♫ Ripensarsi e re-immaginarsi in modo totale: lo sguardo dal margine di Mina Loy, poeta, scrittrice, artista e designer inglese.

di Laura Scuriatti


Donne, se volete realizzarvi – siete alla vigilia di uno sconvolgimento psicologico devastante – tutte le vostre piccole illusioni devono essere smascherate – le bugie secolari devono sparire – siete pronte allo Strappo? Non c’è mezza misura – NON basta scalfire la superficie del cumulo d’immondizia della tradizione per portare la Riforma, l’unico metodo è la Demolizione Assoluta”.[1]

Così scriveva la poetessa, scrittrice, artista e designer inglese Mina Loy (1882-1966) nel “Feminist Manifesto” (Manifesto Femminista), un pamphlet radicale pubblicato postumo e redatto a Firenze nel 1914 in risposta ai dibattiti locali e internazionali sulla questione della donna e sul femminismo. Il tono del manifesto, come naturale, è aggressivo, a tratti persino abrasivo, ma assolutamente efficace. Loy va oltre la simbolica “uccisione dell’angelo del focolare” immaginata più tardi da Virginia Woolf,[2] e chiede alle donne di ripensarsi e re-immaginarsi in modo totale, corpo e anima, rifacendosi ai proclami dei Futuristi in modo ironico e critico. Nel panorama variegato del femminismo internazionale di inizio secolo, quella di Loy è una posizione radicale e individualista, legata a doppio filo anche all’eugenica. Si tratta di un progetto di emancipazione non collettivo – e del resto la collettività non è mai stata al centro della vita e della carriera di Loy, che ha partecipato in via transitoria a molti movimenti dell’avanguardia storica dal Futurismo al Surrealismo passando per dada New York, senza mai dichiarare un’appartenenza di gruppo. Il “Feminist Manifesto” è maturato tra gli incontri con Giovanni Papini e Filippo Tommaso Marinetti, i dibattiti italiani sulla “questione della donna” e le frequentazioni del salone dell’ereditiera americana Mabel Dodge con Leo e Gertrude Stein, Isadora Duncan, Igor Stravinsky e Gordon Craig, dove si discutevano Bergson, i testi di Havelock Ellis e delle femministe e attiviste newyorkesi del gruppo Heterodoxy. Loy chiede alle donne prima di tutto di cercare di conoscere se stesse senza appoggiarsi alle finte certezze offerte dalle dicotomie uomo-donna, femminile-maschile, di pensare in senso radicale ai propri bisogni, ai propri desideri e al proprio corpo, marchiato dalla prigione della verginità, che è nello stesso tempo fantomatica presenza fisica e secolare menzogna. Uno dei punti-chiave del manifesto è infatti la “incondizionata distruzione chirurgica della verginità di tutta la popolazione femminile all’inizio della pubertà”, una proposta scandalosa che si riappropria in modo trasformativo del simbolo della violenza millenaria della società patriarcale sul corpo femminile.[3]

Loy applicherà il suo femminismo complesso e radicale in prima persona nelle sue scelte di vita (non senza conflitti e difficoltà personali, familiari ed economiche) e poi nei suoi scritti e soprattutto le poesie che, negli anni Dieci e Venti del ventesimo secolo le valsero fama internazionale e una posizione di rilievo tra i gruppi dell’avanguardia letteraria transatlantica – una posizione che peraltro Loy visse in modo libero, rivendicando uno sguardo dal margine, ed eccentrico, nel senso positivo e creativo del termine. Il talento di Loy è radicalmente versatile e attento a diverse espressioni artistiche del primo Novecento: nelle sue poesie commenta fenomeni culturali, celebra opere d’arte, riflette in chiave autobiografica sull’amore, l’eros, la famiglia e l’antisemitismo; come Djuna Barnes, unisce il talento letterario a quello pittorico: giovanissima, diventa membro del prestigioso Salon d’Automne a Parigi, cosa che il primo marito, Stephen Haweis, pittore ed illustratore rimasto escluso dal Salon, non le perdonerà. Si dedica al design di accessori d’arredamento e talvolta di abbigliamento. Negli anni del secondo dopoguerra crea dei collages e assemblages con materiale di recupero e rappresenta la vita sulle strade povere del quartiere newyorkese del Bowery, che destano l’ammirazione dell’artista e amico Joseph Cornell. Quella di Loy è una fama immediata e breve, che si è persa nei meandri della formazione del canone modernista, facendo di questa autrice una illustre sconosciuta fino agli anni Novanta del Novecento. Si tratta di un’artista talentuosa, dunque, che ha forse pagato la molteplicità della sua produzione artistica e le sue molteplici forzature del canone proprio in quanto donna. Non è difficile immaginare che una tale versatilità, se declinata al maschile, avrebbe portato a ben altra fama e riconoscimenti. In movimento tra paesi, lingue e culture, mariti, e figli cresciuti da sola con grande difficoltà ma anche con grande leggerezza, Loy sembra per certi versi rappresentare la versione cosmopolita ed eccentrica dell’artista modernista e moderna, ma sfugge sempre alle etichette e alle classificazioni. Ezra Pound celebrò la sua poetica come esempio massimo della poesia americana sulla base di poesie pubblicate sì sulle riviste d’avanguardia americane, ma scritte a Firenze a contatto con i Futuristi; la lode di Pound, che nella Little Review definiva la poesia di Loy e Marianne Moore una forma di “logopoeia”, cioè “una danza dell’intelletto tra le parole e le idee”, e che attribuiva a Loy una poesia senza traccia di emozioni, finirà per cristallizzare la fama di Loy come poeta “cerebrale” – un aggettivo che assume una connotazione negativa proprio perché associata alle parole femminili, e che le si appiccica senza mai più lasciarla;[4] al suo approdo negli Stati Uniti dopo aver definitivamente lasciato Firenze nel 1916, i giornali accolsero l’arrivo di una “donna moderna”, che avrebbe portato in America le novità di grido dell’avanguardia europea – ma la modernità di Loy, che associava esperimento poetico e sfida alle regole morali, fu accolta anche con scetticismo persino dalla stessa avanguardia locale. Loy stessa praticava una coerente reticenza riguardo a sé stessa, smontando spesso tentativi di etichettarla, e lasciando incomplete molte delle sue opere, soprattutto quelle autobiografiche, che sono sopravvissute in forma di affascinanti frammenti d’archivio. Famosa è la sua dichiarazione spiazzante e lapidaria “I was never a poet” (non sono mai stata una poetessa) in risposta al tentativo di recuperare la sua opera negli anni ’50.[5]

A New York Loy, amica di Gertrude Stein e di Djuna Barnes, fu presenza innovativa ed indipendente di numerosi network dell’avanguardia. Frequentò la comunità di artisti che gravitavano intorno ai salon degli Arensberg e di Mabel Dodge, insieme al suo agente Carl Van Vechten, scrittore, fotografo, critico musicale e promotore dell’Harlem Renaissance, strinse una fortissima amicizia con Marcel Duchamp e Joseph Cornell, a cui rimarrà legata fino alla morte, venne fotografata da Man Ray, continuò il dialogo sulla scrittura sperimentale con Gertrude Stein, apparve come personaggio nel Ladies Almanack di Djuna Barnes, in Post-Adolescence di Robert MacAlmon, aprì un negozio di paralumi, disegnò abiti, sposò il pugile dada Arthur Cravan, nipote di Oscar Wilde, che morirà in Messico in circostanze misteriose, e continuò a scrivere e a pubblicare con grande successo sulle più importanti riviste di avanguardia letteraria – Rogue, The Blind Man, Broom, Poetry, Others, The Little Review. Gli anni ’20 la videro a Parigi e brevemente a Berlino, come molti degli espatriati anglo-americani in Europa. Nella capitale francese aprì di nuovo, con l’aiuto di Peggy Guggenheim, un negozio di paralumi e accessori d’arredo, diventò grande amica del pittore Surrealista tedesco Richard Oelze, a cui si sarebbe ispirata in parte per la figura di Insel, il protagonista dell’omonimo romanzo del 1936, pubblicato postumo nel 1991. Sempre a Parigi, Loy accompagnò Djuna Barnes durante la sua famosa intervista a Joyce, frequentò l’Academie des Femmes e la casa-salon di Gertrude Stein, lavorò come agente per la galleria newyorkese di Julien Levy, suo genero.

Mina Loy e Djuna Barnes. Per gentile concessione di Roger L. Conover, curatore ed esecutore letterario di Mina Loy. Fonte: University of Oregon.

Le poesie di Loy affascinano per lo stile scarno, plurilingue, tagliente, ironico, radicalmente sperimentale, per la complessa intertestualità e per l’evocazione e rappresentazione dirette dell’erotismo e della fisicità dei corpi – una fisicità spesso resa ancora più scioccante dall’uso di terminologia medico-scientifica. Con Loy il corpo e il desiderio femminile entrano nella poesia in modo dettagliato, dirompente, si fanno soggetto, smettono di essere oggetto. La sequenza poetica “Love Songs to Joannes”, per esempio, riflette e mette a fuoco l’esperienza erotica del soggetto lirico femminile in relazione al corpo maschile di “Joannes”, in cui confluiscono figurazioni di diversi amanti della poetessa, inclusi Filippo Tommaso Marinetti e Giovanni Papini. Quando una prima versione incompleta della sequenza uscì nel 1915 sulla rivista Others, la sua pubblicazione diede luogo ad uno scandalo tale, che la poetessa Amy Lowell minacciò di ritirare il suo supporto alla rivista.[6]

Le prime poesie, ambientate a Parigi e soprattutto a Firenze nei primi due decenni del secolo, osservano con grande lucidità e ironia le città da un punto di vista originale e soprattutto critico: gli ambienti bohemien di Parigi risultano piuttosto mortiferi, e sembrano già risentire della commercializzazione dell’arte, mentre invece, come anche per Walter Benjamin, sono i templi del commercio e del consumo a fornire esperienze rivitalizzanti; Firenze non è la città luminosa dei capolavori dell’arte rinascimentale evocata dai molti e illustri compatrioti espatriati, né quella piena di speranze rivoluzionarie del Risorgimento, celebrata dai Browning – ma un microcosmo che rivela il funzionamento del patriarcato, sia nella vita della gente comune, che nell’arte dei Futuristi, a cui Loy risponde in chiave personale ed estetica, facendone notare le contraddizioni tra le pose rivoluzionarie e l’inveterato, quanto antiquato, maschilismo.

La riscrittura è una forma che Loy adotta con grande destrezza: negli anni Venti e Trenta Loy compone poesie e saggi che riscrivono e commentano l’arte di Joyce, Gertrude Stein, Constantin Brancusi, Wyndham Lewis, Jules Pascin, Pablo Picasso, Marcel Duchamp. Le poesie rendono omaggio ai capolavori del modernismo, a cui Loy dedica anche dei saggi letti ad alta voce nei circoli letterari a New York e Parigi, e creano un sottile quanto importante network transatlantico. Quella di Loy è una celebrazione ma anche un’analisi del modernismo come fenomeno artistico, culturale, e tutto sommato economico. Con grande acume Loy scompone il fenomeno artistico in tutti suoi elementi essenziali (l’autor* e la sua firma, opera e pubblico): come altri suoi contemporanei, Loy celebra l’idea di genio, dell’autor* visionari* e di un’arte difficile, anche reticente, che interviene radicalmente nel mondo, mostrandone i lati invisibili, impensabili, e che richiede la partecipazione di un pubblico consapevole, disposto ad accogliere la complessità e gli esperimenti. Si impegna, inoltre, perché l’arte rimanga libera da vincoli morali. In risposta al processo per oscenità alla Little Review di Margaret Anderson e Jane Heap per la pubblicazione dell’episodio “Nausicaa” dell’Ulisse di Joyce, tenutosi a New York nel 1921 e perso dalla rivista, Loy scrive la poesia “Apology of Genius”, in cui l’artista-genio si contrappone alla massa che non capisce e che quindi aggressivamente censura; eppure Loy è anche attenta alle dinamiche economiche di questa versione elitaria dell’arte, che si sta avvicinando sempre più velocemente ai criteri del mercato, col pericolo di venirne assorbita. La poetica di Loy, pur con le sue radici in una versione post-romantica del genio, crea un’autorialità dialogica, intersoggettiva – collaborativa, appunto – in cui la riscrittura poetica e l’ekphrasis si propongono come collaborazione, rilettura critica, omaggio e nuova creazione. Soprattutto, l’idea di genio è ripensata e declinata al femminile.

