♫ Resiste all’ombra: La Poesia di Koralia Theotoka – Part. II / Enduring the Shadow: The Poetry of Koralia Theotoka [eng below]

di/by Natasha Remoundou

[prima parte dell’articolo su Koralia Theotoka qui/ first part of the article about Koralia Theotoka here]

Her death had the notion of a discreet departure from the theatre auditorium, where the play was mediocre and of poor taste, and where everything stagnant no longer aroused her interest, it did not lead towards any catharsis.” – Antonis Fostieris, 1977

Ciò che distingue la poesia di Theotoka è il prendere avvio proprio dallo stereotipo della scrittura femminile come aggregato di emozioni complesse e disconnesse riguardanti la sfera privata, per poi discutere desiderio, morte, depressione e memoria, costruendo una voce narrativa che scruta attraverso la superficie dello specchio alla ricerca del sé e soprattutto degli altri. Anzitutto, il senso di ingiustizia e di lotta di classe diventano temi ricorrenti per una critica sempre più ed esplicitamente femminista della cultura e della società, come forma di resistenza all’esclusione, all’annullamento, all’oblio. Durante gli ultimi anni, Theotoka si allinea con una generazione di scrittrici greche impegnate a ridefinire il ruolo della scrittura femminile dai margini contro definizioni e canoni estetici ereditati e stabiliti da una tradizione dominata dagli uomini; scegliendo, quindi, di parlare del corpo (in lutto) tanto quanto del realismo sociale. Così è in poesie come “The Welder” che lo sguardo emancipatorio di Theotoka mostra un esempio di écriture féminine che mette a nudo alternative possibile per esprimere sia la vita interiore che quella esteriore di una donna che scrive:

IL SALDATORE (Τentativi. Atene: Fexis,1963)

Confinato ai livelli duri di transazioni

in antichi cicli di dolore

un ragazzo vergine con ferite celesti

brucia il suo corpo verde,

brucia l’impulso

in primavera tra il fulmine azzurro dell’ossigeno.

Con le macchie dei tempi sulle guance

sulle spalle, colombe bianche,

sembri un angelo costruttore, ragazzo ardente,

mentre sciogli il rifiuto

nelle tue mani trasparenti.

Colpisci forte, colpisci bene

le barre sospese, le parti ghiacciate.

Colpisci forte, colpisci bene

il favo è giallo e selvaggio il miele.

Come la maggior parte delle scrittrici dimenticate, sconosciute o silenziate, il mio incontro con il milieu poetico di Theotoka è stato un viaggio epifanico. L’ho “trovata” (o lei mi ha trovato) non attraverso un libro, un’aula scolastica o un auditorium universitario, ma in un disco di musica, un vinile degli anni ’70 nel quale mi sono imbattuta, sfogliando gli archivi musicali del compositore greco Nikos Kypourgos. La mia attenzione era stata immediatamente catturata dal secondo album di Kypourgos che il compositore pubblicò quando aveva 18 anni; il suo professore e poeta Matthaios Mountes aveva presentato il giovane studente al premio Nobel George Seferis. In cerca di ispirazione per la sua musica, Kypourgos aveva poi chiesto a Seferis il permesso di includere alcune poesie. Fortunatamente, non solo Seferis accettò, ma suggerì all’aspirante musicista di includere due poesie di Koralia Theotoka nella sua lista dei progetti musicali. Theotoka (vedova sulla trentina, all’epoca) venne inclusa nell’album insieme a un gruppo di cinque uomini, i poeti George Seferis, Nikiforos Vrettakos, Miltos Sachtouris, Nikos Karydis e Matthaios Mountes. Dal regno della musica, con i suoi suoni interni e cadenze (una musicalità che caratterizza anche i primi lavori di Theotoka), la ricerca mi ha trasportato alla velocità elegiaca dei versi, in gran parte privati, ​​di Theotoka che hanno preso corpo nelle poesie “La ragazza crocifissa” e “La signora delle rose”. Liriche e confessionali, le canzoni / poesie rivelarono proprio davanti ai miei occhi (e orecchie) un corpus narrativo che smantellava radicalmente lo status ascritto alle scrittrici; una vita di silenzio simile a quella della quale scrive una contemporanea di Theotoka, Sylvia Plath, in The Bell Jar, quasi un mese prima che mettesse fine alla sua vita, nel 1963: “Il silenzio mi deprimeva. Non era il silenzio del silenzio. Era il mio stesso silenzio.” Allo stesso modo, la poesia di Theotoka “Assedio”, esorta il lettore a resistere alla mancanza di parole “prima che la notte ti avvolga indifferentemente / per caso, in silenzio / tuo dovere / cantare ad alta voce / un inno bellissimo”.

Dalla morte di Koralia Theotoka, nel 1976, la sua reputazione come scrittrice tra le più dimenticate della sua epoca nella letteratura greca moderna si è consolidata. Sebbene non sia inclusa nelle antologie di poesia, non venga insegnata nei programmi di studio, né citata o discussa molto, la sua influenza è stata dimostrata da una serie di necrologi online, letture e tributi artistici raccolti da un piccolo numero di artisti contemporanei emergenti e acclamati. Dai ritratti di Hariclea Mytara e della sorella di Theotoka, Julia Andreiadi, alla recente produzione della regista Georgia Mavraganni, “La terrazza del suicidio”, basata sulla biografia di Theotoka e presentata al Festival di Atene ed Epidauro nel 2011, l’opera postuma di Theotoka ha guadagnato un certo slancio. Nel 2016, l’evento letterario “Polydoureia” (dal nome della poetessa Maria Polydouri) ha incluso nel suo programma letture poetiche e conferenze sulla poesia di Theotoka.

La sfida di rivisitare il lavoro di Theotoka e di iniziare a considerare la sua eredità e la sua ricezione critica, sia nella letteratura greca che all’interno delle tendenze più ampie della cultura letteraria contemporanea del ventunesimo secolo, è ora più urgente che mai, quattro decenni dopo la sua morte. Contrapposto all’invisibilità della scrittura femminile durante il XX secolo, il flusso costante di interesse artistico e l’attenzione degli studiosi al lavoro di Theotoka potrebbe rappresentare un momento opportuno e spingere a esplorare la sua opera in profondità, sia all’interno che all’esterno del mondo accademico e oltre i confini della letteratura greca. Resistendo all’idea della morte di Theotoka e dei suoi testi, lettori e critici possono continuare a far rivivere le parole di una scrittrice, la cui vita tragica e il suo lavoro prolifico sono più mere cifre o punteggiatura della sua biografia. Il ruolo del lettore dell’opera di Theotoka sarà quello di continuare quel dialogo già avviato dalla stessa poetessa, nel suo confrontarsi e colloquiare con i suoi tempi. Come anche continuare a sviluppare nuove relazioni dialogiche con il panorama critico attuale. Rifiutando “una vita che non ha penna”, “nessuna storia” (Gilbert & Gubar), né una stanza tutta per sé, Koralia Theotoka cartografa il suo paesaggio poetico oltre l’ombra del Lete: “legare le corde per tenermi dentro i ricordi / con gli alberi bianchi e le ombre cremisi. / Sul petto di statue belle / nell’immobilità ramata dei cavalli / nei sorrisi di bambini nudi / che, come coralli, si fossilizzano nel suo abbraccio”(da “La via centrale”).

Ogni volta che passo davanti alla casa di Koralia Theotoka in viale Vassilisis Sofia 90, torno a quel 1976, anno in cui sono nata nel reparto maternità di un ospedale molto vicino a dove Koralia aveva vissuto e dove era morta, sei mesi dopo la mia nascita; e la immagino prendere un foglio di carta e una penna per scrivere le sue ultime parole, prima di decidersi di buttarsi dal terrazzo. Quattro decenni dopo non è troppo tardi per leggere ad alta voce le sue parole che narrano una vita breve la cui penna racconta una storia duratura di immanenza e infinito:

“Io, l’essere, l’organico,

il movimento volontario,

il vertebrato, il mammifero,

Io, con due mani, umano,

femmina, Koralia, Io

non taccio ora

non adesso.”

(da “In Another Light”)

Una canzone basata sulla poesia “Strangely“, con le musiche di Stavros Papastavrou e cantata da Eugenia Syrioti nel 1979, può essere ascoltata qui: www.youtube.com/watch?v=HHUjgyfi42U

***

What distinguishes Theotoka’s poetry is that it begins precisely from the point of the stereotyping of women’s writing as an aggregate of complex and disconnected private emotions to discuss desire, death, depression, and memory, constructing a narrative voice that peers through the surface of the looking glass in search of the self and more importantly of others. Above all, the personal sense of injustice and class struggle become recurrent points of departure for an increasingly and explicitly feminist critique of culture and society resisting exclusion, effacement, obliteration. During these later years, Theotoka aligns herself with a generation of Greek women writers who were decidedly redefining the role of female writing from the margins against the inherited aesthetic terms and conditions framed by a male-dominated tradition by choosing to talk about the (mourning) body as much as about social realism. It is thus in poems like “The Welder” that Theotoka’s emancipatory gaze displays an example of écriture féminine laying bare the alternative possibilities for expressing both the interior and exterior lives of a woman who writes:

THE WELDER (Attempts. Athens: Fexis, 1963)

Cοnfined in hard levels of trading

in ancient cycles of pain

virgin boy with celestial wounds

burns his green body,

burns the momentum

Spring in the blue lightning of oxygen.

With the smudges of the times on the cheeks

on the shoulders, white doves,

you look like a builder angel, fiery boy,

as you melt down the denial

in your transparent hands.

Hit hard, hit well,

the raised bars, the icy parts.

Hit hard, hit well,

the honeycomb is yellow, and the honey wild.

Like most women writers who remain obscured, unknown, or forgotten, my encounter with Theotoka’s poetic milieu was a journey of epiphany. I “found” her (or she found me) not through a book, a school classroom, or a university auditorium but in a 1970s vinyl music record I came across whilst browsing the music archives of Greek composer Nikos Kypourgos. My attention was instantly drawn to Kypourgos’ second album which he had released when he was 18-years-old after his professor and poet Matthaios Mountes had introduced the young student to Nobel poet laureate George Seferis.  In search of inspiration for his music, Kypourgos had then asked Seferis for permission to include the latter’s poems. Fortunately, not only did Seferis accept but he also suggested that the aspiring musician includes two poems by Koralia Theotoka  in his music project list. Theotoka (a widow in her mid-thirties by then), was featured in this album among a group of five men, poets George Seferis, Nikiforos Vrettakos, Miltos Sachtouris, Nikos Karydis, and Matthaios Mountes. From the realm of music with its internal sounds and cadences (a musicality that characterizes also Theotoka’s early work), my quest transported me to the sustained elegiac velocities of Theotoka’s largely private verse embodied in “The crucified girl” and “The rose lady.” Lyrical and confessional, the songs/poems uncovered a narrative corpus radically dismantling, right in front of my eyes (and ears), the ascribed status of women writers from a life of silence similar to the one a contemporary of Theotoka, Sylvia Plath, writes about in The Bell Jar almost a month before she ended her own life in 1963: “The silence depressed me. It wasn’t the silence of silence. It was my own silence.” Similarly, Theotoka’s poem “Siege,” urges the reader to resist giving in to speechlessness  “before the night indifferently rolls you/ by accident, in silence/ your duty/ to sing out loud/ a beautiful anthem.”

Since the death of Koralia Theotoka in 1976, her reputation as one of the most significant neglected writers of her era in modern Greek literature has become firmly established. Even though she is not included in poetry anthologies, she is not taught in the educational curricula, nor quoted or talked about much, her influence has been evidenced by an array of online obituaries, readings, and artistic tributes taken up by a small number of emerging and acclaimed contemporary artists. From Hariclea Mytara and Theotoka’s sister Julia Andreiadi’s portraits to director Georgia Mavraganni’s recent production of “The terrace of the suicide” based on Theotoka’s biography and presented at the Athens & Epidaurus Festival in 2011, Theotoka’s afterlives steadily gain momentum. In 2016, the literary event “Polydoureia” (named after poet Maria Polydouri) featured readings and talks on Theotoka’s poetry.

