♫ Livia De Stefani e i tempi di una narrazione ancestrale: 3 poesie, 3 letture e parole in trama

Parole in trama, Torniamo al giardino, Chiara Pini
Un profumo
La poesia racconta.
Torniamo al giardino.

***

Lochicello com’era   

Gigli rosa di Lochicello.
Fiorivano per San Michele.
In due schiere, lungo il viale tagliato
a capo nel folto di grilli e cicale.
Il viale vestito di reti dal lento
migrare dei brividi
nel fogliame dei mandorli.
Esilissima erba di primo autunno
era luce fra il nero dei gambi
che sprizzavano in aria quel rosa
di profumo di alga.
Non si coglievano, non erano
gigli da cogliersi. Ceri, dicevano
le donne, erano ceri accesi
in onore dell’arcangelo armato di spada.
Ardevano al tempo di vendemmia
e del gioco di lampi a settentrione,
sopra l’arco del golfo.
Vergini, dicevano, forse erano le vergini.
Passato l’arcangelo, il ventinove,
si spegnevano insieme sul nero dei gambi.
Poi sul fare della luna d’ottobre
ingrossavano un baccello di carta velina.
Dentro c’era il seme dell’arcangelo,
quelle perle come di mare, rotonde
e trasparenti i colori dell’alba.
Si coglievano e sgranavano in grembo
e con l’ago ed il filo facevano collane.

Lochicello, com’era è un viaggio nella memoria intima di Livia De Stefani, di una società arcaica ormai dimenticata e di una geografia dai contorni indefiniti, nonostante l’abbaglio del toponimo iniziale.
Lochicello è una località che, a cercarla, non compare manifesta sulle mappe: Lochicello era il nome di un feudo appartenuto alla famiglia Mottola D’Amato (1316-1716) a Belcastro (Cz) e una Contrada da Lochicello compare, in zona Petralia Sottana (Pa), in un annuncio di una società immobiliare delle Madonie. Per quanto i documenti storici e la presenza della chiesa principale di Belcastro, dedicata a San Michele, ci portino in Calabria, è certamente più coerente rimanere in Sicilia. Il rimando all’Arcangelo Michele ci guida fino a Sant’Angelo di Brolo (Me), nei Nebrodi, dove è stato anticamente eretto un monastero basiliano dedicato a San Michele, il cui culto è ancor oggi perpetrato e festeggiato. Ivi non si riesce a trovare alcuna località che riporti il toponimo Lochicello. Tuttavia, l’inserimento del testo in questione tra i componimenti di Livia de Stefani ambientati in Sicilia, se realmente voluto dall’autrice, fugherebbe i plausibili dubbi, pur lasciando sospeso ogni riferimento concreto. Ed è questo che genera la memoria di fatti lontani: un senso del vago, una nostalgia, un lessico che non è solo familiare ma che è di una comunità e cosmico insieme.

È un errore voler costringere Lochicello, com’era tra confini spazio-temporali certi: bisogna lasciarsi trasportare dalla sacralità delle immagini che scorrono nel testo e dagli eventi in esso narrati per cogliere come un dono la condivisione di un ricordo appartenente ad una ristretta cerchia di persone.
I gigli sono l’oggetto di questo componimento: lo aprono, lo svolgono e lo chiudono, nel rispetto del ciclo vitale di questo fiore che sboccia, raggiunge il suo splendore e appassisce per tornare a vita nuova.  La simbologia del giglio e un’area semantica sacra attraversano tutto il testo: il giglio di san Michele è un fiore particolare, dal lungo stelo scuro, privo di foglie in fioritura[1], che qui diventa emblema delle schiere dell’Arcangelo, immagine di  luce e vita che si rigenera perché portatore del seme dello stesso. Il giglio a cui si fa riferimento è l’Amaryllis belladonna, comunemente conosciuto come ‘Femmina nuda’ per far precedere il fiore alle foglie, che vegetano durante l’autunno: l’inverno, invece, è il tempo per l’ingrossamento dei bulbi e la stagione successiva per la fioritura. Un fiore che sviluppa il proprio ciclo vitale attraverso le stagioni, con una forza generante che può diventare altamente simbolica. Nonostante l’area semantica sembri rimandare alla sfera religiosa, In Lochicello com’era, Livia De Stefani non cela alcun intento di devozione cristiana in senso stretto, come ben testimonia l’assenza delle lettere maiuscole nel san iniziale e ogniqualvolta viene nominato l’arcangelo. Vi è, al contrario, il desiderio di conservare il patrimonio culturale della sua terra natia e, soprattutto, di voler cantare la ciclicità del tempo e della vita. C’è la bellezza del mistero nei versi della De Stefani, dello stupore di chi ha potuto, come lei, immergersi con ogni senso in quell’angolo di Sicilia, che rimane ancora vivo nei profumi, nei suoni, nella pelle; una sorta di sentimento panico, una carnalità vibrante:

Il viale vestito di reti dal lento
migrare dei brividi
nel fogliame dei mandorli.

In un dialogo di sensazioni tra esseri viventi, un viale conduce all’incontro con la vita. Ma i confini di questa sacralità e sensualità siano lasciati al lettore:

Esilissima erba di primo autunno
era luce fra il nero dei gambi.

Sono questi due versi di splendida intensità che contrappongono, nell’area del significato, l’idea di una primavera tardiva a quella della decadenza autunnale, l’immagine della luce a quella dell’oscurità. La scelta di quel superlativo così ricco di sibilanti, esilissima, ci restituisce un’immagine in movimento, quasi onomatopeica nella verticalità che cerca di raggiungere attraverso il suo moto vitale, alimentato e rafforzato dal successivo sprizzavano.
Il mistero è dato anche dal divieto di cogliere quei fiori che tutto a un tratto diventano ceri, altro rimando simbolico sacro evidente. Ceri, dicevano le donne: è la comunità femminile, custode dell’arcano, che accompagna alla scoperta del mistero e  che al contempo si arrende dinanzi ad esso. Non solo: l’imperfetto dicevano sottolinea la durata di una narrazione viva, che si è tramandata per generazioni, ad accrescere l’importanza del ruolo femminile in questa società. È importante osservare come il testo, nella parte iniziale, si alterni tra enunciati privi di verbi, in cui il lettore è chiamato a vedere, a udire, a percepire in maniera viva, a richiamare il passato nel presente, a immergersi in quel luogo del cuore, ed enunciati accomunati da un unico aspetto verbale, quello della durata nel passato, in cui al lettore viene richiesto di ascoltare: la narrazione si snoda attraverso il tempo imperfetto che evidenzia la dimensione temporale nel suo svolgersi e nel suo ripetersi: un ciclo naturale continuo, rimarcato fino alla fine ed evidenziato negli ultimi due versi:

Si coglievano e sgranavano in grembo
e con l’ago ed il filo facevano collane.

Quello sgranavano in grembo ci riporta l’immagine di chi sgrana un rosario, confermato anche dalle immagini del filo, di per sé infinito, e delle successive collane: è il filo della vita, è la collana per ciascuno di noi, quella che inizia, si svolge e si chiude. Altresì interessante è osservare come in questi ultimi due versi si passi da verbi pronominali (Si coglievano/sgranavano), che richiamano un agire collettivo e consueto, all’ellissi del soggetto di facevano: sottintenderlo non significa omettere l’identificazione dell’agente, come accade nel caso dei verbi pronominali sopracitati. Quelle stesse donne, che inizialmente dicevano, ora facevano: il dire e il fare, il tramandare e l’agire. E la sacralità del testo è data anche dal tempo di tale ritualità: da un iniziale divieto (Non si coglievano, non erano/ gigli da cogliersi), superato il confine temporale del giorno dedicato a san Michele e rimarcato con precisione dall’indicazione numerica (il ventinove) si passa, attraverso una solennità cosmica in cui campeggia la luna d’ottobre, all’azione opposta, al si coglievano. È un dialogo primordiale tra le donne di Lochicello e la natura, tra loro e il divino: una sapienza antica, oggi conservata nei profumi, nei colori, nei suoni di una Sicilia che resta ancestrale, il cui patrimonio va tramandato dalla memoria, laddove cessa l’esperienza o la consapevolezza del valore delle tradizioni. Rispetto alle altre poesie dedicate alla Sicilia, Lochicello com’era sembra essere quella più antropologica. Le altre pullulano di natura, di colori e di calore: sono pennellate di gusti e di sapori. In alcune vi sono echi di mito come in Un’alba a Vizzì, mia terra o come in Il giardino dell’Orecchio di Dioniso a Siracusa:

Il giardino dell’Orecchio di Dioniso a Siracusa    ♫

L’acanto la palma l’arancio
il mirto la rosa il bergamotto l’olivo il ciliegio la lumìa
il nespolo il pesco il ficodindia la vite il susino il melograno
il glicine il cipresso la gaggia
il lauro l’eucalipto la ginestra…

E malva capperi reseda cedrina
basilico mentuccia rosmarino
salvia spigo garofano ginepro… 

E chiocciole ramarri bruchi grilli
cicale api farfalle calabroni
allodole fringuelli storni
cince rondini gazze merli. E il corvo.
E il falco.

L’odore delle zaghere, alto e fermo:
cielo agli altri profumi della terra. 

Questo c’era nella conca felice
dove il sole viveva coi suoi figli.
Questo nell’orto della vedova di Siracusa detto il “Giardino del Paradiso”.

 

La poesia si apre con una sequenza di nomi che ad una prima lettura appaiono scelti casualmente. Ma se noi leggiamo soffermandoci su ciascuno di essi, ci accorgiamo che la scelta e l’accostamento di questi nomi non è affatto casuale, né rispondente ad un’unica esigenza metrica: l’assenza delle virgole fotografa la rigogliosità di una natura che crea da sola le sue migliori composizioni tra accostamenti e sovrapposizioni di specie: vista e olfatto sono sollecitati a ricordare, a visualizzare il tripudio della natura. Non servono i verbi, perché non vi è nulla da raccontare se non attraverso l’essenza stessa dei nomi elencati. È un Eden felice di antica memoria, quello descritto da Livia De Stefani, in cui non manca una verticalità ben definita tra terra e cielo: lo sguardo del lettore è guidato a saltare tra colori, piante e fiori, a immergersi negli aromi della macchia mediterranea, ad osservare la lentezza delle chiocciole, la velocità del ramarro, la danza della farfalla, ad ascoltare il ronzio dell’ape, la frenesia delle cicale, e poi più su, il canto vivo di cince, merli, rondini…e poi ancora più su…il corvo. Il suo gracchiare, il suo nero pongono uno stacco, recidono. Quell’immagine, così disarmonica rispetto al resto, segna il confine tra la terra e il cielo, tra le creature con le quali ci mescoliamo e quelle che stanno lassù, nel silenzio: il falco. E dal cielo torniamo alla terra grazie al profumo delle zagare:

L’odore delle zaghere, alto e fermo:
cielo agli altri profumi della terra. 

Un mito delle origini, dunque, in cui tutto era armonia e pace: come raccontano gli unici predicati presenti nel testo, sempre all’imperfetto, il tempo verbale necessario ad esprimere la durata di quel tempo lontano, di cui ancora oggi cogliamo le tracce:

Questo c’era nella conca felice
dove il sole viveva coi suoi figli.
Questo nell’orto della vedova di Siracusa detto il “Giardino del Paradiso”.

Parole in trama, Background flower, Chiara Pini

Ma è soprattutto in Un’alba a Vizzì, mia terra che si coglie il legame uterino e doloroso di Livia De Stefani con la sua Sicilia.

Un’alba a Vizzì, mia terra 

Come un grido di partoriente mi divelse
dal sonno la doglia della notte morente.
E mi trasse sul freddo balcone poco prima dell’alba a conoscere il grande suo male.

Gravato di tutte le stelle il firmamento
tremava sul canto dei galli, acutissime lance innalzate dalla terra ancor cieca
a pungergli gli occhi.
Dietro l’orlo dei monti silenziosa
premeva la guerra del giorno.
Dissertava la bocca della notte
con una falce di livido rosa.
E la bocca mangiava i propri figli: ad una ad una le infinite stelle, per far largo al nemico.
E la terra rideva dai vigneti. E nel mio sangue
si raddrizzava il sacro orrore antico:
l’orrore della vita della morte.

 

Un’alba a Vizzì, mia terra è un racconto mitologico: una lotta primordiale tra il giorno e la notte a cui l’autrice  partecipa con le sue viscere. Al contrario di altre poesie dedicate alla Sicilia, che sono ridondanti di una meridianità che prende forma attraverso accostamenti tra serie di nomi e di aggettivi, Un’alba a Vizzì, mia terra è ricca di verbi, coniugati in diversi tempi e modi, a testimonianza della narrazione che l’autrice intende fare. In questo testo Livia de Stefani lascia poco spazio alle inferenze del lettore: i predicati sono nella maggior parte dei casi saturati nelle loro valenze: i soggetti, gli oggetti diretti e indiretti sono chiari, non devono essere immaginati. La lotta avviene tra la notte morente e il giorno nascente, in un’anomala contrapposizione: il punto di vista è quello di una notte, femmina, partoriente con le doglie, già morente, che vede inghiottire i suoi figli, le infinite stelle. Il giorno sembra indifferente al dolore della notte, alla vita di quell’altra parte del mondo: il giorno, armato di insensibile bellezza, vince così la sua quotidiana guerra. Del mito vi è la lotta fatale, la crudeltà dell’inevitabile. La notte, come Crono, divora i suoi figli. Ogni topos letterario è qui stravolto: l’alba non è più quella di omerica memoria, dalle rosee dita, ma è rappresentata da acutissime lance innalzate dalla terra. E se nei miti greci sono le divinità a partecipare ai dolori degli uomini, qui accade il contrario. È l’autrice a farsi carico di questo orrore antico, l’orrore della vita della morte:

E nel mio sangue
si raddrizzava il sacro orrore antico:
l’orrore della vita della morte.
 

Insolita e interessante rappresentazione, la poesia di Livia De Stefani.

Livia De Stefani sceglie di parlare della sua terra nella lingua nazionale ma il codice è quello vernacolare: solo chi appartiene alla Sicilia potrà comprenderne l’intimità profonda di quella ritualità sacra e ancestrale di cui parla l’autrice, che mette in stretta relazione l’essere vivente con la terra che lo ha generato, con la storia che lo ha plasmato, con i racconti che ne hanno acceso l’immaginazione. Ed è una Sicilia al femminile, perché è la madre terra, la generatrice, la protettrice, la seduttrice dei ricordi.

 

[1](https://www.vittorioballato.it/web/tornano-gigli-san-michele-strane-storie-piante/)

 

© Chiara Pini

Le opere di caviardage qui presentate sono state realizzate da Chiara Pini.

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