Le donne dello Strega: intervista a Giulia Caminito a cura di Clelia Lombardo

In una ricerca condotta dalla scrittrice Giulia Caminito e da Giorgia Tolfo, ricercatrice, e presentato in streaming il 12 dicembre 2020 e uscito come articolo il giorno dopo su «Domani» (qui), si considera, negli anni, la presenza delle donne al Premio Strega. Inoltre si mette in relazione finalisti, vincitori, case editrici e giuria. Partendo da dati quantitativi, forniti dalla stessa Fondazione Bellonci, ne risulta in modo immediato ed evidente che sono gli uomini ad avere dominato il panorama sia in termini di vincitori del premio, sia come candidati proposti dalle case editrici che giurati. Lo scopo della ricerca è quello, tuttavia, di partire da dati quantitativi per considerare in maniera più ampia e problematica le logiche dell’editoria nel novecento e il gender gap che la caratterizza.
Chiediamo quindi a Giulia Caminito per conoscere meglio questo studio che tocca questioni e temi molto importanti e affini al lavoro svolto da Le Ortique.

Clelia: Puoi spiegarci da dove è nata questa indagine e quali le domande che l’hanno avviata?
Giulia: Il progetto di creare questo dossier nasce da una proposta di Giorgia, che mesi fa mi scrisse su Facebook dopo aver visto un mio post. In quel post io avevo pubblicato sul mio profilo una prima lista di libri e scrittrici che hanno partecipato al Premio Strega fino al 1999. La lista andava sistemata, io mi ero limitata a prendere i nomi dal sito del Premio Strega, che ha appunto una sezione di archivio storico. Li avevo messi in fila perché ero molto curiosa di vedere quali scrittrici e quali romanzi avessero partecipato. Ero infatti incappata in una annata interessante quella del 1975. Quell’anno non vinse una donna, ma Tommaso Landolfi, però ci furono molte candidate: Laudomia Bonanni con Vietato ai minori (Bompiani), Elda Bossi con Giornale del soldato stanco (Pan), Maria Paola Càntele con Il Vegegufo (Mondadori), Brianna Carafa con La vita involontaria (Einaudi), Carla Cerati con Un matrimonio perfetto (Marsilio), Maria Luisa D’Aquino con Quel giorno trent’anni fa (Guida) e Vittoria Ronchey con Figlioli miei, marxisti immaginari (Rizzoli). Non conoscevo tutte queste autrici, solo alcune e avevo letto un paio dei libri candidati. Libri bellissimi a mio parere. Da lì la scintilla: ma chi sono la scrittrici che negli anni sono state candidate al Premio? Perché non provare a ricordarle tutte? Giorgia mi chiese se avevo voglia di prendere spunto da questa indagine per crearne una che si appoggiasse a dati reali. Lei infatti si occupa di data analysis applicata alle scienze umanistiche (insieme a molte altre cose) e quindi ha gli strumenti per interrogare il web e ricavarne dei dati da trasformare in grafici. Così è iniziata, con la voglia di creare una mappatura e di fornire informazioni sulla presenza delle donne al Premio, in quanto molto longevo e anche rappresentativo di alcune logiche editoriali e di una grossa eredità letteraria e storica. Non avevamo nessuna voglia di innescare una polemica, perché spesso queste rimangono tali e non si evolvono invece in profonde ricognizioni, avevamo piuttosto voglia di inserire questa ricerca tra le altre che stanno indagando il ruolo delle donne nella filiera del libro. Come anche su Le Ortique si dimostra, è un periodo di interesse, un momento vitale, rispetto al recupero della memoria sommersa o offuscata delle donne della letteratura italiana e straniera. Il dossier fa quindi compagnia, attraverso i numeri, i grafici e i nostri commenti agli interventi che stanno andando in questo senso e cerca di dare delle nuove basi per continuare il dibattito.

Clelia: Immagino ci sia stata la necessità di avvalersi di collaborazioni. Quali sono state quelle necessarie per portare avanti la ricerca?
Giulia: Abbiamo avuto la fortuna di ricevere l’aiuto della Fondazione Bellonci che organizza il Premio e che custodisce la sua memoria. Online infatti sono condivise alcune informazioni come per esempio le candidature, le vittorie e volendo anche le case editrici che hanno candidato, ma un aspetto non era ancora emerso, quello che riguarda i votanti e le votanti al Premio. Il Premio Strega è infatti da sempre legatissimo alle amiche e agli amici della domenica, cioè la sua giuria (che poi si è arricchita nel corso del tempo grazie alla partecipazione di votanti esterni, anche dall’estero). Ci siamo quindi chieste quante donne storicamente avessero votato al Premio e in che percentuale, se ci fossero state delle oscillazioni e quando, e quale fosse la situazione attuale. Solo la Fondazione poteva fornirci queste informazioni sulle quali Giorgia ha lavorato per restituire i grafici che compongono questa parte del mosaico.

Clelia: Il metodo adottato prevede dati emersi da una ricerca quantitativa: cosa ci dicono?
Giulia: I dati penso ci dicano molte cose evidenti e molte che invece vanno cercate tra le pieghe del dossier. Come purtroppo tutte e tutti sappiamo le donne al Premio Strega sono sempre state in minoranza, hanno vinto solo 11 donne nell’intera storia del Premio, ci sono stati periodi anche di 15 anni senza una donna vincitrice (in tempi molto recenti), nei primi decenni del Premio le candidate erano pochissime e sono rimaste in minoranza. Le case editrici hanno candidato quasi sempre uomini, con percentuali davvero importanti e solo due case editrici (e/o e Neri Pozza) hanno candidato a maggioranza donne. Nella giuria le donne sono diventate quasi il 50% solo negli ultimissimi anni, mentre prima erano anche lì molte di meno degli uomini. Ma oltre all’assenza è interessante seguire gli andamenti, le curve, capire cosa ha modificato gli equilibri, in quali contesti i libri delle donne sono riusciti a vincere. Fotografare questa disparità deve a mio avviso essere un modo per guardare oltre, agli anni che verranno e alla possibilità che questi conteggi non saranno più necessari. Ciò che ci auguriamo infatti è che nei prossimi decenni non servirà più mettersi a tavolino per notare nel Premio o altrove cosa manca, ma per guardare a cosa c’è, cioè i libri e il loro valore. La constatazione attuale è, ahimè, che tanti bei libri di scrittrici, che sono anche passate per il Premio, sono da tempo introvabili e non vengono neanche più nominate, oltre che non ripubblicate. L’assenza di nominazione, la scomparsa dalle librerie e la totale indifferenza dei programmi scolastici rischiano di lasciare un vuoto pericoloso nella storia della letteratura. Molti di quei libri sono infatti essenziali per ricostruire tanta narrativa odierna e anche narrativa scritta dagli uomini di quel periodo. Fa profondamente pensare il fatto che alcuni ancora oggi si sentano tranquilli nel dire di conoscere solo Elsa Morante tra le scrittrici del Novecento (cosa che non prevede la sua lettura, temo), ma non hanno mai pensato di ragionare in termini di continuità o di opposizione della sua scrittura rispetto ad altre autrici. Come non trovare per esempio tanta della scrittura ironica, retorica, ricca di pathos, drammatica di autrici come Guglielminetti, Serao, Rimini e Aleramo in Menzogna e sortilegio, che nella sua assoluta diversità e unicità raccoglie però molta eredità precedente. I libri di Morante e di Ginzburg sembrano invece per molti galleggiare nel vuoto, a loro vengono paragonati solo autori maschi (con cui di certo hanno dei legami vitali) e nessuna “madre”, nessuna progenitrice. Levare le radici alla scrittura delle donne è ancora oggi un atto per destituirne il valore, lasciando che esse debbano ogni volta rinascere dalla ceneri, senza un passato a cui legarsi o a cui voltare le spalle. Ai più scettici consiglio la lettura di Un quarto di donna di Giuliana Ferri per poi rileggere I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante. E tentare così di ricostruire quella che lei chiama “frantumaglia”, il sentirsi tirata di qua e di là della donna sposata. Per me anche questa è letteratura: emozionarsi per il collegamento insospettabile tra due libri, recuperare un’autrice dimenticata in cima a una libreria, incrociare i cataloghi delle biblioteche per una edizione originale, aprire un armadietto in Casa Bellonci e trovare la tazza con su scritto: Maria e sapere che un pezzo di storia della letteratura prendeva il tè dove oggi forse potremmo anche noi. Sarò feticista, ma tant’è.

Clelia: Tutte questioni decisive per riconsiderare non solo la storia della letteratura ma le eredità artistiche che ci attraversano ancora oggi. Farne oggetto di esplorazione, c’è da fare un grande lavoro, anche nelle scuole. La vostra ricerca dà tantissimi spunti anche in termini di studio e approfondimenti. Non credo ci sia, da parte vostra, l’intenzione di arrivare a conclusioni affrettate ma cosa vuoi considerare come punto di partenza per ulteriori indagini?
Giulia: Per fortuna no, non ci sono conclusioni, ma solo spunti, inizi. Sarebbe bello che questa ricerca servisse alle studiose e agli studiosi per ulteriori ragionamenti, per unire i punti di un quadro più ampio che riguarda la nostra letteratura e anche la produzione editoriale. Sarebbe interessante per esempio usare lo stesso metodo per indagare altri Premi importanti, non solo italiani, ma anche stranieri. Oppure cercare di iniziare una raccolta dati sulla presenza della scrittura afro discendente in Italia, come giustamente suggeriva Igiaba Scego, e come stanno facendo anche molti altri paesi. Farsi delle domande, cercare i dati che possano iniziare a dare delle risposte o almeno aprire a indagini più precise. Questo mi auguro: molta curiosità, sempre.

Nelle foto, tratte dalla © Galleria del sito del Premio Strega, Elsa Morante con Maria Bellonci nel 1957, anno della vittoria de L’isola di Arturo, e Anna Maria Ortese nel 1967, tra Bellonci e Guido Alberti, anno della vittoria di Poveri e semplici.

© Clelia Lombardo e Giulia Caminito

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