non andai in tribunale con la valigia preparata, sarebbe stato come auto-dichiarare la mia sentenza.

L’opera finì per essere un grande colpo per la dittatura?

Ebbe conseguenze pessime per il regime. Diciamo che non è questo che ci porta al 25 aprile, ma anche il subbuglio che generò e il discredito del regime contribuirono a far cadere la dittatura. I fascisti erano così spaventati da questo trambusto che, nel novembre del 1973, chiesero all’avvocata del ministero della Giustizia di entrare in contatto con me, che ero la più conosciuta. Volevano che ritrattassimo pubblicamente e che dichiarassimo che non avevamo intenzione di “offendere il governo, né il buon nome del Portogallo”. Quegli stupidi dei fascisti non erano ancora arrivati alla conclusione che quella era una cosa senza senso per loro. Ottennero l’effetto contrario. Addirittura la loro stessa avvocata era dalla nostra parte.

E il delegato del pubblico ministero, un ragazzo piuttosto giovane, chiese la nostra assoluzione nell’udienza del 4 aprile. Fu molto coraggioso. È chiaro che, il giorno successivo, era già stato purgato e sostituito. Riuscii a ringraziarlo quando lo incontrai nel bar che c’era lì vicino al tribunale, dove andavamo dopo le sessioni. Mi rispose che aveva paura, ma che non poteva continuare a svolgere quel ruolo. Anche la richiesta di assoluzione fu determinante per il rinvio della sentenza.

Il giorno in cui il giudice avrebbe dovuto leggere la sentenza, il posto era già pieno di femministe e di televisioni di diversi paesi. La televisione americana chiese addirittura di filmare l’udienza. Il mondo intero aveva gli occhi puntati sul giudice. Alle porte del tribunale c’erano anche tre auto della polizia antisommossa. Io e Fátima andammo a chiedere a uno degli agenti che cosa stava succedendo. Ci disse subito che noi, “le ragazze”, dovevamo andarcene da lì, perché le “tre Marie” sarebbero state arrestate e ci sarebbero stati grandi disordini. Nel frattempo, la funzionaria che trascriveva le sessioni uscì e, dall’alto delle scale, annunciò che il giudice era malato e che la lettura della sentenza sarebbe stata rinviata. Gli avvocati furono sollevatissimi, ma finsero di essere molto arrabbiati e protestarono a lungo.

Ha già detto, in diverse occasioni, che il 25 aprile è stato il giorno più felice della sua vita. È stato un giorno fondamentale anche nel contesto delle Nuove lettere portoghesi

È stato davvero il giorno più felice della mia vita. La libertà, il non dover passare la vita a guardarci alle spalle per vedere se per caso ci seguivano, ci ascoltavano… È indescrivibile! E la lettura della sentenza, che era fissata per il 18 aprile 1974, fu rinviata esattamente per il giorno 25 aprile. Naturalmente quando tornammo in tribunale, il 7 maggio, il giudice affermò di aver sempre pensato di chiedere la nostra assoluzione. Tutta una menzogna! Ma tessette grandi elogi al libro e addirittura offrì una cena. Nelle motivazioni della sua decisione afferma che:

Il libro Nuove lettere portoghesi non è pornografico né immorale. Al contrario, è un’opera d’arte di elevato livello, che segue altre opere d’arte che le autrici hanno già prodotto.

È impressionante come le cose cambino…


[1] In Italia, l’edizione più diffusa delle Lettre portugaises, testo anonimo francese del 1669, è quella curata da Brunella Schisa per Marsilio con il titolo Lettere di una monaca portoghese.

[2] Natália Correia (1923-1993) fu una scrittrice di poesia, di prosa e di teatro, oltre che giornalista, programmatrice televisiva e attivista politica, sia prima che dopo la caduta dell’Estado Novo; una donna carismatica, figura di riferimento per la cultura portoghese del Novecento. In italiano è possibile leggere la raccolta di poesie Comunicação (tradotta da Maria da Graça Gomes de Pina e pubblicata da Carocci nel 2015).

[3] José Cardoso Pires (1925-1998), romanziere, saggista e drammaturgo, è stato uno dei maggiori scrittori portoghesi contemporanei. Fra le più recenti traduzioni in italiano di sue opere vi sono Dinosauro eccellentissimo (Vertigo, 2007), Gli scarafaggi (Le nubi, 2006) e De profundis: valzer lento (Feltrinelli, 2002).

[4] Maria da Conceição Vassalo e Silva da Cunha Lamas (1893-1983) fu una scrittrice, traduttrice, giornalista e famosa attivista politica femminista. La sua opera più importante è As mulheres do meu país (‘Le donne del mio paese’), la prima inchiesta mai realizzata sulle condizioni di vita delle donne portoghesi.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

Blog at WordPress.com.

Up ↑

Create your website with WordPress.com
Get started
%d bloggers like this: