♫ “Poesia che mi guardi, poesia che mi racconti”: Milena Milani poeta

Milena Milani era nata a Savona il 24 dicembre 1917, città in cui è venuta a mancare nel 2013.

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La poesia come abitudine prima e come scelta poi, come diario privato e poi aperta lettera a chi ascolta. Senza dubbio nella vicenda di Milena Milani questi fili si intrecciano di decennio in decennio, a disegnare una vocazione sperimentata, conosciuta, mai temuta. La sua figura sfaccettata di scrittrice di romanzi, di racconti, di organizzatrice di eventi e agitatrice culturale, di giornalista, di artista visiva prima pittrice poi ceramista l’ha portata, dagli anni Quaranta del Novecento fino all’anno della sua scomparsa, il 2013, a confrontarsi con un mondo intellettuale e culturale che non sempre ha accolto la sua temerarietà e il suo ingegno. Nell’itinerario che porta alla sua scoperta, in cui la tappa che passa per La ragazza di nome Giulio (Longanesi 1964) è soltanto un punto estremo del suo percorso. Milena Milani è infatti stata prima di tutto una poeta che ha sotteso i propri versi all’opera, facendo dell’approccio lirico e autobiografico la cifra di una scrittura pronta a nutrire il mondo circostante, in cui le donne non hanno trovato spesso parola o in cui le donne si sono trovate in minoranza. La mancanza di paura nell’affrontare i temi della sessualità, dell’amore, dell’indipendenza dal matrimonio e dalla famiglia, caratterizza anche la poesia con cui Milena Milani esordisce: è il 1944 e le Edizioni del Cavallino di Venezia pubblicano Ignoti furono i cieli, la sua prima raccolta. È il volume di cui ci occupiamo oggi per presentarvi questo nostro lavoro collettivo, che troverete alla fine del post.

Scrivendo di Livia De Stefani, qualche mese fa (qui), avevo proposto di focalizzare come le donne in Italia, negli anni Quaranta e Cinquanta, scrivessero poesia. Indagare da vicino il contesto di un’autrice permette di collocarla dentro il suo tempo senza astrazioni. In effetti Livia De Stefani (allora Signorini, il cognome da nubile) aveva avuto al proprio fianco alcune “compagne di viaggio” importanti, che esordivano in altri luoghi nello stesso decennio in cui si affaccia anche Milena Milani. Un recente studio1 mi ha portato a catalogare il lavoro di queste autrici che sono, oltre a Milani, Lalla Romano con Fiore (Frassinelli, 1941), Fernanda Romagnoli con Capriccio (1943), Paola Masino con Poesie (Bompiani, 1947) e Piera Badoni con Felicità che pure esisti (Sormani, 1948). L’elenco prosegue anche negli anni Cinquanta ma soprattutto inizierebbe con tre tappe antecedenti: l’esordio di Sibilla Aleramo poeta, che dagli anni Venti inizia a pubblicare versi; proseguirebbe poi con Alba de Céspedes, che pubblica Prigionie (Carabba, 1936), e con Antonia Pozzi, che pubblica Parole. Liriche (Mondadori, 1939)2. Questo gruppo di voci mette a sistema un fatto: le donne in Italia hanno scritto poesia, hanno scelto di esordire come poete anche durante il fascismo, e si sono rivelate come autrici in un mondo di autori che, per molti versi, le ha accolte per poi dimenticarle nel corso del tempo, cosa cui ha contribuito anche il mercato editoriale. Senza dubbio la loro uscita dal silenzio in momenti diversi e complessi politicamente e socialmente segnano un percorso che varrebbe la pena di esplorare con attenzione. Basti segnalare comunque una presenza che resta e resiste in un quadro di mancanze e di subalternità, in cui il primato è sempre stato maschile. Anche la poetica e lo stile delle autrici sopraccitate non sempre le avvicina ma il loro tratto comune resta uno: l’esordio poetico o la scelta della poesia come mezzo espressivo tra altri. E il perché è una risposta che resta aperta. La ragione di appartenenza a una comunità intellettuale sembra non bastare a definire i loro movimenti, così come la pluriartisticità nel caso di Milena Milani coincide con il desiderio di affrontare da più punti di vista una sfida artistica senza fine, secondo la mia prospettiva, allargando completamente i confini di cosa un’artista chieda a sé e al pubblico. Mi sembra che la domanda al sé sia quella più presente per lei, dal momento che la risposta resta in grado di sfamarsi all’interno di ogni suo libro, di ogni suo quadro o ceramica scritta, e non in una ricerca di autodefinizione ma di una continua autodeterminazione in un mondo escludente, di cui tuttavia lei non si cura poiché resta fedele solo all’opera, all’oggetto e al fare. Milena Milani pare incarnare completamente l’autorialità e l’artisticità come forma aderente ad una libertà di essere, intrinseca, vitale prima che di ruolo nel mondo e del tutto prefemminista. Questo suo esordio poetico, inoltre, afferma un’altra chiave di volta: la necessità di leggere l’opera di un’autrice non solo a tasselli, non solo valorizzando il suo romanzo più famoso, ma cronologicamente, poiché la cronologia ci rivela come il tempo influisca e modelli il suo stile, come la sua biografia proponga i temi, come gli strati di senso parlino al pubblico. Non si tratta di essere scolastici o necessariamente filologici ma di rispettare una fedeltà autoriale che è anche filologica, senza isolare singoli volumi per decretarne un’importanza fuori dalla storia. Anche per questo le carte, i documenti, l’archivio, per le autrici, parla, rivela, struttura la lettura dell’opera, concedendo un metodo di lavoro nel rispetto di chi ha scritto.