The challenge to revisit Theotoka’s work and to begin to consider her legacy and its critical reception both in Greek writing and within the wider trends in contemporary literary scholarship of the twenty-first century, is now more urgent than ever forty-five years after her death. Pitted against the invisibility of women’s writing during the 20th century, the steady stream of artistic interest and scholarly attention to Theotoka’s work, could be an opportune moment to explore her oeuvre in depth both within and out of academia as well as beyond the borders of Greek literature.  Resisting the idea of Theotoka’s and her texts’ death, readers and critics can play their part in continuing to revive the words of a writer whose tragic life and prolific work are more than mere ciphers or punctuations to her biography. The role of the reader of Theotoka’s work will be to continue the conversation initiated by the poet herself in dialogue with her times and the development of new dialogic relationships with current critical discourses. By rejecting “a life that has no pen,” “no story”(Gilbert & Gubar), nor a room of one’s own, Koralia Theotoka cartographs her poetic landscape beyond the shadow of lethe: “tie ropes to hold me inside memories/ with the white trees and the crimson shadows./ On the bosom of beautiful statues/ in the copper immobility of horses/ in the smiles of naked children/ who, like corals, are fossilized in her embrace” (“The central street”). Every time I pass in front of Koralia Theotoka’s home on 90 Vassilisis Sofia’s avenue, I go back to 1976, the year I was born at the maternity hospital very close to where she had lived and died, -six months after my birth-, and imagine her taking a piece of paper and a pen to write her final words, before making up her mind to fall from the terrace. Forty-five years on is not too late to read aloud her words recounting a brief life whose pen tells an enduring story of immanence and infinity:

“I, the being, the organic,

the voluntary movement,

the vertebrate, the mammal,

I, two-handed, human,

female, Koralia, I

won’t hush now

not now.”

(from “In Another Light“)

Works by Koralia Theotoka:

Attempts. Athens: Fexis, 1963.

In Another Light. Athens: Ikaros, 1967.

The Identity. Athens: Ikaros, 1971.

The Great Procedures. Athens: Ikaros, 1975.

Koralia Theotoka: The Complete Works & Essays on her Work. Athens: Estia, 1977.

Nota dell’autore/ Author’s note: Le poesie incluse in questo articolo sono state tradotte da me dal greco all’inglese e all’italiano. / The selected poems included in this essay are based on my English and Italian translations from the original.

Sources:

*This essay has been greatly informed by my research on the archives of Koralia Theotoka at the Greek Literary History & Archives: www.elia.org.gr

Barthes, Roland. «The death of the author» («La mort de l’auteur» (1967)). In Image,

             Music, Text. Transl. Stephen Heath. New York: Hill & Wang, 1977: 142-148.

Fostieris, Antonis. The dazzling solution. Paris, 1977.

Gilbert, Sandra & Susan Gubar. From The Mad Woman in the Attic (1979): pp.27-36.

Kypourgos, Nikos. Accessed at https://nikoskypourgos.com/?fbclid=IwAR3lKJZa2Uqaa7SmUbSj4cO4SMC5DEIfFn5Q-PXu72pnIw9U16Ylw2QWCEk

Niarchos, Thanassis. Ark. Thessaloniki: Egnatia, 1980.

                                  Love for the Others. Athens: Kastaniotis, 1999.

Plath, Sylvia. The Bell Jar. USA: Heinemann, 1963.

Spetsiotis, Takis. «Koralia Theotoka and her Saint: An Introductory Aesthetic Reading» presented in 2016 at the «Polydouria» literary event by the Philological Network of Messinia: www.philologoi.mes.sch.gr

Trousas, Fontas. “The Love and Pain of Koralia Theotoka for the writer and intellectual Yiorgos Theotokas” in LIFO Magazine, Athens, 9/2/2016: www.lifo.gr/articles/book_articles/89222

Woolf, Virginia. “Modern Fiction” in Collected Essays, vol.2. London: The Hogarth Press: 1966: p.106.

© Natasha Remoundou

Dr Natasha Remoundou is a Lecturer in English Literature and Critical Theory at Deree, The American College of Greece, Athens. She studied English & American Literature in Athens (ACG), and she holds an MSc. in English Literature: Writing & Cultural Politics (University of Edinburgh) and a PhD in Classics/ English Lit. (National University of Ireland, Galway). Previously, she held academic posts as a Visiting Research Fellow at the Moore Institute researching archives on Irish drama and human rights, NUIG and as an Assistant Professor of English Literature at Qatar University.  She has published papers and book chapters in academic publications on Irish drama and classical reception studies, the representation of the Middle East in Irish literature, Irish feminisms, post-humanism, asylum narratives, visuality, memory, and interculturalism. She is also a poet, translator, dramaturg, and a volunteer teacher to migrant and refugee communities in the West of Ireland. Her current monograph in progress deals with Irish literature and culture, classical adaptation, and human rights issues in the 21st century.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

Create a free website or blog at WordPress.com.

Up ↑

Create your website with WordPress.com
Get started
%d bloggers like this: