♫ Resiste all’ombra: La Poesia di Koralia Theotoka – Part. I / Enduring the Shadow: The Poetry of Koralia Theotoka [eng below]

di/by Natasha Remoundou

Il suicidio femminile come tropo estetico in letteratura ha tradizionalmente sottoposto ai lettori una serie di personaggi di finzione, iconici, in posizione liminare nella loro idealizzazione tra sottomissione femminile, purezza verginale e martirio, da un lato, o follia e ribellione, depravazione morale e mostruosità, nell’immaginazione creativa degli scrittori (principalmente uomini). Eppure, sia meditando sulla nozione di vita e morte (come Clarissa, attraverso il suicidio di Septimus in La signora Dalloway) sia nel porre fine alla propria vita proprio per essere donne, Antigone, Giocasta e Didone, Ofelia e Madame Bovary, Hedda Gabler sono sopravvissute sia alla loro scomparsa come eroine tragiche sia al loro destino di stereotipi indimenticabili. Tuttavia, quando la cornice narrativa del suicidio si sposta dal regno dell’arte – nel contesto della “morte dell’autore” di Roland Barthes – per riflettere l’esperienza vissuta di alcune scrittrici (o della loro autorialità), la struttura immaginaria del desiderio di morte diventa, in termini critici, qualcosa al di là di un atto sovversivo di reinscrizione e ricostituzione della soggettività femminile.

Non sorprende, quindi, il fatto che non sia solo il suicidio stesso come desiderio di morte (come in Emily Dickinson(1)), o come atto di resistenza autobiografica (lo studio della morte di Platone), a definire il modo in cui le vite di figure letterarie, come Saffo, Virginia Woolf, Antonia Pozzi, Charlotte Perkins Gilman, Anne Sexton, Elise Cowen e Sarah Kane, siano spesso antologizzate e ricordate, ma anche la rottura di quel silenzio sociale e culturale stesso riguardante genere, malattia mentale, autodistruzione e suicidio nei testi delle scrittrici che si sono tolte la vita.

Questi stessi temi e nuance sono il cuore degli scritti di una scrittrice e poetessa poco conosciuta, Koralia Theotoka.

Nata ad Atene, in Grecia, il 5 maggio 1935, Koralia Theotoka (nata Andreiadi) era la figlia di Eleni Stefanou e Dimitrios Andreiadis. Cresciuta durante il periodo dell’occupazione nazista, Theotoka divenne presto consapevole non solo dei privilegi di classe del suo ambiente più stretto, ma anche delle più ampie disuguaglianze sociali ed economiche e delle lotte nella Grecia dilaniata dalla guerra. Le immagini di bambini affamati, che bussavano alle finestre della loro casa di famiglia ateniese, implorando il pane, ossessionavano la sua memoria d’infanzia, lasciando un segno indelebile nella sua coscienza. Questo ricordo traumatico ha plasmato, in larga misura, sia la sua ideologia politica che la sua scrittura, come racconta sua sorella Julia Andreiadi nel programma televisivo degli anni ’80 “Paraskinio” che rendeva omaggio all’eredità di Theotoka e a una delle sue poesie “In Place of a Wreath”.

All’indomani della seconda guerra mondiale e della successiva guerra civile, Theotoka cresce quindi negli anni difficili della Grecia del dopoguerra. All’inizio degli anni ’50, studia scienze politiche all’Università Panteion di Atene mentre lavora con suo padre nell’azienda di famiglia; azienda che importava film indiani della cosiddetta industria cinematografica di Bollywood in Grecia. Durante gli anni universitari, Theotoka ha l’opportunità di viaggiare in Europa. Viene invitata a partecipare al New Delhi Film Festival in India, nel 1959 e poi nel 1961. Un anno dopo ottiene un certificato di interprete e lavora come guida turistica ad Atene. A 31 anni, Theotoka incontra l’uomo che sarebbe diventato suo marito, durante una visita presso l’ufficio dell’avvocato, scrittore e intellettuale di fama pubblica Yiorgos Theotokas dove si era recata per ricevere consulenza legale su una questione d’affari. Theotokas, all’epoca sessantunenne e vedovo, fu uno degli scrittori più rappresentativi di quella generazione emblematica degli anni ’30 della letteratura greca.

La forza catalitica di questo incontro fu successivamente descritta da Koralia Theotoka come un’unione karmica e socratica che culminò nel loro matrimonio nel 1966. Quattro mesi dopo il loro matrimonio, Yiorgos Theotokas si ammalò gravemente e, dopo essere tornato da Parigi dove ricevette cure mediche, morì. Nel decennio successivo, Koralia Theotoka dedicherà il suo tempo e i suoi sforzi alla raccolta, edizione e pubblicazione degli scritti del marito defunto, fino alla sua morte nel 1976. Con una voce narrativa radicalmente confessionale, coscientemente concentrata sulla traiettoria tenue tratteggiata tra memoria e dolore, morte e desiderio, immaginazione creativa e realtà, identità e corporeità, Theotoka scrive nella sua poesia del 1971 “Lettera a Yiorgos Theotokas” (The Identity, Ikaros Publishers):

Perché non posso piantare un bambino o un proiettile
dentro di me, da sola,
anche se adoro la fine dei fiori.
Perché sono Koralia delle tombe
e asciugo i miei capelli dentro un cranio
fumando e sbuffando la mia anima sulle ossa spoglie.
Perché coloro il corvo con il mio sangue ogni mese
e fondo il mio spirito con la tua luce.
Perché ho ereditato una pelle di leopardo per le mie relazioni amorose
e mi rannicchio nel sonno per non rinnegarti.
Perché i suoni del flauto e le tue parole stanno svanendo
e un altro ha preso il mio deserto e lo innaffia,
vieni dai pascoli erbosi al mio letto vuoto
per risparmiarti il dolore e il sospiro
il bacio e lo spasmo
la vita che passa con il gracchiare della vita
e non si separa da se stessa.

Come sostiene Thanassis Niarchos sul lascito di Theotoka:

Koralia Theotoka in un certo momento, nel tempo, ha sperimentato qualcosa di grande – possiamo chiamarlo ‘Yiorgos Theotokas’ o come vogliamo – ha avuto la dignità di non ridurre dentro di lei la significatività di questo evento per sopravvivere, di non accettare le successive mediocri varianti di ciò, a lei proposte rispetto a ciò che lei stessa aveva già vissuto, per rispondere positivamente al fatto che non abbiamo bisogno di vivere ciò che è solo relativo, quando la forma più alta l’ha preceduto. E tutto questo lei lo ha garantito con il suo dolore fisico, con il suo corpo, con la sua morte”.

Koralia Theotoka apparve nelle Lettere Greche nel novembre del 1963 (un anno che segna anche la morte di Sylvia Plath) con la pubblicazione della sua raccolta poetica di esordio, intitolata Attempts. Prima di allora, aveva pubblicato molte delle sue poesie nel periodico letterario Nea Estia. Dalla morte del marito e per oltre un decennio (1963-1975), scrisse e pubblicò non meno di quattro raccolte di poesie. I suoi archivi includono manoscritti delle sue poesie, lettere dattiloscritte e scritte a mano, le sue poesie pubblicate, i suoi diari, saggi in prosa, racconti, traduzioni delle sue poesie in inglese di Theodora Vasils e documenti personali del periodo in cui venne ricoverata in ospedale.

Oltre alle sue raccolte di poesie e un volume delle sue opere complete, inclusi saggi critici sul suo lavoro editi da Nikos Karouzos e Thanassis Niarchos e pubblicati postumi, ci sono anche nastri audio con le letture delle sue poesie, saggi critici riguardanti il suo lavoro, libri con dediche personali da parte di vari scrittori greci acclamati, foto e suoi ritratti ad opera di vari artisti. In compagnia di scrittrici greche come Pinelopi Delta, Maria Polydouri e Katerina Gogou, le cui opere e vite sono intrecciate ironicamente al suicidio, Theotoka trova il proprio posto attraverso una poesia che resiste all’ombra. Attraverso una poesia fortemente confessionale, sperimentale e celebrativa della coscienza femminile, la tecnica narrativa, il linguaggio e la forma di Theotoka svelano un universo poetico che sfida sia l’auto-cancellazione sia le regole estetiche ereditate e imposte dagli scrittori uomini. Come un “involucro semitrasparente che ci circonda dall’inizio della coscienza alla fine” nelle parole di Virginia Woolf, Theotoka emancipa la voce della donna al punto zero del suo fondo. Tutti questi temi, tra l’ombra e il suo confine, si riflettono nella sua poesia “Limite” in cui Theotoka scrive:

Ombra, mio limite amaro,  

ho sprecato il mio potere avvicinando  

come superare gli incantesimi, come.  

Al di là di te mio idolo nella luce  

e trascino la mia esistenza, cambiando.  

Corri in segreto e ti leghi a me,  

mi insegui, immobile mi blocchi,  

mi afferri mentre combatto per scappare. 

Guardia leale che insegue la mia fuga  

e la mia visione turbi freddamente.  

Ombra, mio limite amaro,  e anche se non ti raggiungo

mi sdraierò sulla terra e tu starai vicina

 finché divento una particella di cenere, respiro di un pensiero.  

Allora, ombra mia, anche tu una particella, tremerai alla luce,  

poi vorrai di nuovo tornare al corpo. 

Nel 1967, pubblica la sua seconda raccolta di poesie In Another Light, ma rifiuta di farla circolare pubblicamente a causa della prolungata crisi politica del paese, che seguì in quegli anni, quando la giunta militare prese il potere. Quattro anni dopo, la sua raccolta Identity venne pubblicata, seguita dal suo quarto libro nel 1975, The Poem: The Great Procedures. Theotoka fu una presenza attivista molto laboriosa lungo tutta la sua vita. All’inizio della dittatura, entrò a far parte della Research Organization of Greek Problems (EMEΠ) e ne rimase coinvolta fino al rovesciamento del regime dei colonnelli nel 1974. Lo stesso anno, divenne membro dell’Unione panellenica di solidarietà cipriota offrendo sostegno ai rifugiati da Cipro. Dal 1969 al 1973, frequentò lezioni di Storia dell’Arte presso la School of Fine Arts di Atene e mantenne la corrispondenza con molte scrittrici greche come Zoi Karelli, Eleni Kazantzaki e Kiki Dimoula, ma anche con la traduttrice e studiosa Gisèle Jeanperin, nonché con il professore di greco moderno all’Università di Oxford, Peter Mackridge, e molti altri scrittori  uomini affermati.

Nel dicembre 1976, Koralia Theotoka pose fine alla sua vita buttandosi dall’ultimo piano della casa dei suoi genitori; lasciandosi dietro una straordinaria mole di lavoro nella letteratura greca moderna che rimane in gran parte sconosciuta e poco studiata tutt’oggi. Nel suo ultimo manoscritto, la lettera che scrisse prima di suicidarsi:

Pongo fine alla mia vita per mia stessa volontà, e nessuno è responsabile della mia morte se non me stessa. Sono disadattata alla realtà, mi sento inutile in un mondo che fatica e lotta. Lo stato depressivo che mi tormenta non mi permette di lavorare in modo efficace da nessuna parte. La mia farmacoterapia non ha potuto sconfiggere la mia malinconia. Sto stancando le persone più vicine a me, mia madre, mia sorella, i miei amici. Questo rumore mi ha fatto impazzire, lo smog, la società crudele e oppressiva, ed è colpa mia se vivo di più in un mondo di fantasia e non sono cresciuta per diventare matura, nonostante la mia età. Ammiro i giovani per la loro affermazione di vita, vorrei essere come loro, ma, ahimè! Non posso combattere nel modo in cui mi piacerebbe. Sono estremamente sentimentale. L’inizio fu la morte di mio marito 10 anni fa. Ho fatto tutto per il lavoro di Yiorgos Theotokas, mio marito. Spero che voi non sporcherete il nome che porto con inutili domande su cause e motivi. Non disturbate i miei amici. Non sono l’unica, ma sono sola. Ciao. Spero in un mondo migliore. Per tutti. Per gli altri. Ciao.

K.Theotoka, dicembre 1976 

[la seconda parte di questo articolo sarà pubblicata la settimana prossima]

Pubblicazioni di Koralia Theotoka:

Attempts. Athens: Fexis, 1963.

In Another Light. Athens: Ikaros, 1967.

The Identity. Athens: Ikaros, 1971.

The Great Procedures. Athens: Ikaros, 1975.

Koralia Theotoka: The Complete Works & Essays on her Work. Athens: Estia, 1977.

***

Female suicide as an aesthetic trope in literature has traditionally exposed readers to an array of iconic fictional characters, liminally positioned in their idealization between feminine submission, virginal purity and martyrdom, on the one hand, or madness and rebellion, moral depravity and the monstrous in the creative imagination of their (mostly male) writers. Yet, either by pondering on the notion of life and death (like Clarissa through the suicide of Septimus in Mrs. Dalloway) or by ending their own lives precisely for being women, Antigone, Jocasta, and Dido, Ophelia and Madame Bovary, Hedda Gabler have all outlived both their demise as tragic heroines and their fate as memorable stereotypes. When the narrative framework of suicide, however, shifts from the realm of art – in the context of Roland Barthes’ “death of the author” critical mandate- to reflect the lived experience of certain women writers (no less than of women’s authorship), the imaginary structure of the death wish becomes, in critical terms, something beyond a subversive act of re-inscribing and reconstituting female subjectivity. It comes, thus, as no surprise the fact that it is not just suicide itself as a death wish (as in Emily Dickinson(1)) or as an act of autobiographical resistance (Plato’s study of death) that defines the way the lives of literary figures such as Sappho, Virginia Woolf, Antonia Pozzi, Charlotte Perkins Gilman, Anne Sexton, Elise Cowen, and Sarah Kane are often anthologized and remembered but the breaking of the social and cultural silence itself about gender and mental illness, self-destruction, and suicide in the texts of women writers who took their own lives. These same preoccupations and nuances are the heart of the writings of a lesser known woman writer and poet, Koralia Theotoka.

Born in Athens, Greece on the 5th of May, 1935, Koralia Theotoka (née Andreiadi) was the daughter of Eleni Stefanou and Dimitrios Andreiadis. Growing up during the Nazi Occupation period, Theotoka became early on astutely aware not only of the class privileges of her immediate environment but also of the wider social and economic inequalities and struggles prevalent in war-torn Greece. The images of starving children knocking on the windows of their Athenian family home begging for bread haunted her childhood memory, leaving an indelible mark in her consciousness. This traumatic recollection shaped, to a great extent, both her political ideology and her writing, as her sister Julia Andreiadi recounts in the 1980s television programme “Paraskinio” that paid tribute to Theotoka’s legacy titled after one of her poems “In Place of a Wreath.”

In the aftermath of WWII and the ensuing civil war, Theotoka grew up during the hard times of post-war Greece’s political life. In the early 1950s, she studied Political Sciences at Panteion University in Athens while also working with her father in their family business importing Indian movies of the so-called Bollywood film industry to Greece. 

During her undergraduate years, Theotoka had the opportunity to travel around Europe and was invited to attend the New Delhi Film Festival in India in 1959 and 1961, respectively. A year later she obtained an interpreter’s certificate and worked as a tour guide in Athens.  At 31, Theotoka met the man who would become her husband when she visited the office of lawyer, writer, and public intellectual Yiorgos Theotokas in order to receive legal advice on a business matter. Theotokas who was at the time 61 and recently widowed, was one of the most representative writers of the emblematic generation of the ‘30s in Greek literature. The catalytic force of this meeting was later described by Koralia Theotoka as a karmic, Socratic union that culminated in their wedding in 1966. Four months after their wedding, Yiorgos Theotokas fell gravely ill and after returning from Paris where he received medical care, he died. For the following decade, Koralia Theotoka devoted her time and efforts to collecting , editing, and publishing her deceased husband’s writings till her death in 1976. In a radically confessional narrative voice that is consciously preoccupied with the tenuous trajectory between memory and grief, death and desire, the creative imagination and reality, identity and corporeality, Theotoka writes in her 1971 poem ‘Letter to Yiorgos Theotokas‘ (The Identity, Ikaros Publishers):

Because I cannot plant a child or a bullet
inside me, on my own,
though I love the flowers’ end.
Because I am Koralia of the tombs
and dry my hair inside a skull 
smoking and puffing out my soul on bare bones.
Because I colour the raven with my blood every month 
and blend my spirit with your light.
Because I inherited a leopard skin for my love affairs
and curl up in my sleep lest I disown you.
Because the sounds of the flute and your words are fading
and someone else has seized my desert and waters it,
come from the grassy pastures to my empty bed
to spare you the sorrow and the sigh
the kiss and the spasm
the life that passes with life’s croaking 
and doesn’t part with itself.

As Thanassis Niarchos contends on Theotoka’s legacy:

“Koralia Theotoka at some moment in time experienced something great- you can call it ‘Yiorgos Theotokas’ or whatever you wish- and she had the dignity not to reduce its meaningfulness within her in order to survive, not to accept its later mediocre mutations proposed to her in comparison to what she had herself lived, to respond positively to the fact we don’t need to live what is only relative, when the highest form has preceded it. And all this she guaranteed with her own physical grief, with her body, with her death.”

Koralia Theotoka appeared in Greek letters in November of 1963 (a year that also marks Sylvia Plath’s death) with the publication of her debut poetry collection titled Attempts. Before that, she had published several of her poems in the literary periodical Nea Estia. Since the death of her husband and for the span of more than a decade (1963-1975), she wrote and published no less than four poetry collections. Her archives include manuscripts of her poems, typed and handwritten letters, her published poetry, her diaries, prose essays, short stories, translations of her poems in English by Theodora Vasils, and personal documents from the time she was hospitalized. Besides her own poetry collections and a volume of her complete works including critical essays on her work edited by Nikos Karouzos and Thanassis Niarchos and published posthumously, there are also audio tapes with her own recitations of her poetry, critical essays on her work, books with personal dedications by many acclaimed Greek writers, photos, and portraits of her by various artists. In the company of Greek women writers such as Pinelopi Delta, Maria Polydouri, and Katerina Gogou whose work and lives are ironically interwoven at the backdrop of suicide, Theotoka finds its fitting place in a poetry that endures the shadow. In a poetry that is highly confessional, experimental, and celebratory of female consciousness, Theotoka’s narrative technique, language, and form unravel a poetic universe that defies both self-effacement and the aesthetic rules inherited and imposed by male writers. Like a “semi-transparent envelope surrounding us from the beginning of consciousness to the end” in Virginia Woolf’s words, Theotoka emancipates a woman’s voice at the zero point of its bοundary. All of these themes between the shadow and the borderline are reflected in her poem ‘Limit‘ where Theotoka writes:

Shadow, my bitter limit,

I wasted my power approaching

how to get through the spells, how.

Beyond you my idol in the light

and I drag my existence, changing.

You rush in secret and bond with me,

you chase me, unmovingly you bar me,

you seize me while I’m fighting to escape.

Loyal guard pursuing my flight

and my vision you coldly unsettle.

Shadow, my bitter limit, and even if I don’t reach you

I’ll just lie on the ground and you’ll be standing by

till I become a particle of ash, breath of a thought.

Then, my shadow, you too a particle, you’ll be trembling in the light,

then you’ll want again to return to the body.

In 1967, she published her second poetry collection In Another Light yet refused its commercial circulation due to the country’s descent into a prolonged political crisis which ensued when the military junta seized power. Four years later, her collection Identity was published followed by her fourth book in 1975, The Poem: The Great Procedures. Theotoka continued to have a dynamic activist presence throughout her lifetime. At the outset of the dictatorship, she joined the Research Organisation of Greek Problems (EMEΠ) and remained involved till the overthrow of the colonels’ regime in 1974. The same year, she became a member of the Panhellenic Union of Cypriot Solidarity offering support to refugees from Cyprus. From 1969 till 1973, she attended lectures on History of Art at the School of Fine Arts in Athens and kept correspondence with many Greek women writers who offered her critical feedback like Zoi Karelli, Eleni Kazantzaki, and Kiki Dimoula, but also with translator and scholar Gisèle Jeanperin, as well as with Professor of Modern Greek at the University of Oxford, Peter Mackridge, and many established men writers of the Greek canon.

On December 1976, Koralia Theotoka ended her life when she jumped from the top floor of her parents’ home, leaving behind an extraordinary body of work in modern Greek literature that remains largely unknown and understudied to this day. In her last manuscript, her suicide note, she wrote:

“I am ending my life on my own volition, and no one is to blame for my death but I alone. I am maladjusted to reality, I feel useless in a world that toils and struggles. The depressive state that torments me doesn’t allow me to work effectively anywhere. My pharmacotherapy could not defeat my melancholy. I am tiring the people closest to me, my mother, my sister, my friends. This noise has driven me mad, the smog, the cruel oppressive society, and it is my own fault I am living more in a world of fantasy and I’ve not grown to be mature despite my age. I admire the youth for their affirmation of life, I would like to be like them, but, alas!, I cannot fight the way I’d like to. I am extremely sentimental. The beginning was the death of my husband ten  years ago. I did the best I could for the work of Yiorgos Theotokas, my husband. I hope you don’t trash the name I bear with futile questions regarding reasons and motives. Don’t bother my own friends. I am not the only one, but I am alone. Bye. I hope for a better world. For all. For the others. Bye.”  

K.Theotoka, December 1976 

[to be continued – the second part of this article will be published next week]

Works by Koralia Theotoka:

Attempts. Athens: Fexis, 1963.

In Another Light. Athens: Ikaros, 1967.

The Identity. Athens: Ikaros, 1971.

The Great Procedures. Athens: Ikaros, 1975.

Koralia Theotoka: The Complete Works & Essays on her Work. Athens: Estia, 1977.

Nota dell’autore/ Author’s note: Le poesie incluse in questo articolo sono state tradotte da me dal greco all’inglese e all’italiano. / The selected poems included in this essay are based on my English and Italian translations from the original.

Sources:

*This essay has been greatly informed by my research on the archives of Koralia Theotoka at the Greek Literary History & Archives: www.elia.org.gr

Barthes, Roland. «The death of the author» («La mort de l’auteur» (1967)). In Image,

             Music, Text. Transl. Stephen Heath. New York: Hill & Wang, 1977: 142-148.

Gilbert, Sandra & Susan Gubar. From The Mad Woman in the Attic (1979): pp.27-36.

Kypourgos, Nikos. Accessed at https://nikoskypourgos.com/?fbclid=IwAR3lKJZa2Uqaa7SmUbSj4cO4SMC5DEIfFn5Q-PXu72pnIw9U16Ylw2QWCEk

Niarchos, Thanassis. Ark. Thessaloniki: Egnatia, 1980.

                                  Love for the Others. Athens: Kastaniotis, 1999.

Plath, Sylvia. The Bell Jar. USA: Heinemann, 1963.

Spetsiotis, Takis. «Koralia Theotoka and her Saint: An Introductory Aesthetic Reading» presented in 2016 at the «Polydouria» literary event by the Philological Network of Messinia: www.philologoi.mes.sch.gr

Trousas, Fontas. “The Love and Pain of Koralia Theotoka for the writer and intellectual Yiorgos Theotokas” in LIFO Magazine, Athens, 9/2/2016: www.lifo.gr/articles/book_articles/89222

Woolf, Virginia. “Modern Fiction” in Collected Essays, vol.2. London: The Hogarth Press: 1966: p.106.

© Natasha Remoundou

(1) Emily Dickinson non si suicidò ma qui è inclusa come esempio di una scrittrice che usa il desiderio di morte come motivo ricorrente nei suoi scritti al punto che la sua biografia è spesso confusa con la morte e il suicidio.// Even though Dickinson did not commit suicide, she is included here as an example of a writer who employed the trope of the death wish as a recurrent motif to the point that her biography is often conflated with these same notions she wrote about.

Dr Natasha Remoundou is a Lecturer in English Literature and Critical Theory at Deree, The American College of Greece, Athens. She studied English & American Literature in Athens (ACG), and she holds an MSc. in English Literature: Writing & Cultural Politics (University of Edinburgh) and a PhD in Classics/ English Lit. (National University of Ireland, Galway). Previously, she held academic posts as a Visiting Research Fellow at the Moore Institute researching archives on Irish drama and human rights, NUIG and as an Assistant Professor of English Literature at Qatar University.  She has published papers and book chapters in academic publications on Irish drama and classical reception studies, the representation of the Middle East in Irish literature, Irish feminisms, post-humanism, asylum narratives, visuality, memory, and interculturalism. She is also a poet, translator, dramaturg, and a volunteer teacher to migrant and refugee communities in the West of Ireland. Her current monograph in progress deals with Irish literature and culture, classical adaptation, and human rights issues in the 21st century.

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