La prima edizione di Ignoti furono i cieli fu stampata nell’ottobre 1944 in 990 esemplari numerati con un ritratto a mano di Filippo de Pisis, a testimonianza della partecipazione veneziana che c’era attorno all’esperienza della casa editrice d’arte come fu Il Cavallino di Carlo Cardazzo. La raccolta unisce alcune prime poesie di Milena Milani (nella sezione Poesie liguri), scorci cittadini di Venezia e Roma (tra le città predilette da lei a quel tempo, e sedi delle gallerie d’arte di Cardazzo), incontri e amori (Poesie di Kid, dedicate a Cardazzo). C’è una schiettezza matura in questi versi, senza timori né tratti d’ossequio; Milani non ha ancora trent’anni eppure la sua consapevole aspirazione è affermarsi nel mondo, un mondo attorno concepito con tratti limpidi, un mondo che assume una dimensione più onirica che neorealista. Gli ambienti anche naturali, le stagioni, i colori delle cose determinano il circostante non in termini sinestetici ma in termini di continuità da un campo artistico ad un altro, come se non ci fossero confini tra parole e immagini, in una totalità artistica che può essere puramente lirica. In effetti il verticale della poesia è rivelato già dal cielo, estensione più alta dell’ignoto, luogo in cui nel titolo della raccolta si accede all’assoluta mancanza di limite, che diventa reale in alcune poesie come in Parole, nel nostro podcast letta da Francesca Clara Fiorentin:

PAROLE

Parole soltanto
vorrei
parole da illudere
parole d ridere lacrimando
sulla mia vanità.
Non potete capire.
Ma non lasciate il silenzio
che grava d’intorno
mi schiaccia mi opprime.
Datemi le parole.
Le più vane le più inutili
le più sciocche del mondo –
parole.
Quelle che dicono ti amo
tanto che importa?
Chi le diceva con l’anima
è sepolto laggiù.

L’amore, l’amato, la madre, i pittori amici, i sogni, i simboli, i luoghi ma anche i sintomi di qualcosa che cede e si trasforma, quasi in senso modernista, sono tutti incisi nel verso senza mediazioni, con una forza contemporanea che trasporta. Così è anche ne La tua narcosi, letta da Daìta Martìnez:

LA TUA NARCOSI

Ed era di superficiali incanti
quella mia notte bianca nel suo bianco
d’intorno e il crocifisso
guardava contro il letto
se reclinata anch’io su quella spalla
chiamassi piano la suora della veglia.
Strani fiori fioriti alle pareti
dalle mie mani nude, sorti
al vento,
davano celeri battiti alla tempia
e ai miei occhi forse un tremolio.
Sognavo il mare e alle narici
ardente volevo il mio profumo
del peccato. Non mi muovevo:
ferma
strillava la mia vita nel mio sangue.
Forse morivo, forse rinascevo,
e il suo passo non c’era, non veniva.
Poi tacque la mia vita e
negli abissi s’immerse: era una grotta
con tanti scogli e l’alghe e pesci rossi
e polipi mostruosi.
C’era anche una stella, fiore fatto carne,
che vagava nell’acqua e si nutriva.
E il tuo buio non giunse.