Mina Loy (in ginocchio in prima fila), Man Ray, Kiki, Ezra Pound, Jane Heap, Margaret Anderson, Tristan Tzara, Jean Cocteau e altri di fronte al Jockey Club, Parigi, 1923. Per gentile concessione di Roger L. Conover, curatore ed esecutore letterario di Mina Loy.
Fonte: Reddit.

Le tracce autobiografiche sono sempre molto presenti nella poesia di Mina Loy, e l’autobiografia non è mai fine a sé stessa, ma un mezzo per intervenire in modo radicale nel mondo, come nel caso del lungo poema autobiografico “Anglo-Mongrels and the Rose”, che rappresenta e critica il disprezzo, l’antisemitismo, e l’ipocrisia vittoriana della madre di Loy verso il marito, ebreo ungherese, e verso le proprie figlie, doppiamente colpevoli perché figlie di un padre non propriamente inglese, e perché donne intelligenti che aspirano all’indipendenza economica, fisica ed emotiva.

Con il suo linguaggio poetico caratterizzato da pause grafiche, interventi tipografici, neologismi, assenza di punteggiatura, un uso frequentissimo di figure retoriche legate all’interruzione e alla frammentazione come lo iato, l’iperbato, l’enjambement, Loy rivendica la possibilità di rappresentare senza mistificazioni, celebrare e analizzare i moltissimi aspetti della soggettività femminile come l’erotismo, l’orgasmo femminile, la maternità, e persino dell’esperienza del parto, portando la poesia in luoghi ben poco frequentati prima di allora. Nella poesia “Parturition” (“Parturire”, 1914), l’io lirico si crea e si riflette durante le successive fasi del parto; è attraverso il dolore che riesce a diventare e pensare se stesso – è anche attraverso il dolore e la nuova vita che l’io lirico si connette con il mondo, oltre la propria fisicità e limitatezza:

Sono il centro

di un cerchio di dolore

che si espande oltre i confini in ogni direzione

[…]

Mi inerpico su una montagna distorta di dolore

per caso nella spossatezza del controllo

raggiungo la cima

e gradualmente mi calmo in anticipazione della

pace

che non arriva mai

perché un’altra montagna si sta alzando

che io             spinta dall’inevitabile

devo attraversare

attraversando me stessa

[…]

Rilassamento

la negazione di me stessa come unità

            vuoto interludio

avrei dovuto svuotarmi di vita

dando la vita

[…]

Madre io sono

identica

alla infinita Maternità

indivisibile

acutamente

vengo assorbita

in

ciò che era-è-sempre-sarà della riproduzione cosmica

[…] [7]


La maternità, qui e altrove nei suoi scritti, non è pensata da Loy come impedimento, ma come atto creativo. Il processo doloroso, primitivamente carnale e intimo del parto non è un tabù, ma esperienza poetica e umana eccezionale, dirompente, e radicalmente estetica che afferma e restituisce un corpo femminile dalla forza immensa e bastante a se stesso. Se nel 1903 Otto Weininger teorizzava in Geschlecht und Charakter (Sesso e carattere) l’inferiorità conclamata delle donne in tutti i campi della vita umana, e confermava la sua teoria dissertando sul fatto che le donne non erano riuscite ad esprimere in modo artistico e significativo nemmeno le esperienze secondo lui più importanti delle loro vite – il parto e la maternità – Loy, che era a conoscenza delle idee del filosofo austriaco tramite la mediazione dei Futuristi e dell’avanguardia inglese, ne ribalta i pregiudizi con un io lirico che esprime potenza e una nuova consapevolezza della forza del corpo femminile e dei suoi nuovi linguaggi.    

Negli anni Quaranta Loy si ritira a vivere in solitudine e povertà nel Bowery, a New York, ma continua a dedicare le sue ultime poesie a temi scomodi e soggetti altrettanto radicali con la sua lucidità ed ironia – i poveri del quartiere, i senzatetto, i lavoratori degli sweat shops locali, le devastazioni della guerra osservate a distanza, e il proprio corpo che invecchia, come nella poesia “An Aged Woman” (Una donna anziana):

Né il dolore ha la precisione

con cui colpiva in gioventù

Più come tarma

che rode organi interni

sospesi o cadenti

in un ripostiglio rovinato [8]

Morirà ad Aspen, in Colorado, nel 1966 dove si era ritirata a vivere con la figlia Joella Bayer e la sua famiglia, dopo un lungo periodo di silenzio e sofferenza a New York, e verrà “riscoperta” negli anni Ottanta grazie al lavoro delle critiche femministe e poi queer– un lavoro che continua a restituire il piacere della lettura dei suoi scritti e il dono di quel pensiero insubordinato ed emancipatore che li caratterizza tutti.

Loy: testi, intertesti, network. © Laura Scuriatti e Irina Stelea. Fonte: https://mina-loy.com/


Foto di copertina: Mina Loy, di Stephen Haweis, Firenze, circa 1909. Per gentile concessione di Roger L. Conover, curatore ed esecutore letterario di Mina Loy. Fonte: Kunsthistorisches Institut Florenz.

[1] L’autrice ringrazia Roger L. Conover, curatore ed esecutore letterario di Mina Loy, e Antonella Francini, traduttrice, per il permesso di citare e riprodurre i testi e le immagini di Mina Loy. La citazione è un passo del “Feminist Manifesto” (1914), in: Mina Loy, Per guida la luna. Poesie ed elegie d’amore, traduzione e cura di Antonella Francini (Firenze: Le Lettere, 2003), p. 22.

[2] Virginia Woolf, “Professioni per le donne”, in V. Woolf, Voltando pagina. Saggi, 1904-1941, a cura di Liliana Rampello (Milano: Il Saggiatore, 2011), pp. 352-358. Il saggio, pubblicato postumo nel 1942, è basato su una conferenza tenuta da Woolf alla National Society for Women’s Service nel 1931.

[3] Mina Loy, “Feminist Manifesto”, in M. Loy, The Lost Lunar Baedeker, a cura di Roger Conover (Manchester: Carcanet, 1997), pp. 153-156, p. 155.

[4] Ezra Pound, “A List of Books”, The Little Review, vol. 4, no. 11 (Marzo 1918): 54-58, p. 57.

[5] Lettera citata da Roger Conover, nell’introduzione al volume Mina Loy, The Last Lunar Baedeker, a cura di Roger Conover (Highlands, NC: Jargon Society, 1982), pp. xv-lxi, p. xv.

[6] Carolyne Burke, Becoming Modern. The Life of Mina Loy (New York: Farrar, Straus and Giroux, 1996), p. 191.

[7] Mina Loy, “Parturition”, in M. Loy, The Lost Lunar Baedeker, cit., pp. 4-8. Traduzione di Laura Scuriatti. Pubblicato nella rivista The Trend, ottobre 1914.

[8] “Una donna anziana” (An Aged Woman), in Mina Loy, Per guida la luna. Poesie ed elegie d’amore, cit., p. 253-55, p. 253.


Laura Scuriatti è Associate Professor of English and Comparative Literature presso il Bard College Berlin. Su Loy ha pubblicato numerosi saggi e la monografia Mina Loy’s Critical Modernism (Gainesville: Florida University Press, 2019).

Bibliografia essenziale

Mina Loy. Navigating the Avant-Garde. Il sito, creato e continuamente aggiornato da un gruppo di studiose, offre una vasta selezione di informazioni biografiche e storiche, contributi critici e creativi sul lavoro e il pensiero di Loy.

Carolyn Burke, Becoming Modern. The Life of Mina Loy (New York: Farrar, Straus and Giroux, 1996).

Mina Loy, Insel, a cura di Elizabeth Arnold (New York and London: Melville Publishing. 2014).

Mina Loy, Per guida la luna. Poesie ed elegie d’amore, traduzione e cura di Antonella Francini (Firenze: Le Lettere, 2003).

Mina Loy, Stories and Essays of Mina Loy, a cura di Sara Crangle (Champaign and London: Dalkey Archive Press, 2011).

Mina Loy, The Last Lunar Baedeker, a cura di Roger Conover (Highlands: The Jargon Society, 1982).

Mina Loy, The Lost Lunar Baedeker, a cura di Roger Conover (Manchester: Carcanet Press, 1997).

© Laura Scuriatti




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