♫ Su Alice Ceresa, a cura di Anna Franceschini e Giusi Montali. Con letture di Patrizia Zappa Mulas

Sul numero 76 della rivista «Le Voci della Luna» all’interno del progetto “Carte da slegare” è apparso un focus dedicato ad Alice Ceresa a cura di Anna Franceschini e Giusi Montali, con interventi e contributi critici di Patrizia Zappa Mulas (Ritratto di Alice Ceresa) e di Francesca Rodesino (Nota sul Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile).

Patrizia Zappa Mulas, cara amica di Alice Ceresa, ha realizzato per l’occasione una magistrale lettura di alcuni estratti del racconto La morte del padre. Siamo a lei particolarmente riconoscenti, anche perché è stata la prima ad occuparsi della diffusione e riscoperta dell’opera di Alice Ceresa, come è prova la curatela del volume edito dalla Tartaruga nel 2004, La figlia prodiga e altre storie.

Il 23 gennaio 2021 alle 17.30 su YouTube avrà luogo un dialogo organizzato dal direttore responsabile de “Le Voci della luna”, Jessy Simonini, con Cristiana De Santis, Monica Farnetti, Laura Fortini, Alessandra Pigliaru e Patrizia Zappa Mulas. L’evento qui e il canale YouTube qui.

© Anna Franceschini e Giusi Montali 

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Su La morte del padre di Alice Ceresa 
di Anna Franceschini

La scrittura di Alice Ceresa è un luogo spogliato da collocazioni temporali e spaziali, frutto di un lavoro di intelletto che mira a legarsi a territori futuri, inesplorati, ancora inesistenti. Non ha bisogno di ridondanze fattuali o descrittive, si sprigiona aprendosi ad un linguaggio fittizio, profondo e controllato, privato da colori e sfumature, consegnandosi alla pagina per rappresentare, con sguardo oggettivo, un unico fatto, la morte del padre. Le immagini prodotte da questa scrittura restano interne, scolorite, si percepisce l’ampiezza di un anfratto buio, illuminato a fatica. È un luogo conosciuto che appare così come ce lo troviamo dal di dentro, inospitale, un perturbante ammaestrato, tenuto a redini strette da un’intelligenza implacabile, quasi crudele. È un racconto autobiografico che scandaglia senza sentimentalismi, con accurato distacco, il tema della morte del padre, protagonista di una trama quasi circolare che ammette solo le circostanze della morte come amministrazione aprendosi e chiudendosi su se stessa. In questa prigione atemporale che è famiglia, casa, cimitero si muovono apparentemente vivi i personaggi subalterni al patriarca defunto: la figlia maggiore, la minore, il figlio e la madre. Sopravvissuti, reduci da una glaciazione che ha fermato il dolore e li ha bloccati nel tempo, ce li ritroviamo come figure prive di connotati, spersonalizzate, completamente astratte, tese a riconoscersi sospinte da una morte annunciata, forse attesa, che li riporta nel presente. Il tema portante oltrepassa la memoria e l’autobiografia: è la struttura patriarcale ad essere processata, esaminata. La convenzionalità sociale, un sistema famigliare composto da membri ridotti al proprio ruolo, è il regno preposto da un’autorità sovrastante pervasiva rappresentata dal padre. Questa autorità gerarchizzata è a scapito soprattutto delle donne.
Ceresa costruisce nuovamente questa struttura facendo un lavoro arduo e complesso, ricreando un contenitore plausibile, il più possibile coerente con la realtà, dove immettere i personaggi che lottano per arrogarsi un diritto di esistenza negato in una società che li ha estromessi e di cui forse non sono consapevoli. Se è la realtà a spossessare e a disumanizzare, allora i personaggi della storia dovranno essere raffreddati da un linguaggio che li renda interiorizzati, totalizzanti nella loro impersonalità, rallentati per dare autenticità e restituire in maniera cauta e distillata una ragione di esistenza.
Il rapporto col padre è spesso un rapporto col potere e con l’autorità, con il mondo. È l’origine della cultura, dell’ordine, è una legge a cui bisogna sottostare e che pone dei divieti. Ceresa rappresenta un padre svuotato, che ha abdicato e che attraversa internamente le persone costitutive di una famiglia, abitandole e subendo continue metamorfosi all’interno delle menti, ricoprendo ruoli senza mai arrivare a esistere, nullificandosi e reificandosi.
Il padre diventa la struttura portante, la casa, la trama, un fantasma di coercizione e costante presenza sottratto all’umano, non avendone forse fatto totalmente parte.

“Questa notte il padre è diventato la casa, che si può adesso vedere dall’esterno in sezione e dunque priva di facciata, una mostruosa immagine organica di un padre di muri e di pietra che contiene mogli e figli pulitamente sistemati negli appositi cubicoli e ognuno per proprio conto agitatamente o tranquillamente addormentato nell’innaturale e spazioso ventre. Nulla del resto saprebbe contenerli insieme se non questa motivata coercizione alla parentela”

In questo processo di separazione dei personaggi che si disgregano, si isolano, in perenne osservazione sotto una lente impietosa, il dolore diventa un procedimento della mente crudele che rende estranei tanto la morte quanto il padre, come fossero due realtà distinte che non convergono. La convergenza possibile sarebbe rendere umano un uomo da cui bisogna congedarsi, mettendo in evidenza il legame affettivo. Di fatto la morte del padre per Ceresa è il volto del patriarcato riconosciuto, la sconfitta di un’autorità che continua a perdurare nella famiglia: come nutrimento nella figlia maggiore che trasforma amore in dominio; vuoto incolmabile e solitudine nella minore che ricerca un padre concettuale; polverosa e ostinata presenza per la moglie. Infine la stessa autorità diviene per il figlio rappresentativa di una continuità biologica e sociale non scardinata ma perseguita nelle medesime costellazioni familiari.
Al padre nessuno rimpiange di non aver pronunciato parole di affetto, di non aver reso pacificata la relazione vissuta in vita, non appaiono colpe incatenanti: il padre sembra apparentemente risolto.
Mentre Kafka ha avuto la necessità di scrivere una lettera rivolgendosi all’autorità paterna schiacciante per esporre tutto il fallimento e l’esclusione sociale, in moti di colpevolezza e ribellione mai attuata, Ceresa fa ritorno al padre tematizzandone la rottura in un procedimento chirurgico da effettuarsi sotto lieve anestesia, distanziando questa figura, riducendola a un mero significato imposto. Kafka fu un autore molto amato da Ceresa. Sembrano imprescindibili l’uno dall’altra, nella stessa volontà di escludersi dalla concezione di prevaricazione e dominio. Kafka è proiettato in un’esternalizzazione senza riserve nel tentativo di rivolgersi al padre e Ceresa interiorizza, risucchia e congela perché forse reduce da parole che si sono presto vanificate, perdendo di senso. Ritengo che Ceresa si sia presto accorta di quanto il costrutto sociale premesse il linguaggio e le possibilità di narrare: un impedimento che ha saputo rendere attraverso parole che riportano il pensiero di una crisi di esistenza e di concetti che devono muoversi all’interno di questa alienazione indotta, prendendosi carico di un ingombro scomodo ereditato e prospettare di uscirne.

© Anna Franceschini  

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Interno con piccolo gruppo.
Note sulla distanza dello sguardo in Bambine di Alice Ceresa
di Giusi Montali

Bambine, l’atteso secondo libro di Alice Ceresa che uscì per Einaudi nel 1990, è uno studio di come la condizione femminile si origini e venga perpetuata. A onor del vero, il termine condizione non era amato da Alice Ceresa dal momento che esso indica una staticità e ricopre con l’universalismo una situazione specifica vissuta dall’individuo. E per quanto la donna si ritrovi a subire il patriarcato, esso non è un’entità assoluta bensì instillata nella donna sin dalla più tenera età, e pertanto la ribellione, per quanto difficile, può avvenire. La rivolta può dotarsi di un’arma potente, l’ironia, che nel momento in cui accusa deride, e deridendo distrugge (o almeno turba) lo status quo, oltre a mostrare l’errore e l’ingiustizia. L’uso dell’ironia determina lo stile della scrittura di Alice Ceresa che con il suo ricorso all’italiano germanizzato, caratterizzato cioè da una struttura sintattica imperniata sul tedesco che non disdegna i neologismi, riesce a creare una lingua apparentemente asettica, salvo poi aprirsi a stoccate crudeli e scene comiche. In realtà stile e ironia sono due conseguenze della pratica del distacco che attraverso l’instaurazione di una distanza permette di analizzare e criticare la società patriarcale senza cadere nella retorica e nel vittimismo.

Prima di tutto occorre farsi estranei al proprio vissuto biografico, guardarlo da lontano, creando un filtro ottico che possa proteggere e allo stesso tempo dare libertà. Il primo passo in tal senso avviene attraverso l’esteriorizzazione dell’ambiente che fa da sfondo alle dinamiche della famiglia che si intende osservare. Vengono così descritte le fasi che concorrono alla realizzazione di un disegno che  a poco a poco prende forma su un foglio bianco, ovvero una piccola città, prototipo di tante altre, con la sua piazza, le strade, le case, il municipio, la scuola, il cimitero e gli spazi verdi. La scenografia così creata ospita un “minuscolo nucleo familiare”, che verrà osservato minuziosamente dall’attenta e fredda voce narrante all’interno dello spazio ancora più ristretto dell’ambiente domestico, l’“angusto involucro isolante”. Lo sguardo passa infatti dall’inquadratura del paesaggio alla famiglia attraverso un procedimento di zoom-in che serve a delimitare il campo di osservazione, essendo la famiglia un piccolo universo (“ciò si nota osservando con distacco dall’esterno, perché […] queste persone si guardano e si vedono in continuazione e fin troppo da vicino e pertanto senza eccessiva attenzione, salvo forse in rari momenti di distrazione”).

Sin dalle prime pagine emerge una critica al modello sociale della famiglia, foriero di oppressione e chiuso in se stesso. Quando poi la disamina coinvolge i singoli componenti, il lettore è posto di fronte alle prove e alle conseguenze di un sì nefasto organismo. Se è pur vero che “ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, vi è una costante che accomuna tutte le infelicità famigliari, ovvero il patriarcato:

“Dice il padre: Io sono il signore e padrone di questa casa. Ho onorato questa donna con il matrimonio per vari e utili motivi e a tanto quindi tengo. In compenso le ho permesso di fare figli legittimi in quanto figliare è comunque la sua natura, e costoro mi porteranno volenti o nolenti in sé anche quando cresceranno e si moltiplicheranno. Se non sono proprio eterno, poco però ci manca. […] Costui dice ancora: marmaglia inappetitosa, urlante e defecante. […] Portatemi onore e rispetto. […] Tacete in mia presenza e fatevi dimenticare. […] Ritiratevi con vostra madre e appollaiatevi sui suoi seni. Ve ne scaccerò soltanto per brevi momenti quando mi aggrada, perché tale è il mio potere e così sia.”

L’atteggiamento del padre, che è socialmente convalidato, infligge nella moglie e nelle bambine una ferita profonda che non potrà essere sanata e che sarà destinata a ripetersi nelle famiglie che a loro volta le figlie costituiranno (così come già avvenuto per il passato), e ciò perché ogni passaggio di conoscenze tra donne è stato inficiato sul nascere (“Dalle antenate alle spalle non ha ottenuto informazioni in proposito forse perché nessuna informazione si trasmette di madre in madre”).

La genitrice, oppressa dal suo ruolo e dal marito, è totalmente assorta nelle mansioni quotidiane e non solo non dice nulla ma anche “fra una cosa e l’altra si dimentica molto comprensibilmente di declamare”. Ne consegue che è recepita dalle figlie e dal marito “con la massima disattenzione”. Potrebbe apparire cosa di poco conto, e non lo è, ma se il lettore attento indietreggia al primo dei trentacinque capitoli ritroverà un passo che afferma come l’apprendimento avvenga per imitazione. Di conseguenza emerge quanto sia pregnante l’esperienza vissuta all’interno della famiglia durante l’infanzia di un individuo. Le due bambine sembrano pertanto destinate a un analogo futuro di oppressione.

Lo sguardo che si posa sui componenti della famiglia sancisce subito una gerarchia: il padre è al vertice e da lì si discende attraverso una panoramica verticale alla madre, e più giù alle figlie che sembrano non vedere la genitrice che è come occultata. La figura del padre viene osservata nascostamente e con timore dalle bambine dal basso della loro posizione con sguardo risalente e che non presuppone reciprocità. Del resto non sarebbero in grado di sostenere lo sguardo fisso del padre che vede senza essere visto e al quale fa ricorso per “mantenere le distanze e […] trasmettere coercizioni”.

L’occhio della voce narrante s’arresta infine sulle due bambine per passare dall’una all’altra con movimenti laterali ripetuti, descrivendo così i rapporti che intercorrono tra loro, e tra esse e il domicilio casalingo, e successivamente con l’ambiente esterno che si allarga gradualmente senza mai superare il raggio del quartiere. Nell’ampliarsi di tale visione, appaiono altre figure di donne: la pazza della casa a fianco e la “disgraziata afflitta da malattia del sonno” della casa di fronte (probabilmente vittima di abusi sessuali), entrambe drammaticamente segnate dall’oppressione patriarcale.

Crescendo le due sorelle ricevono la loro iniziazione ai lavori femminili, mentre il padre finisce sempre più sullo sfondo, o meglio sembra assentarsi dall’ambiente domestico godendo “della sua abituale extraterritorialità”, salvo poi ricomparire non appena le figlie divengono puberi per esercitare e reiterare il suo possesso (“Aveva vissuto fino a quel momento da puro estraneo dentro le mura domestiche limitandosi a terrorizzare la moglie […] Allora invece e spietatamente incominciò a protendere la sua dura mano anche sulle loro già abbastanza sconvolte teste”).

Nel frattempo la famiglia è stata funestata dal lutto del “meteoritico fratello” (il figlio maschio tanto desiderato dalla madre e osteggiato dalle due bambine), in seguito al quale i componenti evolvono singolarmente, generando una congregazione di solitudini incomunicanti. Anche le due sorelle procedono per proprio conto: la figlia maggiore accetta infatti piuttosto facilmente il destino di moglie e madre (comprovando come la condizione femminile sia socialmente imposta fin dai primi anni di vita), mentre la sorella minore accentua sempre più le sue ribellioni fino a ritenere come non “invidiabile la qualità di madre”. Ed è grazie alla sua strenua resistenza individuale al patriarcato che la figlia minore si crea un differente destino, rivelando che, nonostante l’educazione e la società prevedano un unico modello femminile (ovvero la moglie-madre), è possibile intraprendere un’altra strada (“Di una si sa che ebbe anche due figli, l’altra invece divorziò di lì a poco e senza ricadute”).

Non ci sono morali, né bilanci ma il semplice resoconto della duplice formazione di due sorelle, quasi a dimostrare che date le medesime condizioni di partenza non sempre si verifica un identico risultato. È dunque quel margine di libertà, che si può verificare anche nelle situazioni più oppressive, che la voce narrante vuole indagare, come a dire che al determinismo biologico e sociale si può opporre l’autodeterminazione dell’individuo.

© Giusi Montali

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