Milena Milani sembra assorbire tante lezioni per rifarle proprie, riscrivendo di continuo il significato della sua voce poetica, senza ambiguità né fraintendimenti. Penetrare la vita prima dei trent’anni (ne ha 27 nel 1944), sentirla, farla diventare poesia, è il suo obiettivo, che ha dovuto tuttavia sfuggire al provincialismo e al bigottismo: «in quegli anni io ero scandalosa, perché avevo osato affrontare temi che si riferivano, oltre che all’anima, al corpo, cioè al sesso. Su di me, giovane ragazza, incominciarono a correre parecchie dicerie, anche nell’ambiente letterario, che la mia vita apparentemente sradicata dalla famiglia contribuiva ad accrescere; e poi lo strano pudore che avevo […] faceva immaginare chissà quali immoralità nelle mie pagine. Con i miei amici e maestri, poeti e scrittori, stavo bene in silenzio, ad ascoltarli parlare del loro mondo, dei loro amori, dei loro rancori»4. Sono Cardarelli, Ungaretti, Sinisgalli, Diego Valeri e altri i poeti-maestri, gli amici che lei ascolta raccontare e che la spronano a perseguire una strada in cui lei si sente già sicura, poiché è tenace di certo il desiderio di affermarsi, di fare della scrittura un mestiere. Per questa ragione la sua poesia ha la forza di irrompere, di andare oltre il lecito. Una poesia che la guardi e si guardi, una poesia che si racconti – e dunque esista nel testo – ma possa dire anche il sé, traslando il titolo di un famoso saggio di Adriana Cavarero che mette al centro la narrazione come strumento conoscitivo dell’unicità, e di un film di Marina Spada dedicato ad Antonia Pozzi. Per Milena Milani tutto nasce letterariamente e acquisisce significato attraverso la poesia, sulla quale ritorneremo di certo.

© Alessandra Trevisan

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A proposito della sua esperienza con le Edizioni del Cavallino, che la vedranno pubblicare anche racconti e un’altra raccolta nel 1953, La ragazza di fronte, mi pare fondamentale rimandare a un prezioso articolo di Monica Giachino, in cui si definiscono i riferimenti letterari della poesia di Milani (e appunto le sue lezioni), così come il “paesaggio editoriale e culturale” veneziano dei decenni qui menzionati. Questo saggio è accluso agli Atti del Convegno Venezia Novecento. Le voci di Paola Masino e Milena Milani (Edizioni Ca’ Foscari, 2020)3, in cui prosa, poesia e arte si uniscono a formare un inedito profilo di due scrittrici che hanno segnato un’epoca e la vita di una città.

Segnalo un articolo pubblicato oggi su Abc Veneto, per il quale ringrazio Maria Ester Nichele e Federico Nardi: http://www.abc.veneto.it/abc2021/pag/dic20/art/at.html

Per approfondire segnalo che altri articoli a lei dedicati sono disponibili qui.

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note

1 A. Trevisan, «Nel mio baule mentale»: per una ricerca sugli inediti di Goliarda Sapienza, Roma, Aracne, 2020.
2 A proposito di Antonia Pozzi e di Piera Badoni rimando agli studi di Matteo Maria Vecchio (qui).
3 Il volume del Convegno tenutosi all’Università Ca’ Foscari di Venezia il 17 e 18 ottobre 2019 è stato curato da Arianna Ceschin, Ilaria Crotti e me, e ha visto partecipare Marinella Mascia Galateria, Cecilia Bello Minciacchi, Sabina Ciminari, Angela Fabris, Irena Prosenc, Stefania Portinari, Monica Giachino e le curatrici.
4 Dalla prefazione all’edizione delle poesie nel volume Mi sono innamorata a Mosca (Rusconi, 1979).

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