Brianna Carafa in una rara intervista del 1976

Quando nel 1975 uscì La vita involontaria per Einaudi, romanzo che la casa editrice Cliquot ha ripubblicato nel 2020 e ora è già giunto alla seconda ristampa (qui), il nome di Brianna Carafa iniziò a circolare e la sua opera ad essere letta e apprezzata.
La redazione de Le Ortique vi propone una rara intervista rilasciata al quotidiano «l’Unità» nel ’76, in cui si parla di stile, di come e quando si scrive, di temi e di molto altro. La giornalista in dialogo con lei è Lella Marzoli.

***

Incontro con la scrittrice Brianna Carafa
Tra psicoanalisi e narrativa
di Lella Marzoli
© «l’Unità», 4 settembre 1976

Un incontro imprevisto con Brianna Carafa, l’autrice de La vita involontaria (Einaudi, 1975), di cui Italo Calvino ha potuto osservare: «È un libro di qualità: qualità narrativa, perché certo succede qualcosa, e qualità di scrittura, così chiara e ferma». Noi abbiamo incontrato Brianna Carafa in un periodo proficuo ed intenso per lei; d’estate infatti, nel silenzio pressoché assoluto del monte Conero, una località vicina al capoluogo marchigiano, Brianna si dedica alla sua seconda attività, quella di scrittrice, tralasciando (ma non è del tutto esatto, vedremo poi perché) i suoi impegni di psicanalista.
Con lei abbiamo voluto parlare soprattutto del suo libro. È l’itinerario interiore, seguito con acuta partecipazione, di un giovane, il racconto drammatico della ricerca, fino al sacrificio leale di sé, del proprio equilibrio psichico. il libro non è solo la cruda testimonianza di una crescita faticosa, nella solitudine, ma soprattutto un grido contro ogni abuso e sopraffazione. L’altra chiave di lettura del libro riguarda appunto l’assunzione a simbolo dell’analista, in una società che trasforma in abuso di potere ciascun segno e ciascun ruolo.
Con Brianna Carafa discutiamo della sua narrativa, ma non solo. Perché questo libro, le chiediamo, che rapporto ha con il suo lavoro?
«Direi che è parallelo, se posso dire così; la mia curiosità della vita, del mondo e dell’animo umano si manifesta sia con lo scrivere che con il lavorare, soprattutto con giovani. Il mio lavoro, la mia lunga esperienza, mi hanno permesso un approfondimento che indubbiamente mi aiuta. Nello stesso tempo direi che nel lavoro metto anche un atteggiamento creativo. Io credo molto nella espressione, nella comunicazione che è al di sotto delle parole, credo al contatto, al rispetto reciproco, non alla manipolazione; pensa a Schleibacher (si tratta del “guaritore d’anime”, un personaggio centrale della Vita involontaria, ndr.). Il rispetto è fondamentale​».
Ma perché ad un giovane (il Paolo Pintus del libro) assegni questo positivo ruolo di comprensione della realtà? «Ciò che volevo appunto raccontare (poi forse si dicono anche altre cose più o meno interessanti) è il tentativo del giovane che cerca di capire, ma poi si scontra con la continua menzogna, la mistificazione, l’abuso, finché persino lui cade nel gioco, tanto che inizia la sua professione di analista con un proprio problema di potere, cui abdica però non appena comprende che l’unica via è quella di entrare nel vivo della questione, di ciò che assilla il paziente, pur rischiando il massimo». «L’adolescente – aggiunge Brianna Carafa – ​va incontro a continue delusioni, è soggetto a continue frustrazioni, a continui rovesciamenti di realtà. La sua fiducia viene bombardata dalla falsità, dagli interessi che lo sovrastano. È questa la esperienza di ciascuno di noi, non solo del giovane».

Il romanzo nell’edizione Cliquot 2020


Parlaci del tuo Paolo Pintus, di questo individuo che sembra lasciarsi vivere lungo tutto il racconto, fino a che non rientra alla fine nei “Tetti Rossi”, che sono il mistero della sua infanzia, il simbolo dell’ignoto (significativo il fatto che sia un ospedale psichiatrico).
«Penso che fino ad una data età per lo meno, la passività sia un fatto abbastanza naturale. Siamo talmente condizionati, ancora vaghi; il mondo è ancora per gran parte oscuro e fumoso, nessuno fra l’altro ti aiuta a capire. Ecco, la passività fa certo parte dello sviluppo del giovane, comunque mi sembra oggi una condizione abbastanza generalizzata. Si è smarriti, senza idee chiare, schiacciati dal mondo, dalle situazioni. Il Pintus è, direi, la somma di tanti personaggi che ho conosciuto e a cui si aggiungono emozioni mie. È un miscuglio che mano a mano ha assunto la sua indipendenza; come mi capita quasi sempre mentre scrivo il personaggio assume autonomia, come se io fossi solo un portavoce, il tramite di una emozione proveniente dalla interazione fra me e il mondo.  No, non direi che il giovane Pintus abbia un referente, un modello. Per lui ho pescato nell’insieme delle mie esperienze con i giovani».
La struttura del libro, apparentemente circolare, indurrebbe a pensare ad una chiusura, ad una fine senza speranza, ad un rientro nel passato. Ma il futuro c’è?
«Questo mi pare il punto che pochi hanno percepito. C’è speranza, a patto di rischiare molto. Nel finale, infatti, anziché dall’alto della cattedra, con una diagnosi, il protagonista cerca di immedesimarsi nel malato. Dice: vediamo di capire, mettendo a repentaglio la sua salute mentale. Uno psicanalista che stimo molto ha detto che per capire occorre avere il coraggio di assumere la follia come nostra dimensione: controllando, tuttavia, avendo cioè piena coscienza della potenzialità della follia. Si tratta di sapere, sapere. È qui la verità che cerchiamo. Perciò io considero questo un libro di rivolta e di speranza, questo sforzo verso la percezione intera della verità multipla, poliedrica, in una realtà che separa e spezzetta, è possibile solo recuperando la coscienza dell’intero, Sia nel lavoro, che nella creatività, in un interesse o nell’uso razionale del nostro tempo libero».
All’interno di questo metodo che valore assume la psicanalisi?
«Secondo me essa dovrebbe essere ricerca e basta, ricerca in due, diciamo una collaborazione di ricerca. Purtroppo molto spesso diventa invece autorità e subalternità. Il paziente, in nome del suo bisogno di aiuto, inghiotte tutto quanto gli vien dato: il medico usa tutto il suo potere, che assume, connota assoluti agli occhi del paziente, per opprimere. Non è tanto l’autorità che occorre invece, quanto la sicurezza, la conoscenza».
Effettivamente, per Brianna Carafa le due attività sono parallele, ma sono linee parallele eterogenee, che tendono ad incontrarsi, per lo meno a volte, come accade nel suo La vita involontaria.
Le chiediamo ora della sua ricerca sul linguaggio, del suo procedimento di scrittura. «Anche per il linguaggio cerco dentro di me, tento di rendere ciò che voglio dire nella maniera più chiara possibile. Non mi pongo problemi teorici o astratti: il mio problema è comunicare. Scrivo sempre sotto l’impulso di una forte emozione. C’è qualche cosa, circostanza o persona, e sento che mi tocca, che mi pare faccia emergere un problema, non dico universale, ma generale. Scrivo allora di getto per un mese o due; dopo il traboccare dell’emozione c’è la fase di distanziamento, tutto l’impegno per farsi capire, che è in fondo un allontanarmi dalla emozione per giudicarla. Così nasce, appunto, in questa seconda fase, il senso profondo dello scritto».
Ed ora che cosa stai lavorando?
«Sto ultimando un altro libro su un aspetto che mi interessa particolarmente, sempre per quel carattere collettivo, generale che il problema assume oggi: sto trattando il caso, tutt’altro che isolato, dell’individuo che non riesce ad essere cosciente, che si perde nel nostro mondo proprio per la incapacità e di impossibilità di essere conscio.  Si tratta, come sai, di qualcosa di più che un caso umano. Oggi molte cose congiurano per farci perdere la testa, per dirla letteralmente. Il canovaccio di questo libro l’ho tratto da un fatto di cronaca. Ma non vorrei dirti altro».

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